Lamiere.
La letteratura tra fabbrica e città.
Studi sul Romanzo Industriale in Italia
a cura di Gianmarco Pisa

Ad Est dell'Equatore 2012

prefazione Stefano Mollica, 
post-fazione Giuseppe Zollo
contributi di: Gianni De Falco e Ugo Marani, Pino De Stasio, Vincenzo Esposito, Christian Gemei, Matteo Palumbo, Silvio Perrella, Marco Viscardi


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Lamiere. La letteratura tra fabbrica e città – a cura di Gianmarco Pisa
di Luciano Bianciardi

Presentazione di Gianmarco Pisa.

Raccontare della letteratura e dell’industria, provare a sciogliere il nodo del rapporto tra la rappresentazione letteraria e la produzione industriale o, meglio, della rappresentazione letteraria del mondo della fabbrica, e farlo, in definitiva, nella cornice di un’analisi critica, scientifica ma non specialistica, non è un cimento di poco conto. L’impegno intellettuale che ne consegue esige di approfondire la lettura dei testi narrativi e dei saggi critici, di affrontare la prova della ri-costruzione epistemologica del testo letterario e, non meno importante, di sbrogliare la matassa di una letteratura critica, che passa attraverso le monografie, le riviste e gli interventi tematici, di cui non solo non esiste un’organica ri-costruzione critico-bibliografica, ma della quale soprattutto non si rinviene un’eco nell’attualità.Basti ricordare pochi esempi, tra quelli su cui le pagine seguenti ampiamente si soffermeranno: “Il Politecnico” a partire dal 1945, l’“Almanacco Letterario Bompiani”, “Delta”, inaugurata nella sua nuova serie nel 1952, “Il Verri”, “Il Menabò”, in particolare con i fondamentali monografici n. 4 del 1961 (“Letteratura e Industria”) e n. 5 del 1962 (che ne prosegue la riflessione con ulteriori contributi), “Paragone” e “Aut-Aut”, “Il Dramma” e “Sipario” a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, passando per le riviste aziendali, segnatamente la “Civiltà delle Macchine”di Finmeccanica, “Il Gatto Selvatico” dell’ENI, la rivista della “Pirelli”, probabilmente la più esemplare nella sua parabola storico-culturale, che non a caso, dipanandosi tra il 1948 della ri-costruzione post-bellica e il 1972 della transizione taylorista, finisce quasi per testimoniare simbolicamente il passaggio da una fase alla successiva dello sviluppo industriale e, di conseguenza, da un motivo ad un altro della storia del rapporto tra letteratura e industria nel nostro Paese. 
L’excursus delle riviste - e della tematica industriale all’interno delle monografie letterarie - colloca alcune pietre miliari nella riflessione storico-critica dedicata alla letteratura industriale in Italia: il ritardo e l’originalità che accompagnano la comparsa della tematica industriale ed operaia nella materia narrativa che sostanzia il panorama letterario; l’impatto e la carica figurativa che ne contrassegnano la parabola, alternando immagini grottesche da mondo infero e macchina infernale a proiezioni palingenetiche di riscossa e riscatto attraverso il lavoro (il lavoro industriale in quanto lavoro produttivo e paradigma dell’avvento della tecnica all’orizzonte della civiltà del contado); infine, il carattere storico e l’aderenza sociale di tale parabola, che in parte proietta sul piano sovra-strutturale della trasposizione per immagini la voga di un contesto storico-sociale e dall’altra ne segue l’avvento, la maturazione e la degenerazione, in un arco che delinea il cono d’ombra di un’attualità che nasce con gli anni Cinquanta del boom economico e finisce con gli anni Ottanta della transizione neo-liberista, perfino, da alcuni, definita “post-industriale”. 
In questo contrassegno spazio-temporale, sono gli stessi capolavori a determinare il carattere del rapporto tra lettere e fabbrica ed a designare i cosiddetti “passaggi di fase”. Per quanto originale, non è azzardata la scansione crono-concettuale in tre generazioni della letteratura industriale in Italia che le pagine seguenti intendono definire: una prima generazione inaugurata dai Tre Operai di Carlo Bernari nel 1934 e giunta a maturazione con le esperienze narrative della ri-costruzione post-bellica, dalle Cronache di Poveri Amanti (1947) di Vasco Pratolini alla “Trilogia di Vigevano” di Lucio Mastronardi; una seconda generazione, animata dalla cosiddetta «corrente olivettiana», in cui giungono a piena maturità espressiva e stilistica i temi e le forme della narrativa industriale, soprattutto grazie a capolavori quali Donnarumma all’assalto (1959) di Ottiero Ottieri, Memoriale (1962) di Paolo Volponi, Il Padrone (1965) di Goffredo Parise; infine una terza generazione, in cui vengono a galla le ansie della transizione e si definiscono i contorni di un “crepuscolarismo industriale” ancora capace di prove altissime, sia in “positivo” (La Chiave a Stella di Primo Levi nel 1979), sia in “negativo” (Cordiali Saluti di Andrea Bajani nel 2005), a seconda che il lavoro venga “vissuto” come istanza di costruzione del mondo o “subito” come ingranaggio asettico, spersonalizzante e precario (spersonalizzante in quanto precario). 
La ri-costruzione storico-critica che ne deriva viene a rappresentare un itinerario letterario e più complessivamente intellettuale di altissimo momento nel contesto della produzione culturale del Novecento e ad approfondire un segmento, spesso dimenticato o mis-conosciuto, tuttavia significativo e ricchissimo, nella storia della letteratura italiana, segnalando il filone della letteratura industriale nel suo statuto (semantico ed espressivo) specifico ed autonomo ed indicando alcune ipotesi di ricerca funzionali alla ri-definizione di una temperie storico-genealogica ed alla profilatura di un panorama storico-culturale colto nella sua portata più complessiva. Il tutto, secondo le intenzioni degli Autori e dell’Editore, nella forma di un “itinerario” più che in quella di un “sistema”, concepito nel contesto di una “comunità intellettuale” ed alimentato da un’autentica “coralità pluralistica” di idee e di suggestioni che le pagine che seguono, a loro volta, confidano di concorrere ad arricchire e stimolare.

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Lamiere. La letteratura tra fabbrica e città – a cura di Gianmarco Pisa
di Luciano Bianciardi

“Quando leggi un bel libro non fuggi dalla vita, ma ti ci immergi più in profondità”. Questa affermazione dello scrittore Julian Barnes è specialmente valida se leggiamo un romanzo appartenente al sottogenere della letteratura industriale, una narrativa costituita da testi che nel corso del Novecento si sono confrontati direttamente con la pervasiva affermazione dell’industria e dell’industrializzazione nella società.

Leggendo i diversi saggi del volume collettivo Lamiere. La letteratura tra fabbrica e città, a cura di Gianmarco Pisa (editoriale Ad est dell’equatore) si intraprende un itinerario ricco di spunti di riflessione e di suggerimenti di letture sul romanzo industriale tra autori quali Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Luciano Bianciardi e Primo Levi che con le loro opere ci immergono a forza nella vita, raccontandoci l’irrealtà e l’alienazione del lavoro operaio e della fabbrica industriale negli anni del boom economico, della ricostruzione postbellica e dell’industrializzazione.

Notevoli, tra i diversi contributi, i due saggi del curatore del volume, Gianmarco Pisa. Nel primo Pisa proprone una accurata ed approfondita analisi diretta a delimitare e definire gli ambiti propri della letteratura industriale, marcatamente segnati dalla critica sociale e dall’antagonismo di classe (con interessanti riferimenti alla letteratura americana ed europea).

Il secondo saggio è dedicato ad  una panoramica degli approcci critici sul tema e propone una originale e suggestiva conclusione dove il romanzo industriale viene definito come “dispositivo” ricorrendo alla categoria foucaltiana delle istituzioni totali tra le quali rientra la fabbrica.

A questa interpretazione fortemente ideologizzata secondo categorie funzionali di tipo marxiano proposta da Gianmarco Pisa, si contrappone in qualche modo la prospettiva di lettura del romanzo industriale fatta da Silvio Perrella.

Nel suo saggio conclusivo Perrella precisa che “non esiste uno scrittore che sia specializzato in specializzato in letteratura industriale, dunque probabilmente la letteratura industriale in quanto tale non esiste” proponendo una acuta riflessione sul “tasso di irrealtà” che si annida nei romanzi industriali e all’interno delle strutture sociali nelle quali si riflette l’ordine della cultura indutriale e proponendo, infine, di ricondurre i romanzi industriali in una “costellazione” di opere letterarie, piuttosto che in genere ben delimitato, che insieme siano strumento di conoscenza storico e letterario.

I meriti del contributo di Vincenzo Esposito al volume sono quattro: aver ricondotto  l’attenzione del lettore alle caratteristiche dell’industrializzazione italiana; soffermarsi sui contenuti peculiari del progetto industriale, culturale, sociale ma anche politico di Adriano Olivetti che, seppur incompiuto, ha fortemente influenzato la letteratura industriale in Italia; aver inserito giustamente e di diritto il fumetto Gasparazzo nella letteratura industriale (grazie!) e, infine, quello di aver saputo definire la conclusione della parabola della letteratura industriale così come l’abbiamo conosciuta e di segnalare l’urgenza di riprendere la riflessione, letteraria o meno che sia, sull’attuale dimensione del lavoro industriale.


Il brevissimo saggio di Giuseppe Zollo (che più ha richiesto alla mia matita di sottolineare!) è essenziale e necessario al volume perchè propone una riflessione appropriata sul senso e sul valore del lavoro nella società industrializzata, sullo scontro che la letteratura industriale registra tra il disegno assolutista della grande fabbrica e l’irriducibile complessità della natura umana.

Scrive Zollo:

“Produrrà anche la felicità? Produrrà anche la ricchezza spirituale? Darà la serenità? Costruirà la comunità? Insomma, darà un senso alla vita nella sua interezza? Oppure lascia un residuo, un territorio interstiziale più aggrovigliato e più disordinato di prima? Sono queste le domande che la letteratura del Novecento si pone allorchè cerca di capire chi è l’uomo inserito nella realtà della fabbrica”.

A queste domande aggiungo gli interrogativi che formulava già nel 1937  Lanza del Vasto (1901-1971), filosofo, poeta, pacifista, fondatore della Comunità dell’Arca:

“Se è vero che le macchine servono a risparmiare fatica, come spiegare che quando più imperano le macchine tanto più la gente accorre affaccendata, aggiogata a lavori ingrati, frammentari, incalzata dal ritmo stesso delle macchine, sottoposta a fatiche che logorano l’uomo, lo soffocano, l’annoiano, lo sgomentano?

Se è vero che le macchine favoriscono il benessere, come mai là dove esse imperano cresce a misura la più sordida e sconsolante miseria? Come mai se producono abbondanza, non riescono a dare soddisfazione?”

(da Pellegrinaggio alle sorgenti, pag. 91)

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