Originale: The Guardian
http://znetitaly.altervista.org
30 dicembre 2013

Ho lavorato al programma statunitense dei droni. Il pubblico deve sapere.
di Heather Linebaugh
traduzione di Giuseppe Volpe

Ogni volta che leggo commenti di politici che difendono il programma dei velivoli telecomandati Predator e Reaper – noti anche come droni – vorrei poter porre loro alcune domande.  Comincerei con: “Quanti donne e bambini avete visto inceneriti da un missile Hellfire?” E: “Quanti uomini avete visto trascinarsi attraverso un campo cercando di arrivare all’abitato più vicino in cerca di aiuto, sanguinando dalle gambe asportate?” O anche, più chiaramente: “Quanti soldati avete visto morire sul lato di una strada in Afghanistan perché i nostri UAV [‘unmanned aerial vehicles’ – velivoli senza equipaggio – n.d.t.] più precisi che mai non erano stati in grado di identificare un IED [improvised explosive device – congegno esplosivo improvvisato – n.d.t.] che attendeva il loro convoglio?”

Pochi tra questi politici che così sfacciatamente vantano i vantaggi dei droni hanno un’idea reale di cosa effettivamente succede. Io, d’altro canto, ho visto di persona queste immagini orribili.

Conoscevo i nomi di alcuni dei giovani soldati che vedevo dissanguarsi a morte sul lato di una strada. Ho visto dozzine di maschi in età da militare morire in Afghanistan, in campi vuoti, sulle rive di fiumi e alcuni appena fuori da un edificio dove la loro famiglia aspettava il loro ritorno dalla moschea.

I militari statunitensi e britannici insistono nell’affermare che questo è un programma esperto, ma mi incuriosisce il fatto che sentano il bisogno di trasmettere informazioni viziate, poche o nessuna statistica sui morti civili e contorti rapporti tecnologici sulle capacità dei nostri UAV. Questi specifici incidenti non sono isolati, e la percentuale di vittime civili non è cambiata, nonostante quanto ai nostri rappresentanti dell’esercito può piacere di raccontarci.

Quello che il pubblico deve capire è che il video fornito da un drone normalmente non è sufficientemente chiaro da identificare qualcuno che porta un’arma, anche un giorno limpido con poche nuvole e una luce perfetta. Questo rende incredibilmente difficile anche ai migliori analisti capire se qualcuno ha sicuramente armi. Viene in mente un esempio: “Il flusso è così sfocato; e se invece di un’arma fosse una pala?” Ho avvertito costantemente questa confusione, così come l’hanno avvertita i miei colleghi analisti degli UAV. Ci chiediamo sempre se abbiamo ucciso la persona giusta, se abbiamo messo in pericolo la gente sbagliata, se abbiamo distrutto la vita di un civile innocente tutto a causa di un’immagine o di un’angolazione cattiva.

E’ anche importante che il pubblico capisca che ci sono esseri umani che manovrano questi UAV e ne analizzano le informazioni. Lo so perché sono stata una di loro e nulla può preparare a una routine quasi quotidiana di missioni di combattimento di sorveglianza aerea su una zona di guerra. I promotori degli UAV affermano che i soldati che fanno questo genere di lavoro non sono colpiti dall’osservare questo combattimento perché non sono direttamente in pericolo fisico.

Ma ecco come stanno le cose: io possono non essere stata sul terreno in Afghanistan, ma ho osservato in grande dettaglio parti del conflitto per giorni interminabili. So ciò che si prova quando qualcuno muore. Raccapricciante è un aggettivo troppo debole. E quando si è esposti a questo in continuazione diventa come un piccolo video, incorporato nella tua testa, che si replica eternamente, causando una sofferenza psicologica e un dolore che sperabilmente molti non sperimenteranno mai. I soldati addetti agli UAV sono vittime non solo dei ricordi ossessivi che portano in sé da questo lavoro, ma anche del senso di colpa di essere sempre un po’ insicuri a proposito di quanto accurate siano state le loro conferme di armi o le loro identificazioni di individui ostili.

Naturalmente siamo addestrati a non provare questi sentimenti, e li combattiamo, e diventiamo amareggiati. Alcuni soldati cercano aiuto in cliniche della salute mentale offerte dall’esercito, ma abbiamo dei limiti riguardo a con chi e dove possiamo parlare, a causa della segretezza delle nostre missioni. Trovo interessante che le statistiche dei suicidi in questo settore di carriere non siano diffuse, né che lo siano i dati su quanti soldati che lavorano in posizioni UAV siano pesantemente curati con medicinali contro la depressione, i disturbi del sonno o l’ansia.

Recentemente il Guardian ha ospitato un corsivo del segretario di stato inglese alla difesa Philip Hammond. Vorrei potergli parlare dei due amici e colleghi che ho perso, nel giro di un anno dall’aver lasciato l’esercito, perché suicidi. Sono sicura che non è stato informato di questo piccolo particolare del programma segreto degli UAV, altrimenti sicuramente esaminerebbe con maggiore attenzione la portata completa del programma, prima di difenderlo di nuovo.

Gli UAV in Medio Oriente sono usati come arma, non come protezione, e fintanto che il nostro pubblico resta ignorante di ciò, questa grave minaccia alla sacralità della vita umana – in patria e all’estero – continuerà.


Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/i-worked-on-the-us-drone-program-the-public-should-know-what-really-goes-on-by-heather-linebaugh.html

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