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11 Sett 2013

 

Allende, New York e noi: piccola storia dell’11 settembre

di Paolo Manzo

 

Il golpe cileno e il compromesso storico. E poi l'attacco Torri Gemelle, che ebbero la conseguenza indiretta di scatenare il collasso argentino. Corsi e ricorsi storici, fino alle prossime presidenziali in Cile

 

L’11 settembre è una data che sembra avere nel suo Dna la capacità di cambiare il mondo. Di certo lo ha cambiato quell’11 settembre del 2001, quando due aerei impazziti dirottati da terroristi “entrarono” letteralmente nelle Torri Gemelle, che sarebbero crollate come castelli di carte di lì a poco. Tra le tante conseguenze di quel giorno, oltre alla guerra al terrore che ancora oggi tiene banco (cfr. l’ipotesi d’attacco alla Siria), con annesse invasioni ad Afghanistan ed Iraq, ci fu anche un mancato prestito miliardario già promesso dal Fondo monetario internazionale all’Argentina che, così, non ebbe altra possibilità se non quella di dichiarare il default. Ma il mondo lo cambiò anche l’11 settembre del 1973 quando altri aerei pilotati da militari golpisti cominciarono a bombardare il Palacio de la Moneda, la sede di tutti i presidenti del Cile.

All’epoca di presidente ce n’era uno assai peculiare, si chiamava Salvador Allende, era socialista e sarebbe presto passato alla Storia per la sua fine tragica. Occhiali spessi, fondatore del partito socialista cileno nel 1933, ex ministro della sanità, Allende aveva tentato inutilmente già per due volte di arrivare alla Moneda, negli anni Cinquanta. Nel 1970, al terzo tentativo, ce l’aveva fatta per una manciata di voti con una coalizione che comprendeva socialisti, comunisti, radicali e cattolici di sinistra ma aveva fatto capire subito con le parole prima ancora che con i fatti – lo fece in una celebre intervista a Newsweek proprio nell’anno della sua vittoria – che comunismo e socialismo non dovevano essere temuti ma, anzi, erano il modello da seguire.

Amico personale di Fidel Castro, da cui aveva ricevuto il fucile con il quale molto probabilmente si suicidò quell’11 settembre del 1973, Allende era stato tradito da Augusto Pinochet Ugarte, il generale che lui stesso aveva scelto per sostituire Carlos Prats. Era il 24 agosto e dopo neanche tre settimane il “fedele” Pinochet avrebbe dato ordine di bombardare la Moneda con l’appoggio, prima economico e poi logistico, degli Stati Uniti e della Cia.

A parte parole di fuoco di circostanza l’Urss non mosse un dito, a differenza di Fidel che tentò sino all’ultimo di convincere Allende ad anticipare il golpe “yankee” e ad accettare i consiglieri militari e le armi dell’Avana dando inizio ad una revolución di stampo cubano in un Cile ormai spaccato in due e bloccato da scioperi e violenze di stampo contrapposto. Allende rifiutò l’aiuto concreto cubano e Pinochet ebbe gioco facile a porre in essere il golpe che avrebbe cambiato la storia non solo del paese sudamericano ma di molte nazioni che vedevano nel Cile allendista un archetipo possibile, una terza via in salsa socialista con un focus maggiore alle fasce più deboli della popolazione.

Le conseguenze del golpe di Pinochet furono tante, soprattutto a sinistra e anche in Italia. Per rendersene conto è sufficiente andarsi a rileggere quanto scritto da Enrico Berlinguer pubblicate sul settimanale Rinascita del 28 settembre 1973. Sotto il titolo «Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile», il golpe di Pinochet – scriveva Berlinguer – dimostrava chiaramente come fosse «del tutto illusorio» pensare che la sinistra potesse governare con il 51 per cento dei voti (ribadiamo che Allende nel 1970 aveva vinto per una manciata di voti), ufficializzando così la proposta del «compromesso storico».

Insomma la «lezione cilena», compreso il disinteresse sovietico alla sorte di Allende, fu fondamentale per far capire a Berlinguer che l’unico modo per arrivare al governo era l’alleanza del Pci «con le forze popolari d’ispirazione cattolica», ovvero con la Dc di Aldo Moro. Come finì – ovvero con il rapimento dell’ex segretario democristiano il giorno stesso in cui doveva vararsi il primo governo ispirato al “compromesso storico” – lo sappiamo ma, di certo, il golpe cileno con annesso bombardamento della Moneda teletrasmesso in mondovisione, ebbe conseguenze enormi, anche sugli anni Settanta di casa nostra.

Oggi le celebrazioni che commemorano quell’11 settembre a Santiago, se da un lato fanno rivivere ai cileni un passato che sembra non volere passare dall’altro non dovrebbero incidere più di tanto sulle presidenziali che il prossimo 17 novembre decideranno chi sarà il successore di Sebastián Piñera alla Moneda. La socialista e già presidente dal 2006 al 2010 Michelle Bachelet, figlia del generale delle forze aeree cilene, Alberto Bachelet Martínez, rimasto fedele a Salvador Allende sino all’ultimo, è la grande favorita. Dovrebbe farcela senza dover ricorrere al secondo turno in programma a metà dicembre. Dieci i suoi rivali in lizza. Tra questi, chi dovrebbe prendere più voti è Evelyn Matthei, già ministra di Piñera ma soprattutto figlia di Fernando Matthei Aubel, generale fedelissimo di Pinochet, membro della giunta militare golpista e capo della forza aerea cilena sino al 1991. Come sempre, anche in democrazia, in Cile la storia ritorna.

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