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Il quarto stato
di E. Pasqualone

Nel 1901 Pellizza termina la sua opera più conosciuta, Il quarto stato. Il dipinto è considerato il manifesto dell'impegno sociale e umanitario del pittore, convinto che nella società del tempo l'artista avesse il compito di educare la popolazione, elevandola spiritualmente e culturalmente tramite l'arte. E' anche interessante, per la coincidenza di date, il riferimento al celebre discorso che Giolitti tenne alla Camera nel 1901, proprio sulla questione dell'ascesa politica delle classi popolari. L'opera, risultato di anni di duro lavoro, e preceduto da numerosi bozzetti e disegni preparatori, rappresenta una folla di contadini e lavoratori che avanza verso l'osservatore, emergendo dallo sfondo di un paesaggio indefinito dominato da tonalità cupe. In primo piano, dove si concentra una luce piena e calda, troviamo tre figure, due uomini e una donna con un bambino in braccio, che guidano il corteo. La scena è ambientata probabilmente nella piazza di Volpedo e i protagonisti del suo dipinto sono gli stessi abitanti che fungono da modello per l'artista. Questo dipinto si distacca dalle precedenti versioni per quanto riguarda il significato: mentre prima ciò che Pellizza voleva comunicare era una sorta di protesta sociale, qui intende celebrare l'affermazione di una nuova classe sociale, il proletariato, che consapevole della care i propri diritti sulla classe dominante nella società industriale, la borghesia. Nella composizione notiamo quindi due blocchi differenti: le tre figure in primo piano e la massa di lavoratori alle loro spalle. La donna con il bambino in braccio ha il volto della moglie di Pellizza, Teresa, e con il suo gesto sembra invitare la folla a seguirla; il movimento del corpo è sottolineato dalle pieghe svolazzanti della veste, che si avvolgono intorno alle gambe. Al centro domina la scena quello che probabilmente è il leader della massa, un uomo che avanza tranquillo, con una mano in tasca e la giacca buttata sulle spalle, ed attira la nostra attenzione per il vivido colore rosso del suo panciotto, in netto contrasto con il bianco candido della camicia. Alla sua destra un altro uomo, con la giacca appoggiata sulla spalla sinistra, procede silenzioso e concentrato. I contadini sullo sfondo formano una specie di quinta teatrale, poichè sono disposti per la maggior parte sul piano frontale, ma ai lati sono leggermente avanzati; tutti i soggetti discutono tra di loro e e compiono gesti molto naturali, come proteggersi gli occhi dal sole, portare un bambino in braccio, o semplicemente volgere avanti lo sguardo: tutto ciò sta a dimostrare il grande studio dal vero che ha compiuto l'autore prima di realizzare quest'opera. In questo dipinto la tecnica divisionista di Pellizza trova la sua più alta espressione. Nel tentativo di ottenere la massima luminosità possibile, egli concentra nel primo piano una gamma cromatica chiara, con una netta prevalenza di toni caldi, ocra e rosati, che rendono più vivo il riflesso della luce attraverso l'accostamento di colori, stesi attraverso i piccoli tocchi della tecnica divisionista. In questo quadro tutto contribuisce a rendere l'idea di compattezza e di unione di questa nuova classe sociale, che attraverso numerose lotte per i suoi diritti, otterrà una posizione politica di importante peso nella società moderna. Lo schieramento orizzontale delle figure, sviluppate secondo la composizione paratattica, rinvia da un lato, alla soluzione classica del fregio, dall'altro a una situazione molto realistica, che sembra ripresa direttamente da un episodio di protesta sociale. E' una soluzione conpositiva che associa il ricordo dei valori riferiti all'antica civiltà classica alla moderna consapevolezza dei propri diritti civili. La compattezza dei personaggi, gli atteggiamenti decisi e l'imponente procedere in avanti verso lo spettatore  sono altri efficacissimi espedienti espressivi atti a creare l'effetto di una massa unica che avanza inesorabile, con chiare allusioni sia al valore di solidarietà sociale, sia alla presa di coscienza dalla propria forza politica da parte di tanti individui che si sentono sempre più una "classe sociale" capace di rivendicare i propri diritti. Alro riferimento fondamentale gia apparso in Fiumana, è l'evocazione della Scuola d'Atene di Raffaello, soprattutto per l'armonia d'insieme e per quella particolare ricerca di naturalezza e semplicità a cui l'artista si è tanto dedicato, evidente anche nei bellissimi disegni preparatori.

Sebbene all'inizio "Il quarto stato" suscitò parecchie perplessità, sia nei critici che negli amici stessi di Pellizza, successivamente ha incontrato una enorme fortuna, grazie anche al messaggio sociale di cui è portatore.

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Il nuovo indirizzo della politica liberale. Discorso di Giovanni Giolitti alla Camera dei Deputati (1901).

Ora queste Camere di lavoro che cosa hanno in sé di illegittimo? Esse sono le rappresentanti di interessi legittimi delle classi operaie: la loro funzione e di cercar il miglioramento di queste classi, sia nella misura dei salari, sia nelle ore di lavoro, sia nell’insegnamento che giovi a migliorare e ad accrescere il valore dell’opera loro, e potrebbero, se bene adoperate dal Governo, essere utilissime intermediarie fra capitale e lavoro, come potrebbero servire ad altre funzioni, per esempio a diriger bene la emigrazione. Perché dunque il Governo adotta il sistema di osteggiarle sistematicamente? Si dice che le Camere di lavoro, come vennero costituite, hanno preso atteggiamenti ostili allo Stato. Ma questa è una conseguenza inevitabile della condotta del Governo! Colui che si vede sistematicamente perseguitato dallo Stato, come volete che ne sia l’amico?

(Bravo – Bene! di sinistra – Interruzioni a destra).

Il Governo ha un solo dovere, quello di applicare la legge a queste come a tutte le altre associazioni: se mancano, deve essere ferma l’azione del Governo…

SARACCO, presidente del Consiglio. È quello che si è fatto! (Commenti).

GIOLITTI. Ma finché non violano le leggi, finché esercitino un diritto legittimo, l’intervento dello Stato non è giustificabile. Se una Camera di lavoro viola la legge, è dovere del Governo di deferirla all’autorità giudiziaria perché le siano applicate le sanzioni penali, e in tal caso è suo dovere non arrestarsi sulla sua via. Se la Camera di lavoro di Genova aveva commesso dei reati, doveva farsene denuncia all’autorità giudiziaria.

[...] La ragione principale per cui si osteggiano le Camere del lavoro è questa: che l’opera loro tende a far crescere i salari. Il tenere i salari bassi comprendo che sia un interesse degli industriali, ma che interesse ha lo Stato di fare che il salario del lavoratore sia tenuto basso? È un errore, un vero pregiudizio credere che il basso salario giovi al progresso dell’industria; l’operaio mal nutrito è sempre più debole fisicamente ed intellettualmente: e i paesi di alti salari sono alla testa del progresso industriale (Bravo!). Noi lodiamo come una gran cosa la frugalità eccessiva dei nostri contadini; anche questa lode è un pregiudizio. Chi non consuma, credetelo pure, non produce!

(Commenti). Il governo quando interviene per tenere bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico ed un errore politico. Commette un’ingiustizia, perché manca al suo dovere di assoluta imparzialità fra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe. Commette un errore economico, perché turba il funzionamento della legge economica dell’offerta e della domanda, la quale è la sola legittima regolatrice della misura dei salari come del prezzo di qualsiasi altra merce. Il Governo commette infine un grave errore politico, perché rende nemiche dello Stato quelle classi che costituiscono in realtà la maggioranza del paese. Solo tenendosi completamente al di fuori di queste lotte fra capitale e lavoro lo Stato può utilmente esercitare una azione pacificatrice, talora anche una azione conciliatrice, che sono le sole funzioni veramente legittime in questa materia. Si
disse da alcuni, i quali ne trassero quasi argomento di scandalo, che lo sciopero di Genova era uno sciopero politico. È questa una vera ingenuità: chi conosce il movimento operaio, specialmente in tutta l’Alta Italia, sa perfettamente che gli operai hanno compreso il nesso intimo, indissolubile che esiste fra le questioni economiche e le questioni politiche. La classe operaia sa perfettamente che da un governo reazionario non ha da aspettarsi altro che persecuzioni sia nelle lotte per la difesa dei suoi interessi di fronte al capitale, sia per tutto ciò che riguarda il sistema tributario.

Nessun Governo reazionario adotterà mai il concetto di una riforma tributaria a favore delle classi meno abbienti; e se la finanza si troverà in bisogno il Governo reazionario aumenterà il prezzo del sale, il dazio sui cereali o qualche altro sui consumi, ma una imposta speciale sulle classi più ricche non la proporrà mai. (Bravo! – Approvazione a sinistra — Commenti). Ed è perciò che non è da meravigliarsi, se questi scioperi assumono, anche indipendentemente dalla volontà di coloro che vi parteciparono, un carattere smile a quello che ha avuto lo sciopero di Genova. Il Governo, lo ripeto, deve avere una grande fermezza nell’applicare le leggi, ma deve adoperare una grande prudenza in tutto ciò che riguarda i rapporti tra lo Stato e le classi Lavoratrici.

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