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Venerdì, 18 marzo 2005

 

Monsignor Romero e la teologia della liberazione

di Giulio Girardi

 

Per la Teologia della Liberazione, mons. Romero. rappresenta oggi una delle grandi sorgenti di ispirazione. Ma non tutti conoscono la profonda evoluzione che segnò la sua vita e il suo impegno pastorale: evoluzione che lo condusse a maturare scelte radicalmente nuove. Più che di una evoluzione, si tratta di una repentina illuminazione, che lo sconvolse, quando il suo amico, il padre Rutilio Grande e due contadini con lui, morirono assassinati sulla via di Aguilares, il 12 marzo del 1977. La via di Aguilares fu per lui come la via di Damasco per San Paolo, una rottura radicale con il suo passato. Essa segnò la sua conversione e divise in due parti la sua vita, due periodi contrassegnati da due concezioni della vita, del sacerdozio, del cristianesimo.

Era stato nominato vescovo di San Salvador e preferito a mons. Rivera y Damas, dietro pressioni della oligarchia, perché conosciuto come conservatore e legato all’Opus Dei. Essi speravano che la sua pastorale avrebbe segnato una rottura con quella del suo predecessore, Luis Chávez y González. La sua nomina destò vive preoccupazioni nei settori progressisti della diocesi.

Egli dissentiva aggressivamente dalla Teologia della Liberazione, accusandola di orizzontalismo, razionalismo, marxismo e considerandola una deviazione "politica" della missione della Chiesa.

Per questo egli era ostile ai gesuiti, per esempio a Jon Sobrino, criticava la loro cristologia, che, diceva, conduce alla rivoluzione e all’odio di classe; era ostile ai sacerdoti che ispiravano la loro pastorale alla Conferenza episcopale di Medellín . Dissentiva per queste ragioni anche dalla pastorale del suo amico p. Rutilio Grande, che pure stimava personal-mente, tanto che era per lui un problema. Si adoperò, con gli altri vescovi, perché i gesuiti fossero allontanati dalla direzione del seminario. Accettava le novità del Concilio e di Medellín, ma le interpretava in chiave conservatrice, ossia rifiutandole.

Conservatore in teologia, lo era anche in politica. Avallò, con gli altri vescovi, la militarizzazione dell’università, considerata un luogo di sovversione, e la conseguente repressione

Di passaggio a Cuernavaca, evitò di visitare mons. Méndez Arceo, considerato un "vescovo rosso".

L’assassinio del p. Rutilio e dei due contadini lo sconvolse. Essa sciolse ai suoi occhi la "contraddizione" del p. Rutilio, attestando la validità della sua pastorale e la coerenza della sua vita. Egli vide in lui un martire.

Così la scelta dei poveri, nucleo della pastorale di Rutilio, divenne la sua.. Sono i poveri che lo evangelizzano, che lo convertono. Sono essi che lo "manipolano", come dicono i suoi detrattori. Il loro punto di vista diventa il suo. Egli è consapevole del cambiamento che questo punto di vista opera in lui. Parlando di una signora dell’ Opus Dei, come anche del segretario della nunziatura, egli commenta: "non capiscono come io non capivo".

Del suo passato, egli chiede perdono a una comunità di base, e anche al rettore del seminario. Ne è pentito.

Questa nuova scelta cambia per lui il senso di tutte le cose. I poveri sono il Cristo nella storia, il Cristo crocifisso.

Per fedeltà ai poveri, egli deve affrontare l’ostilità e l’incomprensione della oligarchia, del governo, dell’esercito, della maggioranza dei vescovi (ad eccezione solo di Rivera y Damas), dei dicasteri romani (in particolare del card. Baggio), della nunziatura. Tra i vescovi, mons. Aparicio e il cardinale Casariego lo giudicano un irresponsabile, che mette a rischio la Chiesa con la sua ostilità al governo ed all’esercito La sua radio emittente viene distrutta, per tacitare la sua parola.

La scelta dei poveri cambia la sua concezione della Chiesa, identificata appunto con i poveri e giustamente chiamata, egli dice,"chiesa popolare".

Essa relativizza il senso della istituzione e del diritto canonico.

Essa cambia il senso dell’identità cristiana, definita non più dall’appartenenza all’istituzione ma dall’identificazione con i poveri.

Essa cambia il senso della missione sacerdotale ed episcopale che diventa quella di "andare raccogliendo i cadaveri e tutto ciò che produce la persecuzione della Chiesa"; diventa quella di restituire la speranza ai poveri.

Essa cambia la sua esperienza di Dio, che diventa il Dio dei poveri; il senso della gloria di Dio diventa la vita del povero (gloria Dei vivens pauper).

Essa cambia le sue scelte politiche, individuando nel popolo il criterio di valutazione dei partiti politici.

Essa cambia il suo rapporto con la curia romana e la nunziatura, che diventa più libero ed autonomo.

Essa cambia il senso dell’autorità che diventa testimo-nianza di coerenza; e che ispira una continua consultazione del popolo e quindi la fedeltà al punto di vista del popolo.

Essa cambia il senso della messa, che, celebrata con i poveri, cessa di essere un dovere giuridico e diventa la presenza di Cristo crocifisso e sanguinante e il sacramento della comunione con i poveri.

Essa rinnova il senso dell’amore, scoprendo la sua dimensione politica e con essa una nuova concezione del martirio.

Essa rinnova infine il senso della risurrezione, che cessa di essere una prospettiva individuale e diventa la forma definitiva di identificazione con il popolo: "se mi uccidono risorgerò nel popolo".

Così la Teologia della Liberazione cessa di essere una nuova dottrina e diventa una nuova e sconvolgente esperienza di vita.

 

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