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2 febbraio 2014

Se la rete raccoglie dati a nostra insaputa
di Marco Trotta

Sono testi che tutti noi abbiamo sottoscritto utilizzando siti e servizi in rete. Qualche volta sono in inglese, molto più spesso sono tradotti. In tutti i casi ci vengono propinati quando ci stiamo per iscrivere a Facebook, Google, Twitter o Yahoo (per citare i più noti). “Terms and Conditions” o “condizioni generali”, che dir si voglia, la loro funzione è sempre quella: stabilire legalmente quali siano i diritti ed i doveri che avremo come utenti (e quindi clienti) nel momento in cui, per esempio, posteremo foto e caricheremo video.

Il problema è che ben pochi sanno quello che c’è scritto davvero e cosa comporti. Ma se volessimo leggere davvero tutti i “contratti” che in questo modo sottoscriviamo “ogni anno dovremmo dedicare 180 ore e secondo il Wall Street Journal i consumatori perdon 250 milioni l’anno per le clausole nascoste”. Da questa banale constatazione è partito Cullen Hoback regista di “Terms and Conditions May Apply”, documentario uscito negli Usa in estate. Grazie alla rivista Internazionale, in questi giorni, è stato inserito sottotitolato nella rassegna Mondovisioni che sta facendo tappa in diverse città. E le ragioni sono di stretta attualità visto che la narrazione si intreccia quasi subito con la vicenda che da Wikileaks, passando per Edward Snowden arriva al Datagate. Se la questione della raccolta dati attraverso il web è fin dall’inizio un tema puramente commerciale (si cita il caso di PizzaHut che, sull’orlo del fallimento, scoprì che poteva vendere a terzi i contatti dei suoi clienti), è con l’11 Settembre che c’è il salto di qualità. In tempi di emergenza ogni remora sulla privacy doveva venire meno. E quindi la nascita del Patriot Act e mandati illimitati alla Nsa. In questo clima cambiano anche le “terms and conditions” di soggetti come Google che comincia a dichiarare esplicitamente l’archiviazione e il trasferimento dei dati dei propri utenti, per esempio per quanto riguarda le ricerche, in caso di richieste esplicite dell’autorità giudiziaria. Insomma una convergenza tra interessi del governo e quelli dei giganti della Silicon Valley che avrebbe poi analizzato anche Carlo Formenti in “Mercanti di Futuro”.

Un processo “comunitario”?

Ma è con i social network che la raccolta dati degli utenti ha un’accelerazione. Dal 2009 in poi quasi 150 milioni di utenti Facebook in tutto il mondo che cominciano a dichiarare i propri interessi in rete, diventano un boccone ghiotto per la nuova frontiera della pubblicità alla ricerca di profili sui quali ritagliare la propria offerta. Per Mark Zuckerberg era un processo “comunitario”, la voglia di condividere e rimanere in contatto con amici e persone affini. Eppure perfino in Italia uscivano articoli su come si sarebbe potuto utilizzare tutto questo per fini commerciali come aveva esplicitamente raccontato la sorella di Zuckerberg, Randi al forum economico di Davos del 2009. E a poco sono servite le proteste per le periodiche modifiche di questi contratti che rendevano ancora più insicura la privacy su Facebook. Nel documentario si racconta di quella che nel 2009 trasformava in una notte i dati sensibili di molti profili da privati a pubblici. Quello che però manca nel documentario è che Facebook stessa, che rimane pur sempre una impresa, fece anche una consultazione pubblica che non raggiunse il quorum, segno che per molti utenti di allora era di gran lunga meno importante il tema della privacy rispetto alla possibilità di poter usufruire di uno strumento per tenersi in contatto con le proprie reti di relazioni ed interessi, che sarebbe rimasto “per sempre gratuito” come tutt’ora recita la home page di Facebook.

La stessa cosa su fatta l’anno successivo da Google per unire i dati che provenivano dai video visti su youtube, le ricerche fatte ed i contentuti delle email ricevute. Ma non c’era in ballo sono una questione economica. Anche le agenzie governative avevano il loro tornaconto. Nel video vengono riportate le testuali parole di Christopher Sartinsky della Cia che dopo anni di monitoraggio segreto si stupiva di quante persone usassero quei social netowork per divulgare convinzioni politiche, religiose, cerchie di amici, interessi, ecc. E gli effetti non tardarono ad arrivare. Leigh Bryan dalla Gran Bretagna trattenuto per cinque ore al suo arrivo negli Usa per poi essere espulso a causa un un tweet scherzoso dove annunciava a suoi amici che avrebbe “distrutto l’America”. Oppure Joe Lippari che su Facebook cita Fight Club (senza dichiaralo) scrivendo “Armalite AR-10” e poche ore dopo si trova l’antiterrorismo alla porta. O ancora, più grave, Amy Cutler fermata perché aveva annunciato via social network proteste contro l’oneroso sposalizio reale in Inghilterra e il “potenziale disturbo della quiete pubblica”. “Terms and Conditions May Apply” negli Usa ha avuto almento un pregio: è stato uno dei contributi pubblici nella direzione della riforma della Nsa. Cullen Hoback lo ha spiegato più di recente a “The Guardian”. Riforma che, alla fine Obama, ha annunciata poco tempo fa in un discorso che però, come ha sottolineato in Italia Fabio Chiusi, si presta a molte critiche.

Il peso delle nuvole

Per capire, però, quali siano quali sono i possibili scenari futuri ed immaginare qualche alternativa è utile ragionare su un paio di elementi di contesto. Il primo è il cosiddetto “cloud computing”. L’abbiamo sentito spesso per spiegare che molti dei servizi che utilizziamo oggi sono “in una nuvola”. Detto più semplicemente significa che se vogliamo poter accedere alla nostra posta o al nostro account Facebook in qualunque posto ci troviamo, da qualunque “schermo” (computer, tablet o smartphone) ed in qualunque condizione (da connessione fissa o in mobilità), ci vuole un apparato fatto di computer di una certa potenza (i famosi server), collegati tra loro, che condividono un unico archivio dove finiranno i nostri dati. E a dispetto dell’etereità del termine qui di leggero c’è davvero poco. In un report del 2011 intitolato “How dirty is your data?”, Greenpeace ha calcolato che i cosiddetti “data center” nei quali risiedono fisicamente queste “cloud” assorbono circa l’1,5-2% dell’elettricità mondiale, pari al 2% delle emissioni di anidride carbonica mondiale con tassi di crescita del 12% annui. Risorse energetiche che dipendono in massima parte da carbone e nucleare e per questo Greenpeace ne ha fatto una campagna chiedono l’utilizzo di fonti rinnovabili. E non a caso visto che parliamo di qualcosa come 509.147 “data center” in giro per il mondo, che occupano circa 26.5 milioni di metri quadrati equivalenti di 5.955 campi da football (l’equivalente di 5.300 “italici” campi da calcio). Una montagna di hardware e di tecnologia che serve a gestire numeri impressionanti. Cioé il secono concetto: i “big data”. Ovvero l’archiviazione e la registrazione di dati e operazioni che quotidianamente gli utenti di questi servizi fanno. Solo per il 2012 si è calcolato che ogni giorno nella rete mondiale sono stati consumati dati per 168 milioni di Dvd, sono stati postati 532 milioni di “status” su Facebook e 2 milioni di artili nei blog, sono stati caricati 864.000 ore si video su Youtube e 250 milioni di foto su Facebook. Chi vuole un esempio in tempo reale può cliccare qui. I “big data” oggi servono a fare analisi sul commercio elettronico (li usa molto Amazon per esempio per darci “consigli per gli acquisti”), per fare sondaggi politici utilizzando le cose che scriviamo su Twitter o Facebook, sulla “produttività per le aziende”, nella gestione delle cosiddette “smart city” (le città “intelligenti”) e perfino in campo sanitario. C’è un esempio che viene spesso citato per quest’ultimo caso. Nel 1854 il medico inglese John Snow ebbe l’intuizione che per debellare l’epidemia di colera che si diffondeva a Londra attraverso l’acquedotto poteva censire i casi quartiere per quartiere e intervenire dove c’era il numero più alto. Nel 2010 Rhiza e Google collaborano insieme sulla cosiddetta epidemia dell’H1N1 (l’influenza suina) analizzando in tutto il mondo 45 stringhe digitate sul noto motore di ricerca riguardanti spiegazioni o medicine per i sintomi di una probabile malattia associata a quell’influenza. Ne è nata una mappa interattiva che aveva lo scopo di predire come si sarebbe diffusa l’influenza. Iniziativa che era evidentemente interessata visto che Rhiza produceva anche il vaccino. Del resto, come ha spiegato di recente anche Edward Snowden, anche la Nsa e le altre agenzie in giro per il mondo si sono interessate a questo mondo e all’archiazione e schedatura indiscriminata perché sostanzialmente “le nuove tecnologie l’hanno reso facile e poco costoso”.

La diffusione di questo documentario in Italia può dare l’opportunità di aprire il dibattito su un paio di questioni generalmente sotto traccia. La prima è l’utilizzo dei social network nelle indagini di polizia. L’unica notizia in questo senso fu data dall’Espresso che ha sostenuto la possibilià da parte degli organi inquirenti di entrare nei profili delle persone senza mandato. Notizia prima smentita, e poi ribadita con ulteriori prove dall’Espresso stesso. La seconda è che la vicenda del datagate in Europa sta producendo anche qualche reazione a livello istituzionale. Ad esempio grazie ad una recente direttiva recepita anche dal nostro garante, ora i famosi “cookie” che memorizzano i nostri dati personali devono essere accettati esplicitamente dagli utenti che si collegano in Italia. E sempre a proposito di datagate e Italia c’è da segnalare l’ottimo lavoro di Fabio Chiusi, “Grazie Mr. Snowden”, un ebook scaricabile liberamente che fa un po’ il punto della questione e nell’ultima parte analizza l’impatto sul nostro paese. Chiusi, insieme a Carola Frediani, sono due giornalisti che hanno seguito con più attenzione e precisione la vicenda qui da noi.

Gli algoritmi decidono per noi

Le altre considerazioni sono state affrontate in varie forme in diversi saggi usciti negli ultimi anni. Per esempio c’è l’ottimo lavoro del collettivo Ippolita.net che prima con “Luci e ombre di Google” e poi con “L’acquario di Facebook” ha analizzato i modi con i quali questi sistemi ci chiedono sostanzialmente la “massima trasparenza”, di mettere tutto online senza remore e senza preoccuparci di rischi e conseguenza, facendo leva su una sorta di narcisismo globalizzato. Ancora, Eli Pariser nel “Il Filtro. Quello che internet ci nasconde” ha analizzato il problema delle bolle. Detto altrimenti significa che grazie (o per colpa) dei big data le informazioni che ci arrivano dai motori di ricerca e dai social network vengono debitamente filtrate dal algoritmi che decidono per noi cosa è utile leggere e cosa no con la scusa di evitarci un “overload informativo” (troppe informazioni che non potremmo gestire e che ci fanno perdere tempo). I problema è che così perdiamo la possibilià di approfondire cose di nostro interesse che non vengono considerate dagli algoritmi che fanno analisi sui nostri interessi e su quelli delle persone con le quali siamo in collegamento. La riflessione che fa Stefano Rodotà in “Il diritto ad avere diritti” ne è la conseguenza lanciando questo allarme: “Nella società globalizzata 2.0, in cui la sofisticazione della proliferazione delle attività in rete ha raggiunto livelli pressoché trasversali, il rischio più grande che si può concretizzare è quello che vede costruire identità personali totalmente sottratte alla libertà delle persone. Già ora non sei più quello che dici di essere, ma sei quello che Google dice di te”.

L’ultima questione, forse la più importante, riguarda la classica domanda: ma ci sono alternative? Una riflessione di questo tipo è aperta da tempo e viene generalmente affrontata in contesti come hackmeeting e dintorni. Quello che c’è di certo è che le rivelazioni di Snowden e il relativo datagate hanno fatto luce su alcune questioni che riguardano molto da vicino la vita delle persone. Per esempio negli Usa la Eff ha ragionato sul fatto che sarebbe ora di investire su sistemi decentrati che permettono un controllo più attento dei dati delle persone e sistemi di criptografia che assicurano la loro integrità digitale. All’ultimo Linux Day di Bologna, uno degli esponenti italiani più influenti della comunità del software libero, Stefano Zacchiroli, ha ribadito lo stesso concetto unitamente all’importanza di utilizzare strumenti del quale conosciamo il codice e quindi il comportamento, evitando che raccolgano e diffondano dati su di noi a nostra insaputa. In questa direzione va anche il sito Prism-Break che fornisce ottime soluzioni “open” anche a chi usa Apple, Windows o un cellulare Android. Insomma se il moderno web 2.0 è una forma di consumo, è tempo che si cominci a ragionare anche qui di “consumo critico”. E di relativi diritti.

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