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6 aprile 2012

Argentina: Madri di Plaza de Mayo

“Dio non può essere ovunque è per questo che ha creato le madri,” affermava lo scrittore Leopold Kombert, sottolineando la sacralità e l’eternità dall’amore materno, che come quello divino è l’amore incondizionato per la vita stessa.
Quest’amore nel generare altra vita, nel difenderla e proteggerla con sacrificio ed altruismo è l’idea universale ed istintiva della maternità, è il vincolo più sublime che possa esistere; è vita anche oltre la morte.
È nel nome di questo smisurato amore materno che sono nate le Madri di Plaza de Mayo. Donne, ma soprattutto madri che hanno sfidato e lottato in Argentina contro la Dittatura militare di Jorge Rafael Videla.
Negli anni tra il 1976 ed il 1983 l’Argentina attraversò il periodo più buio della sua storia contemporanea, privata in ogni suo diritto, sgretolata nella sua dignità, logorato da una repressione spietata che generò la scomparsa di 30.000 persone tra uomini e donne: i Desaparecidos. Si trattava per lo più di ragazzi, tra i 20 ed i 30 anni, desiderosi di respirare aria di democrazia, pericolosi, di conseguenza, per il consolidamento del potere totalitario di Videla.
Nei primi mesi, dopo il golpe del 24 marzo 1976, la Dittatura costruì una trincea fatta di silenzio e segretezza. Vi era la consapevolezza di non dover commettere gli stessi errori del Dittatore Pinochet che, in Cile, aveva gestito la protesta dei dissidenti con pubbliche esecuzioni nello Stadio della città, attirando così lo sguardo di tutto del mondo e l’interesse degli Organismi per la difesa dei diritti umani.
L’immagine che Videla voleva trasmettere, invece, doveva essere un’immagine di apparente normalità, giustificando la presa del potere agli occhi del mondo, con l’impronta anticomunista adottata dal Regime, mentre, all’interno del paese, il rafforzamento dell’autorità doveva essere raggiunto con una “Riorganizzazione Nazionale”, eliminando ogni forma di opposizione, con meccanismi che non prevedevano in nessun caso arresti di massa, fucilazioni o esecuzioni pubbliche; la popolazione non doveva avere il minimo sentore di ciò che accadeva alle persone arrestate.
Inizialmente la repressione fu orientata verso i sindacalisti e gli attivisti politici di sinistra, ma col tempo, i pretesti per effettuare gli arresti divennero sempre più futili. Era sufficiente anche solo partecipare ad una manifestazione studentesca, o avere il proprio nome nell’agenda di un possibile sovversivo. In questo modo tantissime persone che mai avevano agito concretamente contro il sistema subirono violenze di ogni tipo.
Gli uomini dell’esercito, spesso in borghese, agivano di notte, arrivavano con una Ford Falcon verde scuro senza targa, piombavano nelle case, sequestravano i sospettati per poi condurli in luoghi di detenzione clandestini dove venivano sottoposti a continue torture.
I centri di detenzione costituirono una base materiale indispensabile per la politica di scomparsa delle persone, in cui si perpetrò una violazione di tutti i principi di dignità e rispetto della vita e della morte, una disintegrazione dell’integrità fisica e psichica; l’uomo lasciò il posto al numero, la legge dell’onnipotenza del carceriere si impiantò in tutti i centri di detenzione
“Smettere di essere: distruggendo l’identità del prigioniero, modificandone i punti di riferimento spazio-temporali, maltrattando i loro corpi e le loro menti oltre ogni limite immaginabile.” (dalla relazione Nunca Màs).
La scuola di meccanica della Marina, l’ESMA, il simbolo dei campi di tortura Argentini, si trova su una delle strade più trafficate di Buones Aires, nelle vicinanze dello stadio River Plate. Più di cinquemila persone vi furono imprigionate e torturate per giorni. Nonostante la visibilità della struttura, tutto ciò che vi accadde all’interno restò invisibile al resto della popolazione ed a coloro che si affannavano nella ricerca della verità.
Solo con i processi si ebbe poi la conferma dei Voli della Morte (vuelos de la muerte), con cui si provvedeva ad eliminare i corpi martoriati dalle torture. I detenuti, spesso ancora in vita, venivano imbarcati a bordo di aerei militari, gli Hercules, sedati con una iniezione di pentothal e lanciati nel Rio de la Plata, oppure gettati nell’Oceano Atlantico col ventre squarciato da una coltellata affinché i loro corpi fossero divorati dagli squali o con i piedi bloccati in un blocco di cemento a presa rapida, per evitare che riaffiorassero in superficie.
Quest’evoluzione del genocidio non lasciava traccia dell’uomo.
Dopo il sequestro era impossibile ottenere notizia. Nel sistema del terrore la corruzione raggiunse livelli sorprendenti. Dalla polizia, alla Chiesa, ai Magistrati, ai Sindacati, tutti contribuirono ad alzare un muro di silenzio. 30.000 nomi cancellati, non un solo documento ufficiale che segnalasse il luogo della detenzione, che consentisse di attastarne, successivamente, la vita o la morte.
La Dittatura alimentò, in coloro che cercarono, in quei anni, la verità, l’idea di una scomparsa intenzionale, definendo i desaparecidos sovversivi e nemici della patria.
Etimologicamente, nella sua traduzione, Desaparecidos significa “persone fatte scomparire” ed esprime già nell’immediata assimilazione l’idea di una scomparsa forzata e coercitiva.
Le prime a comprendere ed afferrare l’insana ideologia di quel sistema furono le Madri di Plaza de Mayo. Nei primi mesi della Dittatura, dovettero assistere inermi al sequestro forzoso dei propri figli, senza conoscerne e comprenderne i motivi, molte di loro addirittura non riuscirono neanche a scoprire il momento esatto della sparizione del proprio caro. Incominciarono a lottare per poter riabbracciare i figli, per difenderli dalle accuse di tradimento e terrorismo, non immaginando assolutamente la crudeltà con cui furono torturati ed uccisi.
È attraverso questa affannosa ricerca individuale che si unirono, elaborando, negli anni, un’identità collettiva, che le ha trasformate nelle madri di tutti i 30.000 desaparecidos. Nelle piazze non ci furono mai 30.000 madri, poiché molte famiglie accettarono le spiegazioni ufficiali.
Il movimento nacque nell’immediato inizio della tragedia, in modo naturale e spontaneo. I volti di queste madri spesso si incrociavano negli uffici, nelle chiese e nelle strade. Tutte percorrevano la stessa strada, rivolgendosi dapprima agli uffici pubblici, poi ai politici, avvocati, poliziotti, uomini di Chiesa. Nessuna ottenne mai una notizia. Spesso venivano ingannate ed umiliate. Si sentivano dire che i figli erano dei sovversivi e stavano collaborando con i loro compagni per danneggiare il paese, in altri casi che, ipoteticamente, erano semplicemente scappati con delle donne.
Col tempo incominciarono a riconoscersi e a raccontarsi le proprie storie, scoprendo così di essere vittime non di un dramma personale bensì di una tragedia collettiva, e comprendendo che non avrebbero mai ottenuto risposte attendibili. Era ormai evidente la responsabilità del Governo nella scomparsa dei figli.
Una delle più importanti tra le fondatrici, Azucena Villaflor, dopo sei mesi dal rapimento del figlio, decise il 30 settembre 1977, con altre 13 madri di protestare dinnanzi alla Casa Rosada per ottenere un incontro con Videla. L’incontro non avvenne mai, ma quel giorno continuarono ad urlare i nomi di quei figli scomparsi nella piazza antistante la sede del governo; in Plaza de Mayo.
Dal 30 settembre del 1977, ogni giovedì della settimana, fin quando ne hanno avuto la forza si sono unite in quella piazza per chiedere giustizia.
È in Plaza de Mayo che le madri condivisero il dolore e costruirono lo spirito di Resistenza al Regime. È il luogo che le identifica. La maternità le ha spinte a sfidare il regime, il senso di appartenere tutte ad un medesimo dramma le ha saldate in un grande movimento e la piazza ha fatto il resto, come ben sottolineato nelle parole di Hebe Pastor de Bonafini (due dei suoi figli furono sequestrati nel 1977) “la piazza ha un contenuto politico profondo. Ogni volta sento il bisogno di un paio di minuti di raccoglimento per quel tacito incontro che ho con i miei figli. Sono loro che ci danno la forza di continuare, quando una si mette questo fazzoletto si sente più alta, più forte, più convinta. Il fazzoletto, le maschere, i documenti d’identità consegnati alla polizia, furono tutte invenzioni nate là, nella piazza. Per me la piazza è sempre stata uno spazio impressionante di libertà.”
Il passaparola e i continui sequestri portarono altre madri in Plaza de Mayo. Quando interveniva la polizia per intimare l’allontanamento si prendevano sottobraccio ed incominciavano a “marciare”, camminando in circolo intorno alla piramide che si erigeva nel centro della piazza.” È stato in quel nostro camminare a braccetto, una accanto all’altra, parlandoci e conoscendoci, che abbiamo costruito il nostro pensiero.” H. Bonafini.
Il divieto di creare riunioni ed i continui controlli costrinsero le madri ad ingegnarsi per poter organizzare gli incontri senza sospetti. Giardini botanici, pasticcerie, chiese, i luoghi cambiavano continuamente così come diversi erano modi per comunicare e resistere. Talvolta nella preghiere collettive modificavano parti del rito, per lanciare messaggi, in altri casi scrivevano su banconote di grosso taglio “ho un figlio scomparso” e dopo andavano a fare la spesa al mercato. Spesso creavano file interminabili davanti agli Uffici del Ministero degli Interni, entravano per depositare la denunce e uscivano per rimettersi in coda, entravano ed uscivano senza sosta in questo modo la coda diveniva interminabile, destando la curiosità nelle persone che transitavano dagli uffici. Era diventato indispensabile inventare forme nuove e diverse di resistenza, per ingannare e raggirare i controlli da parte del Governo.
Nell’ottobre del 1977, decisero di alzare la voce, partecipando alla tradizionale processione religiosa della città di Lujàn per chiedere l’intervento del Vescovo per i desaparecidos. Data la folla, per riconoscersi tra di loro, decisero di indossare sul capo il panuelo, il pannolino bianco dei propri figli, poi sostituito con un fazzoletto bianco durante tutto il periodo della lotta e della loro vita.
La marcia pacifica delle madri innervosì ben presto la Giunta Militare e la repressione investì anche loro. Azucena ed altre due madri fondatrici; Esther Ballestrino e Maria Ponce furono sequestrate tra l’8 ed il 10 dicembre 1977, condotte all’ESMA, torturate, uccise e gettate nel Rio della Plata.
Nonostante questo, le Madri, per sottolineare la loro forza ed intensificare la sfida al Regime decisero di organizzare una marcia della Resistenza. Ventiquattr’ore di marcia continua. Sbeffeggiate e sottovalutate dai militari portarono avanti i loro propositi. Ogni anno, il primo giovedì di dicembre la marcia della resistenza è stata ripetuta.
Nel 1978 l’Argentina ospitò i Mondiali di Calcio, anche questo rientrava nella politica dell’immagine di Videla, che voleva dare l’illusione all’estero di un’Argentina moderata, roccaforte della legalità, che ben aveva lavorato contro il comunismo.
Nonostante l’euforia che si respirava nelle strade di Buones Aires, il giorno dell’inaugurazione dei giochi, il 1 giugno del ’78, un giovedì, la televisione olandese anziché riprendere la cerimonia di apertura si concentrò sulla marcia della madri in Plaza de Mayo.
L’Olanda divenne il primo paese a sostenere le madri. La squadra di calcio olandese, seconda al Mondiale, rifiutò di ritirare il premio dalle mani di Videla. Le luci sulla difficile situazione argentina erano state finalmente accese, in realtà, da quel momento, il mondo non poteva continuare a far finta di niente. Le madri furono invitate in diversi paesi europei a denunciare e testimoniare le violenze del regime.
Il 14 maggio 1979 ufficializzarono la nascita dell’Associazione Madri di Plaza de Mayo.
Con il trascorrere degli anni, lo spirito della lotta aveva assorbito altri connotati. Certamente era viva la speranza di ritrovare i propri figli e di ottenere giustizia, ma l’obbiettivo era quello di scardinare la Dittatura e riappropriarsi di un Governo costituzionale.
Le madri ed il popolo argentino dovettero attendere il 1983 per ottenere il ripristino di un Governo democratico.
La crisi economica, i livelli indescrivibili della corruzione, le condanne pubblica per la violazione dei diritti umani e la sconfitta durante la famosa guerra delle Falkland, portarono ad un totale screditamento dell’autorità argentina ed al crollo della Dittatura.
Si apriva un altro capitolo nella storia argentina fatto di Tribunali, sentenze e ricerca di una giustizia concreta.
L’insediamento alla Casa Rosada di Raùl Alfonsin, disponibile all’incontro con le madri e la costituzione di una Commissione Nazionale sui Desaparecidos (Conadep), per raccogliere le denunce e le testimonianze sulla violazione dei diritti umani durante i sette anni del Regime, generarono un clima di speranza.
Nella Relazione Nunca Màs pubblicata dalla Conadep, il 20 settembre del 1983, si condannò senza mezzi termini il regime. “Abbiamo la certezza che la dittatura militare abbia causato la più grande e la più selvaggia tragedia della nostra storia. Contrariamente a quanto sostenuto dagli esecutori, non vennero perseguitati i membri delle organizzazioni politiche che avevano compiuto atti terroristici. Si contano a migliaia le vittime che mai ebbero alcun legame con tali attività e furono ugualmente oggetto di orrendi supplizi a causa della loro opposizione alla dittatura militare; per aver partecipato alle lotte delle associazioni sindacali o studentesche; per essere stati intellettuali riconosciuti che si erano espressi contro il terrorismo di Stato; per essere stati familiari e amici, o semplicemente per essere segnati nell’agenda di qualcuno considerato sovversivo.”
Nonostante tali premesse e l’apertura di 2000 processi nei confronti dei militari ritenuti responsabili di abusi, torture e sparizioni, il Governo varò la Legge dell’obbedienza dovuta che di fatto estinguevano tutti i reati commessi dai militari, giustificando il loro operato come un semplice obbligo all’assolvimento degli ordini ricevuti dai superiori. Più di 300 tra torturatori e sequestratori restarono impuniti.
La politica in realtà voleva dare un gran colpo di spugna e per archiviare la questione creò la Legge del punto finale, con la quale non era più possibile presentare denunce, sottolineando che trascorsi sei anni dalla scomparsa coloro che erano desaparecidos doveva esser riconosciuti come morti.
Questo riconoscimento della morte per molte Madri non è mai avvenuto, neanche dinnanzi alle casse inviate dal Governo con resti umani sottoposti all’esame del DNA.
“Se avessimo accettato l’esumazione di quei morti, che loro dicevano uccisi in combattimento, nessuno sarebbe più stato responsabile del loro sequestro, delle torture, dell’assassinio”. Spiegava Evel Petrini, “non ci sarebbero stati più desaparecidos, ma salme; il reato di scomparsa sarebbe caduto in prescrizione, non ci sarebbe più stato il bisogno di cercare i colpevoli. Vogliamo vita, perché loro sono stati e sono vita. E ogni volta che indossiamo questo fazzoletto e ogni volta che parliamo, parliamo in vece loro. Non moriranno. Mai.”
Incessanti, durante gli anni, le continue offerte governative per i risarcimenti economici, ma anche in questo caso molte rifiutarono di dare un prezzo al proprio figlio, come Hebe P. De Bonfine; “Quando vai a firmare per prendere la riparazione economica, c’è un modulo in cui devi scrivere quando ritieni che tu figlio sia morto. La data di morte presunta, dicono loro; non la data di assassinio presunto. Vogliono che siano le stesse madri a scrivere la data della morte. È terribile.”
Soltanto nel 2005 il Presidente Kirchner dichiarò l’incostituzionalità di queste leggi e provvide a riaprire i processi.
Il 22 dicembre 2010, dopo 28 anni, Videla è stato definitivamente condannato, insieme ad altri 29 imputati, all’ergastolo per crimini contro l’umanità.
Nello stesso anno gli esami del DNA su alcuni resti umani trovati al largo della Costa Atlantica, hanno stabilito che si trattava dei resti di Azucena Villadeflor. Le sue ceneri e quelle di altre Madri, sono state sepolte ai piedi della piramide di Plaza de Mayo.
La storia delle Madres non deve essere circoscritta alla storia nazionale dell’Argentina, lascia affiorare un valore molto più universale e profondo; sono dei modelli di autorevolezza femminile, come mi ha ben spiegato la Dottoressa Daniela Padoan, autrice del libro “Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo.”
Nel libro la scrittrice racconta e riporta come in un mosaico i dialoghi avuti con cinque Madri. Donne con origini e storie diverse, ma prima di tutto madri, capaci di superare le differenze che esistevano tra di loro rifiutando il modello di lotta maschile. I mariti e più in generale gli uomini, erano strutturati in partiti, sindacati e movimenti vari. Non seppero mai mediare tra di loro, litigavano spesso e conseguentemente non ebbero modo di organizzarsi costruttivamente contro il Regime.
Le Madri, afferma l’autrice, non si presentarono mai come delle vittime, rovesciarono il dolore in Resistenza, modificando il senso delle parole. Il Regime le ha contrastate definendole delle Pazze, ma come ha spesso affermato Hebe De Bonafini, erano pazze si, ma d’amore per i propri figli. Il rifiuto della morte, è stata poi l’ennesima evoluzione del loro resistere. Sapevano benissimo che non avrebbero mai più riavuto quei figli, ma soltanto negando la morte potevano continuare a puntare il dito contro l’operato del Regime.
“È un diverso modo di concepire e praticare la politica, fondata su un agire comune che pone al centro dell’azione la responsabilità etica dell’altro. Non un racconto sulle vittime, ma un racconto sulla resistenza; la resistenza della vita sulla morte, del dar vita materno sul dar morte dei regimi.” Daniela Padoan.
Le frasi e le citazioni sono stata tratte dal libro: Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo di Daniela Padoan, (Premio Martoglio 2006 per il giornalismo, Premio Nonino 2006) Bompiani, Milano 2005.

Per ulteriori approfondimenti consultare i siti qui elencati:

http://www.danielapadoan.it/

http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/notte_argentina.htm
http://www.grr.rai.it/dl/grr/notizie/ContentItem-cd791fca-dcc8-4b3d-bfa1-904a0359a2c7.html


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