Elogio della teoria della cospirazione

di Nicolas Bonnal

Un bello spirito del partito socialista, che lavora per la Fondazione Jaurés, cacciatore ed arrogante accusatore dei “cospi-razzisti” ha descritto recentemente con un rapporto redatto in uno stile da pezzenti, i membri della nebulosa cospiratrice che “minaccia la democrazia”, attraverso il mondo, i suoi imperi, e il suo esagono…

 

Complottismo e numeri da circo

di Massimo Mazzucco


Le grandi cospirazioni, hanno le gambe corte. Impossibile non scoprirle, troppe persone coinvolte.

Demolite con un’equazione le teorie ecoscettiche e anti-scientifiche sui complotti


Complotti e complottisti,
incapaci e servitori

di Eugenio Orso

La «théorie du complot», un concept inventé par les comploteurs pour anesthésier les cons

(La teoria del Complotto, un concetto inventato dai cospiratori per anestetizzare i coglioni)

par Mezri Haddad

Malgré l’insistance de la journaliste qui voulait absolument la réaliser il y a une année, cette interview a été censurée par un grand média tunisien. Et pour cause! Une année après, TS la publie dans son intégralité.

http://www.greenreport.it
16 aprile 2014

Like a rolling stone: come si diffonde una teoria del complotto e come fermarla

Dalle Torri Gemelle al cambiamento climatico, fino ad arrivare alla politica italiana: un viaggio tra i perché della cospirazione

di Luciano Canova

rinascita.eu
http://www.comedonchisciotte.org
Sabato, 06 ottobre

Alle Origini di un Complotto
di Umberto Bianchi

Che l’umanità abbia sempre avuto bisogno di favole, miti e narrazioni stravaganti per sognare, uscire fuori dalla realtà, o addirittura rifondare la realtà stessa all’insegna di nuovi parametri, è cosa risaputa ed antica. Ogni epoca possiede le proprie “Leggende metropolitane”. Una volta eroi, fate, gnomi e draghi si contendevano il proscenio.

Oggi in piena Tecno-Tronic Age a contendersi il proscenio dell’umana immaginazione sono gli UFO, i complotti, arcane suggestioni New Age e tant’altro. Fantasia dunque, sempre ed a bizzeffe; l’umanità, come dicevamo, ne ha sempre avuto bisogno.

Ma mai, come in questo momento, è tutto un esplodere di ricerche sulla coincidenza, sul segnale premonitore, sull’oscuro disegno, che gettano un’ombra inquietante sulle monotone ed oramai insufficienti certezze di un mondo messo apparentemente “in sicurezza” dai parametri del pensiero cartesiano che sorreggono il sistema-mondo occidentale.

E’ vero: lo squallore del capitalismo, il crescente disagio economico e sociale, ma anche il clamoroso fallimento delle narrazioni ideologiche materialiste del Novecento, hanno lasciato campo libero all’inusitato ritorno della narrazione mitica e favolistica in versione post moderna. Accanto a questa basilare constatazione, ve ne sta però un’altra, antica come il mondo, a fare da contrappeso: ovverosia che in ogni leggenda vi è un consistente fondo di verità.

Complotto. Termine che indica un’azione volta a mutare a proprio favore in modo occulto, e quindi tramite l’inganno, una determinata situazione, portata avanti da una o più persone. Il Complotto di cui trattiamo, essendo volto a modificare in modo innaturale ed ingiusto l’intero assetto dell’umana civiltà, non può non essere che il risultato dell’azione simultanea di più individui, ovverosia di un gruppo o più di persone (a meno di non voler credere che, come affermano taluni, alla testa del Complotto vi sia Satana in persona ma, in quel caso, entreremmo nel difficile ed opinabilissimo terreno minato del credo religioso e della metafisica, sic!).

Volendo altresì per ora escludere la mai provata, e dunque, più che fantasiosa presenza degli Alieni, non ci rimane che interrogarci ed analizzare quale può essere la natura dei gruppi di pressione, gli scopi e le modalità d’azione che starebbero alla base dell’eventuale complotto. Abbiamo già avuto modo, in un precedente saggio, di tratteggiare le origini e lo sviluppo delle varie società segrete, con particolare riguardo alla vicenda della massoneria. Diciamo allora, che quella delle società segrete è una vicenda connaturata alla nascita della civiltà umana. Nate sotto l’ombra protettrice dell’archetipo paterno del totem, sviluppatesi come profonda linea di demarcazione tra il piano ordinario e quello extra ordinario dell’esistenza, che permette una comprensione, e pertanto un dominio della realtà, che non può che esser riservato ad una ristretta cerchia o altresì una particolare classe di individui, esse inizialmente conoscono uno sviluppo tutto interno all’ambito religioso o per lo più filosofico, trasformandosi poi in veri e propri gruppi di pressione politico economica. Il primo esempio da annoverarsi tra questi casi è quello del pitagorismo, la cui espressione politica verrà brutalmente liquidata assieme al proprio fondatore, a seguito di una rivolta popolare in quel di Crotone.

Saltando da un’epoca all’altra, il Medioevo con la vicenda dei Templari rappresenterà un altro drammatico e significativo capitolo della storia delle società segrete. Ma, il vero salto di qualità sarà rappresentato dall’avvento dell’Era Moderna a cui farà seguito la graduale irruzione della sfera economica, nella vita delle varie società occidentali. Qui le società segrete, la cui matrice e derivazione saranno per lo più massoniche, conosceranno un vero e proprio salto di qualità: difatti all’avvento del pensiero illuminista e razionalista (che avvierà questa nuova fase della storia occidentale) accompagnata dalla fine del primato ecclesiastico sulla produzione del pensiero, farà da contraltare un ritorno alla grande dell’irrazionalismo in tutte le sue molteplici manifestazioni. Gruppi o società di ispirazione esoterica conosceranno pertanto un duplice destino. Da una parte, talune di esse rimarranno legate ad una sfera attinente alla propria ispirazione originale, quale cioè la riflessione sui simboli, la mera produzione intellettuale o l’azione magica svincolata da scopi attinenti alla realtà spicciola, mentre altri gruppi pur volendo a volte conservare quella mera apparenza di occulto cenacolo sapienziale, inizieranno a perseguire scopi e fini ben lontani da quelli per i quali erano originariamente sorti, legando in tal modo indissolubilmente, le proprie fortune a quelle della nascente economia capitalista.

Dagli Illuminati di Baviera alla Trilateral, dalla Skull and Bones alla P2, dagli strani ordini occulti rosacruciani sino ad arrivare ai gruppi senza volto degli sconosciuti superiori, controllori dell’alta finanza mondiale, vi sarebbe tutto un fiorire di lobby e gruppi di pressione più o meno occulti e tutti più o meno interessati al perseguimento di un complotto, volto ad assicurarsi il progressivo dominio sul mondo.

La domanda che a questo punto ci dobbiamo porre, è sulla natura del Complotto o dei Complotti, ovvero delle destabilizzanti azioni segrete, portate avanti dai vari gruppi di pressione di cui abbiamo sinora parlato. Va da sé che, trattandosi di una modalità di azione occulta, quelle che verranno qui svolte, saranno solo delle supposizioni corredate da alcune evidenze, nulla più. Passiamo ora ad illustrare brevemente quelli che del “Complotto” rappresentano gli aspetti ed i filoni più salienti.

Il complotto “ambientale”. “Guerra senza limiti” è il titolo di un libro pubblicato poco tempo fa, da Qiao Liang e Wang Xiansui, due colonnelli dell’esercito cinese che descrivono e prefigurano il preoccupante scenario di una predominanza globale geo strategica USA, determinata dal possesso di dispositivi militari in grado di provocare delle profonde alterazioni climatiche. Nel Gennaio 2003, il sito della “Pravda” ha ospitato l’articolo del deputato ucraino Yuri Solomatin, sulla presenza in Alaska di un impianto scientifico-militare, in grado di produrre alterazioni climatiche, insomma una vera e propria “arma meteorologica” che, se usata, potrebbe mettere in ginocchio le economie di interi paesi senza il bisogno di sprecare neanche un uomo in inutili e costose azioni belliche. HAARP sta per “High Frequency Active Auroral Research Program” ed è un impianto ufficialmente realizzato per lo studio della ionosfera e della magnetosfera, una vera e propria selva di antenne ad altissima frequenza, realizzata nel bel mezzo dell’impervia regione dell’Alaska. Studiare la ionosfera per migliorare le telecomunicazioni, ma anche sondare tramite le onde radio, il sottosuolo e scoprire eventuali bunker, ponti radio nemici e quant’altro. Nel 2002 i deputati della Duma Russa, hanno inutilmente richiesto all’ONU la messa al bando di questi esperimenti, prefigurandone quell’uso ben più pericoloso di cui abbiamo già parlato.

Altre fonti attribuiscono invece, la gran quantità dei disastri ambientali verificatisi nel Nord e nel Centro dell’Europa, allo scriteriato uso sperimentale da parte USA di HAARP. Lo stesso terremoto in Emilia Romagna, la strana persistenza di scosse sismiche dopo il “big one”, oltreché la natura poco sismica dell’area oggetto del sisma, ci pongono di fronte ad inquietanti interrogativi, corredati da strani antefatti. Ultimamente, per esempio, vari comitati locali di cittadini avevano protestato invano contro i trivellamenti indiscriminati operati per ricercare gas ed idrocarburi, in contiguità delle sottostanti faglie geologiche, segnalando la concreta pericolosità di tali operazioni. Stessa considerazione, vale per quanto attiene al disastro seguito al terribile evento sismico con epicentro nella sfortunata regione della centrale nucleare di Fukushima, disinvoltamente gestita da una società privata israeliana (sic!) Pure illazioni? Una cosa è certa: lo sviluppo e l’uso della tecnologia da troppo tempo oramai, non seguono più un fine meramente conoscitivo, a disposizione e beneficio del genere umano, bensì un fine perfettamente utilitaristico, al servizio di un ridotto numero di beneficiari, generalmente identificabili nei “padroni del vapore” dell’economia e della finanza.

Oggi, per esempio, si va tanto parlando di degrado dell’ecosistema, paventando soluzioni di cui si vorrebbe sottolineare la carica innovativa, dimentichi del fatto che, se si volesse, di soluzioni alternative se ne sarebbero presentate sin dagli inizi della vicenda del grandioso sviluppo tecnologico occidentale. Volete un esempio? Già agli inizi del Novecento, si era posta al mondo occidentale l’alternativa tra l’uso del motore a scoppio alimentato da idrocarburi e quello unicamente alimentato dall’energia elettrica. Se la successiva scelta ricadde sul primo, fu in gran parte per alimentare l’immenso mercato degli idrocarburi, dei cui giacimenti, allora, iniziava il serio sfruttamento da parte delle compagnie britanniche e nord americane. Una scelta che, sebbene dettata da mere motivazioni economiche, condizionò in modo dirompente la vita e lo sviluppo di un’intera civiltà. In termini temporali più recenti, tornando indietro solo di qualche anno, per esempio, un geniale ed improvvisato ricercatore veneto mostrò alle telecamere la sua geniale trovata, consistente in un marchingegno in grado di trasformare lo smog in carta. Meno eclatanti ma sicuramente dalla maggior applicazione nel concreto, i biocombustibili, i motori ad idrogeno, oppure l’applicazione della tecnologia dei micro conduttori alla erogazione e distribuzione energetica ad alto risparmio, questo senza voler considerare l’energia solare o, in dirittura d’arrivo, la fusione fredda o la già ventilata, ma mai considerata idea, di voler trarre energia elettrica dall’immenso serbatoio oceanico. Il tutto poi, senza voler privilegiare alcuno dei succitati sistemi, potrebbe avere come esito la creazione di un sistema di interazioni tecnologiche, in cui un sistema si alimenta o fruisce della tecnologia dell’altro.

Esiste poi tutta una letteratura sulle scoperte scientifiche in anticipo sui tempi di nascita ufficiali. L’automobile, l’aeroplano, il carro armato, il sommergibile ed altri prodotti dell’umano ingegno, avrebbero conosciuto nei secoli passati antesignani, prototipi, progetti e chissà quant’altro. Ancor più strano poi, il destino di certi filoni dell’indagine scientifica che, inizialmente accolti dai più rosei auspici, finiscono invece nel binario morto di un sospetto dimenticatoio. Il caso delle esplorazioni spaziali è, in questo, esemplificativo. Dalla metà degli anni Sessanta del secolo passato, all’esatto indomani del primo allunaggio, sembrò spalancarsi per l’intera umanità un’era di viaggi, esplorazioni e colonizzazione per quel che atteneva, quanto meno, il sistema solare, con tutti i suoi annessi in termini di nuovi spazi di sfruttamento di materie prime, stravolgenti innovazioni tecnologiche e via dicendo. D’improvviso, invece, sull’intera epopea spaziale calò il silenzio.

Mancanza di fondi, o qualcos’altro? Una specie di oscura ratio, di precognizione, sembra dominare l’inconscio collettivo, dunque. Scoperte, novità scientifiche, intuizioni, sembrano essere in gestazione con largo anticipo sui tempi di scoperta ufficiale, lasciandoci con una serie di inquietanti interrogativi senza una valida risposta. Se è pur vero che esistono tecnologie in grado di salvare l’ecosistema, o di curare malattie ad oggi ufficialmente incurabili (vedi la vicenda Di Bella con il cancro, sic!), grazie ad un uso “altro” della scienza che potrebbe imprimere una diversa direzione allo sviluppo globale, se tutto questo si può fare, quale è allora la ragione che lo impedisce e che sembra trascinare l’intera umanità verso il baratro senza fondo del dissesto climatico e dell’impoverimento globale? Qualcuno, per esempio, già azzarda l’ipotesi di nuove ed inedite vie di comunicazione per i trasporti marittimi, nel caso che la calotta polare artica dovesse sciogliersi, grazie all’effetto potenziato del riscaldamento globale su quella parte dell’emisfero. Un mondo sempre più povero potrebbe ancor più dipendere dai ricatti dell’economia finanziaria.

Ricatto economico, usura, sfruttamento sfrenato in cambio di cibo, aria pulita e magari quel pizzico di salute in più che non guasta mai…Pochi ricchi e molti, troppi poveri, omologati sotto l’unico asfissiante ed onnipresente marchio del liberal-liberismo globale: ecco dunque disvelarsi l’anima del complotto… Ma il complotto non si esplicita solamente nel disastro ambientale, ma in altre cento, mille, differenti modalità e situazioni. Si va dai complotti politici nazionali ed internazionali degli ultimi decenni ad altri più inquietanti ed intricati, che una volta forse potevano far sorridere ed oggi invece lo fanno molto meno. La magia usata per procurarsi potere sulle persone e sulle cose, a detta di certuni, per ottenere un effetto potenziato necessiterebbe di sacrifici umani e/o di riti di natura sessuale aventi per oggetto minori indifesi, meglio se di sesso maschile o, in subordine, l’uso di feticci consistenti in umori e liquidi sessuali o parti anatomiche dello stesso tipo. Né è una novità che certe disgustose pratiche omicide siano state una consuetudine presso taluni popoli semiti come i Fenici, che suolevano ardere vivi bambini al cospetto degli altari del dio Baal e di Moloch in quel di Cartagine, come, al pari, sembra che talune comunità ebraiche stanziali nell’Europa dell’Est, a detta di quanto scritto da Ariel Toaff, (figlio dell’ex rabbino di Roma Elio Toaff), abbiano praticato infanticidi rituali e quant’altro, forse proprio in virtù di un’impostazione cultuale propria di determinati gruppi etnici del Vicino Oriente. Questa potrebbe essere una delle ragioni in grado di spiegare i tanti misteriosi ed infami ratti di minori o di omicidi seriali apparentemente inspiegabili, quali quelli del mostro di Firenze, oppure quello della povera Melania Rea, a detta del magistrato Paolo Ferraro, vittima di un omicidio ordito da una setta massonico-militare interna alle Forze Armate. In questo caso si paventa addirittura lo scenario di sette che, a pieno servizio della NATO, adopererebbero tecniche di condizionamento mentale estremo, attraverso pratiche di natura sessuale, miranti al totale stravolgimento e condizionamento della psiche dell’adepto. Un caso sinistro che ci porta ad interrogarci sulla mai indagata vicenda del criminale macellaio norvegese Brejvik e sul genere di aiuti di cui costui potrebbe aver fruito e sulla natura dei condizionamenti che potrebbero aver fatto di un essere umano, una spaventosa macchina di morte. Tutte bugie? Mitomanie New Age? Fantasie della tarda modernità? A questo punto, sic stantibus rebus, non ce la sentiamo di provare più alcuna certezza. Un fatto è però certo.

I vari gruppi che portano avanti il progetto mondialista, in qualunque veste agiscano (logge, club, ordini, lobby e, chi più ne ha più ne metta…) pur di arrivare ai propri scopi, sarebbero capaci di tutto, senza andare tanto per il sottile. Inquinare, uccidere, stuprare, usando, magari, chissà quali forme di arcana conoscenza per arrivare a modificare e rivoltare la realtà per il proprio personale tornaconto, non lasciando nulla di intentato. Senza dimenticare che, molto spesso, nella lunga vicenda umana, le peggiori fantasie non hanno saputo eguagliare le più terribili realtà.


Fontre: www.rinascita.eu

Link: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=15991 12.07.2012

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http://www.libreidee.org
28/11/13

Ma il vero complottismo è quello della verità ufficiale

Per anni, i custodi della verità ufficiale hanno bollato come “fanatico cospirazionista” chi osava sostenere che il leader dei palestinesi Yasser Arafat fosse stato assassinato. Oggi l’autopsia rivela che Arafat è stato quasi certamente avvelenato col polonio-210, la stessa sostanza radioattiva che nel 2006 causò la morte della spia Alexandr Litvinenko. Le stesse persone che deridevano i “complottisti” pronti ad accusare Israele per la morte di Arafat non ebbero invece esitazioni sul caso Litvinenko: giustiziato da Putin, conclusero, ovviamente senza uno straccio di prova. Questi due casi, osserva Neil Clark, dimostrano che ci sono teorie del complotto “ufficialmente approvate”, e teorie del complotto che non godono di un simile beneplacito: etichettare qualcuno come “complottista”, da parte dei difensori delle verità ufficiali dell’Occidente, non ha niente a che vedere con la presenza di prove reali. «Definire qualcuno un “complottista” è la loro modalità operativa standard per dichiarare che una certa persona deve essere isolata». E’ il modo migliore soffocare il dibattito e spegnere il dissenso, alla faccia della libertà d’opinione.

Non c’è maggior complottista dell’élite occidentale, scrive Clark in un intervento su “Rt” ripreso da “Megachip”. Obiettivo: ingannare l’opinione pubblica, che tende a fidarsi della narrazione dominante dell’establishment. Negli ultimi vent’anni, sono proprio i custodi della verità ufficiale ad aver barato in modo sistematico, e con conseguenze sanguinose come il mezzo milione di morti inflitto all’Iraq, attaccato nel 2003 con l’alibi – inventato – delle armi di distruzione di massa di Saddam. Dieci anni dopo, ecco la replica in Siria: gli stessi “guardiani della verità” hanno accusato Assad di aver bombardato la popolazione della capitale con gas tossici, a due passi dagli ispettori Onu appena arrivati in città. Prove? Inesistenti. E anche “inutili”, dopotutto, se il bersaglio sta dalla parte “sbagliata”: i media mainstream abboccano (o obbediscono, a seconda delle interpretazioni) e il gioco è fatto: l’indiziato diventa colpevole, di fronte al tribunale mediatico occidentale. E’ un gioco al massacro che si ripete identico: contro Hugo Chávez in Venezuela e contro Mahmoud Ahmadinejad in Iran, accusati entrambi di aver truccato i risultati elettorali. E le prove? Le ha pretese a gran voce un commentatore come Stephen Hildon, ma nessuno gli ha ancora risposto.

«Quando il paese in discussione è un “nemico ufficiale”, non servono prove per fare delle affermazioni contro di esso», scrive Clark. «Non serve nemmeno che le affermazioni siano logiche». Esempio: se Bush e Blair avessero sinceramente ritenuto che l’Iraq possedesse armi nucleari, come avrebbero potuto attaccarlo in modo così imprudente? Il medesimo senso comune «ci dice anche che sarebbe stata pura follia, da parte del governo siriano, lanciare un esteso attacco chimico nei pressi di Damasco proprio mentre gli ispettori dell’Onu si trovavano in città, e mentre i falchi a favore del conflitto in Occidente non aspettavano che un qualunque pretesto per lanciare un attacco militare nel paese. E tuttavia ci si aspetta ancora che noi ci si beva queste teorie, nonostante la mancanza di prove ed il fatto che siano del tutto prive di senso». Al contrario, se il paese sotto osservazione è un paese occidentale o un alleato dell’Occidente come Israele, chiunque lo critichi viene immediatamente isolato come “complottista”, anche se si basa su fatti accertati e rispondenti a una logica ragionevole. «Se state cercando di trovare delle strampalate teorie del complotto – conclude Clark – l’esperienza degli ultimi vent’anni ci dice che il posto migliore in cui trovarle non è sul web o sui media “alternativi”, ma nelle voci (e nelle penne) degli stessi guardiani della verità ufficiale».

Per anni, i custodi della verità ufficiale hanno bollato come “fanatico cospirazionista” chi osava sostenere che il leader dei palestinesi Yasser Arafat fosse stato assassinato. Oggi l’autopsia rivela che Arafat è stato quasi certamente avvelenato col polonio-210, la stessa sostanza radioattiva che nel 2006 causò la morte della spia Alexandr Litvinenko. Le stesse persone che deridevano i “complottisti” pronti ad accusare Israele per la morte di Arafat non ebbero invece esitazioni sul caso Litvinenko: giustiziato da Putin, conclusero, ovviamente senza uno straccio di prova. Questi due casi, osserva Neil Clark, dimostrano che ci sono teorie del complotto “ufficialmente approvate”, e teorie del complotto che non godono di un simile beneplacito: etichettare qualcuno come “complottista”, da parte dei difensori delle verità ufficiali dell’Occidente, non ha niente a che vedere con la presenza di prove reali. «Definire qualcuno un “complottista” è la loro modalità operativa standard per dichiarare che una certa persona deve essere isolata». E’ il modo migliore soffocare il dibattito e spegnere il dissenso, alla faccia della libertà d’opinione.

Non c’è maggior complottista dell’élite occidentale, scrive Clark in un intervento su “Rt” ripreso da “Megachip”. Obiettivo: ingannare l’opinione pubblica, che tende a fidarsi della narrazione dominante dell’establishment. Negli ultimi vent’anni, sono proprio i custodi della verità ufficiale ad aver barato in modo sistematico, e con conseguenze sanguinose come il mezzo milione di morti inflitto all’Iraq, attaccato nel 2003 con l’alibi – inventato – delle armi di distruzione di massa di Saddam. Dieci anni dopo, ecco la replica in Siria: gli stessi “guardiani della verità” hanno accusato Assad di aver bombardato la popolazione della capitale con gas tossici, a due passi dagli ispettori Onu appena arrivati in città. Prove? Inesistenti. E anche “inutili”, dopotutto, se il bersaglio sta dalla parte “sbagliata”: i media mainstream abboccano (o obbediscono, a seconda delle interpretazioni) e il gioco è fatto: l’indiziato diventa colpevole, di fronte al tribunale mediatico occidentale. E’ un gioco al massacro che si ripete identico: contro Hugo Chávez in Venezuela e contro Mahmoud Ahmadinejad in Iran, accusati entrambi di aver truccato i risultati elettorali. E le prove? Le ha pretese a gran voce un commentatore come Stephen Hildon, ma nessuno gli ha ancora risposto.

«Quando il paese in discussione è un “nemico ufficiale”, non servono prove per fare delle affermazioni contro di esso», scrive Clark. «Non serve nemmeno che le affermazioni siano logiche». Esempio: se Bush e Blair avessero sinceramente ritenuto che l’Iraq possedesse armi nucleari, come avrebbero potuto attaccarlo in modo così imprudente? Il medesimo senso comune «ci dice anche che sarebbe stata pura follia, da parte del governo siriano, lanciare un esteso attacco chimico nei pressi di Damasco proprio mentre gli ispettori dell’Onu si trovavano in città, e mentre i falchi a favore del conflitto in Occidente non aspettavano che un qualunque pretesto per lanciare un attacco militare nel paese. E tuttavia ci si aspetta ancora che noi ci si beva queste teorie, nonostante la mancanza di prove ed il fatto che siano del tutto prive di senso». Al contrario, se il paese sotto osservazione è un paese occidentale o un alleato dell’Occidente come Israele, chiunque lo critichi viene immediatamente isolato come “complottista”, anche se si basa su fatti accertati e rispondenti a una logica ragionevole. «Se state cercando di trovare delle strampalate teorie del complotto – conclude Clark – l’esperienza degli ultimi vent’anni ci dice che il posto migliore in cui trovarle non è sul web o sui media “alternativi”, ma nelle voci (e nelle penne) degli stessi guardiani della verità ufficiale».

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http://www.informarexresistere.fr
12 ottobre 2012.

La perniciosa influenza planetaria delle fondazioni e think tank degli Stati Uniti
a cura di Stefano Fait

Le fondazioni…esercitano un’influenza corrosiva sulla società democratica; rappresentano concentrazioni di potere e ricchezza relativamente incontrollate e che non devono rispondere delle proprie azioni, che comprano i talenti, promuovono cause e, di fatto, determinano che cosa meriti l’attenzione della società…un sistema che…ha operato a svantaggio degli interessi delle minoranze, dei lavoratori e dei popoli del Terzo Mondo

Robert F. Arnove, “Philanthropy and Cultural Imperialism. The Foundations at Home and Abroad”.

Un enorme potere, senza paragoni è concentrato nelle mani di un gruppo di persone, perfettamente coordinato e con la tendenza a perpetuare se stesso. Diversamente dal potere nelle aziende, non è controllato dagli azionisti; diversamente dal potere del governo, non è sottoposto al controllo popolare; diversamente dal potere nelle chiese, non è controllato da alcun canone consolidato di valori.

Conclusioni di un’indagine conoscitiva sulle fondazioni statunitensi effettuata da un comitato del Congresso americano nel 1952

Non ci si dovrebbe aspettare che ingenti patrimoni privati siano donati in maniera tale da innescare nella società redistribuzioni delle ricchezze e trasformazioni politiche.

Ruth Crocker, in“Charity, Philanthropy, and Civility in American History”

Il miglior programma in assoluto di educazione alla democrazia si chiama “Esercito degli Stati Uniti”

Michael Ledeen, American Enterprise Institute for Public Policy Research (AEI), collaboratore di Matteo Renzi

I think tank, pensatoi che dovrebbero partorire soluzioni per i grandi problemi di una comunità, sono armi a doppio taglio, perché danno alla luce idee e simboli, che sono il cibo della mente umana, ma anche la sua droga ed il suo veleno. Come le api sono nate per fare il miele ed i castori per costruire dighe, gli esseri umani sono nati per trasmutare simbolicamente tutto ciò che li circonda. Sono fatti per attingere al sublime, ma anche per cadere nella trappola dei miti politicizzati (Fait/Fattor 2010).

La ragion d’essere delle principali fondazioni e think tank (pensatoi, gruppi di riflessione ed approfondimento, reti di esperti) è quella di migliorare il mondo in accordo con le preferenze di chi le crea e le finanzia, ossia, in genere, dei magnati o dei politici, cioè a dire di persone che esercitano già una considerevole influenza sulla società, ma intendono esercitarne ancora di più. Queste organizzazioni, in termini pratici, servono a giustificare la permanenza di rapporti di poteri vantaggiosi per chi è già economicamente e politicamente egemone, pensando al posto nostro. Dato il loro profilo così prominente nella contemporaneità, sono stati oggetto di innumerevoli studi sociologici. Usando un gioco di parole, possiamo dire che il think tank è un carro armato (tank, in inglese) nella guerra delle idee che mira al controllo delle menti di 7 miliardi di persone.
Stephen Boucher e Martine Royo (2006) definiscono i “think tank” degli organismi permanenti non pubblici che hanno l’incarico di formulare soluzioni su scala nazionale o internazionale che possano essere tradotte in politiche pubbliche. Quasi tutte le fondazioni si sono dotate di uno o più think tank, perciò è pressoché inutile cercare di separarli. La loro missione li rende inscindibili. La fondazione si occupa della parte strategica, il think tank di quella tattica. Alcune fondazioni esistono da oltre un secolo, come ad esempio il trittico Ford, Rockefeller e Carnegie, dai nomi dei magnati che hanno fatto la storia dell’economia e dell’industria americana moderna. Un altro gigante si è aggiunto di recente, la Gates Foundation di Bill Gates, il fondatore di Microsoft, e di sua moglie. In Germania, la Friedrich Ebert Stiftung è vicina ai socialdemocratici, la Konrad Adenauer Stiftung è nella sfera democristiana.

Anche se ufficialmente i loro think tank dovrebbero produrre ricerca seria e rigorosa, non conosco nessuno studio accademico (ossia non promosso da un qualche think tank e quindi apologetico) che non li consideri delle vere e proprie macchine ideologiche al servizio di un qualche specifico interesse e/o ideologia. Boucher e Royo parlano di “pensiero mercenario”, un eufemismo per quello che altri chiamerebbero, meno sottilmente, “prostituzione intellettuale”.

Con questo non si vuol dire che tutti i think tank e tutte le fondazioni siano da mettere sullo stesso piano e demonizzare. Ma è indubbio che all’intensificarsi dei legami con la politica ed il capitale l’indipendenza di giudizio e l’integrità morale dei componenti di un think tank subiscono un inevitabile processo involutivo e la loro attività finisce per rassomigliare sempre più al marketing ed al lobbismo, con un impatto mediatico rapido e massiccio nel mercato delle idee (Boucher/Royo, ibidem). Gli intellettuali e gli stessi scienziati sono degli esseri umani come gli altri, né peggiori né migliori degli altri, anche se loro, non-ufficialmente, sono inclini a ritenersi migliori ed esenti da certe influenze corruttrici. Non citerò la cospicua produzione di studi sociologici che smentiscono le loro più intime convinzioni. Per questo sarebbe meglio che le politiche pubbliche fossero formulate da commissioni pubbliche temporanee, allo stesso modo in cui si sottopongono periodicamente al voto i rappresentanti parlamentari che poi le vaglieranno. A meno che non si creda, con Mandeville, che i vizi privati sono alla base delle virtù pubbliche, uno slogan screditato da millenni di storia umana ma che piace molto ai neoliberisti.

L’influenza dei think tank è poderosa in una molteplicità di settori: dall’ecologismo alla bioetica ed alle biotecnologie, dagli studi sulla pace alla geopolitica, dalle risorse energetiche alle politiche socio-economiche, carcerarie e monetarie, dalla Guerra al Terrore alla globalizzazione, all’arte ed alla cultura, al razzismo, al federalismo ed alla tutela delle minoranze etno-linguistiche.

Gli esempi della loro egemonia culturale non si contano, ma due sono forse i più eclatanti. Il primo è quello delle politiche di sterilizzazione involontaria di decine di migliaia di donne nel mondo occidentale e di milioni di donne nel Terzo Mondo a fini eugenetici prima e di controllo della popolazione non-bianca (ad esempio i quechua ed aymara del Perù) poi (Connelly, 2008). L’altro è il “Progetto per un nuovo secolo americano”, una strategia neoconservatrice imperialista statunitense che risale alla fine degli anni Novanta e che ha condotto all’invasione dell’Iraq nel 2003. È notorio perché al centro delle teorie del complotto riguardo all’11 settembre 2001, in quanto un suo rapporto del settembre del 2000, intitolato “Rebuilding America’s Defenses: Strategies, Forces, and Resources for a New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”), auspicava il verificarsi di un evento del tipo Pearl Harbor che autorizzasse gli Stati Uniti a prendere il controllo dell’Asia Centrale, considerata la chiave per mantenere in una posizione subalterna Russia, India e Cina e quindi per conservare lo status di unica superpotenza egemone. Altri casi degni di menzione sono l’amministrazione Reagan, che selezionò lo staff presidenziale (150 specialisti!) nel vivaio della Hoover Institution, della Heritage Foundation e dell’American Enterprise Institute, tutte fondazioni ultraconservatrici, con relativi think tank.

Tra gli studiosi che hanno approfondito il ruolo delle fondazioni e dei think tank nella formazione della percezione della realtà da parte dei cittadini delle democrazie occidentali figura anche il celebre Pierre Bourdieu, che anche dopo la morte, avvenuta nel 2002, resta il più influente sociologo francese. Nel 1998, assieme al collega francese (docente a Berkeley) Loïc Wacquant, riconosciuto specialista nel campo del razzismo e dei sistemi carcerari, pubblicò un saggio dagli effetti dirompenti, intitolato “Sulle astuzie della ragione imperialista” (“Sur les ruses de la raison impérialiste”), in cui si argomentava la tesi che le grandi fondazioni americane che si occupano di razzismo, in particolare la Rockefeller e la Ford, cerchino deliberatamente di incoraggiare i leader delle minoranze etno-razziali al di fuori degli Stati Uniti ad adottare le stesse tecniche di autoaffermazione identitaria, oggettivamente fallimentari, impiegate negli Stati Uniti. Tecniche, per intendersi, che sono state ripudiate dallo stesso Martin Luther King, un uomo dall’enorme perspicacia ed onestà, e che non sono mai state prese in seria considerazione da Aung San Suu Kyi o da qualunque attivista che rivendichi i diritti umani e civili per tutti e non solo per una fazione.

Bourdieu e Wacquant sono finiti al centro di una vigorosa polemica non tanto per aver denunciato il carattere fallimentare dell’identitarismo particolaristico e settario, ma per aver affermato che la contrapposizione tra neri e bianchi, che volutamente cancella l’esistenza dei meticci/mulatti, fa parte di una strategia globale neocolonialista all’insegna del divide et impera che, insistendo sulla componente somatica (il colore della pelle), conduce ad una guerra tra poveri che avvantaggia chi teme che le classi subordinate possano creare una piattaforma di rivendicazioni comuni che metta in difficoltà lo status quo. Le loro conclusioni sono in linea con quanto si apprende dalle ricerche di Anthony W. Marx (nessuna relazione con il più celebre Karl) su Stati Uniti, Sudafrica e Brasile, Livio Sansone sul Brasile (2002, 2003), Mark Clapson sul Regno Unito (2006), Donald E. Abelson (1996), Yves Dezalay & Brian G. Garth (2002), Noliwe Rooks (2006), Inderjeet Parmar (2012) e Thomas Medvetz (2012) sugli Stati Uniti e le loro relazioni interrazziali ed internazionali, Rafael Loayza Bueno ed Ajoy Datta sulla Bolivia (2011).

A dire il vero, Bourdieu e Wacquant non sono stati dei pionieri. Già negli anni Quaranta il giornalista e storico statunitense Joel A. Rogers lamentava il fatto che gli attivisti neri per i diritti civili fossero usati dai filantropi delle maggiori fondazioni per diffondere un’immagine omogenea, omologata, monolitica e caricaturale dei neri che sarebbe servita a “tenerli al loro posto” e a “mettere in cattiva luce quei pochi neri in grado di ragionare con la propria testa” (cit. in Plummer, 1996, p. 228). Uno dei più ammirati sociologi americani, C. Wright Mills, aveva gettato le basi per un’analisi scientifica di questo fenomeno già a cavallo degli Cinquanta e Sessanta, ma scomparve prematuramente prima di riuscire a portare al termine il suo ambiziosissimo progetto sociologico di studio delle élite e delle loro strategie. Solo negli anni Ottanta, grazie ad Edward Berman ed al suo magnifico e scrupoloso saggio (“The Ideology of Philanthropy”) e, più recentemente, Sally Covington (1998), Frances Stonor Saunders (1999, ed. it. 2004) e Joan Roelofs (2003) sono riusciti a mettere in luce i legami tra le fondazioni filantropiche, le militanze identitarie, gli architetti della politica estera americana e la CIA. Centinaia di milioni di dollari investiti in una guerra di idee e per il controllo dei media, di interi dipartimenti universitari e della lealtà di membri del Congresso (Saunders, op. cit., p. 122):

L’uso delle fondazioni filantropiche si rivelò il modo più efficace per far pervenire consistenti somme di denaro ai progetti della CIA, senza mettere in allarme i destinatari sulla loro origine…Nel 1976, una commissione d’inchiesta nominata per indagare le attività dell’intelligence statunitense riportò i seguenti dati relativi alla penetrazione della CIA nella fondazioni: durante il periodo 1963-1966, delle 700 donazioni superiori ai 10.000 dollari erogate da 164 fondazioni, almeno 108 furono totalmente o parzialmente fondi della CIA. Ancor più rilevante è che finanziamenti della CIA fossero presenti in quasi metà delle elargizioni, fatte da queste 164 fondazioni durante lo stesso periodo nel campo delle attività internazionali durante lo stesso periodo.

Sempre negli anni Ottanta, Robert Arnove, oggi professore emerito all’Università dell’Indiana, allora un insider con accesso ad informazioni riservate, curò la pubblicazione di un volume collettaneo (“Philantropy and cultural imperialism: the foundations at home and abroad”, 1980) in cui puntava il dito contro le fondazioni Ford, Rockefeller e Carnegie e la loro “corrosiva influenza sulla società democratica”, resa possibile da una concentrazione di potere e capitali non adeguatamente regolamentata, in grado letteralmente di comprare la lealtà degli esperti e di promuovere certe cause secondo certe modalità in modo tale da indirizzare l’attenzione dell’opinione pubblica in certe direzioni piuttosto che in altre. Lo stesso Arnove, in seguito, assieme alla collega sociologa Nadine Pinede (“Revisiting the Big Three Foundations”, 2003), ha potuto confermare la validità dei precedenti giudizi sulle politiche di deradicalizzazione (leggi: castrazione e frammentazione) del movimento per i diritti civili attuate dalle suddette fondazioni in nome dell’ideologia dell’identitarismo culturale che sottrasse al più vasto movimento le importanti energie di una larga porzione di attivisti afro-americani, non più disposti a condividere la lotta con esponenti di altre culture ed etnie (si veda anche Roelofs 2003).

Il povero Martin Luther King non poté sfuggire a questo gorgo e ne finì risucchiato, lui che contrastava ogni tentativo di spezzare il movimento dei diritti civili in fazioni concorrenti. Nel febbraio del 1967 prese la decisione di opporsi alla politica americana in Vietnam, pur sapendo che così facendo avrebbe causato l’interruzione del flusso di erogazioni da parte di varie fondazioni e in particolare della Ford Foundation. Aveva ben chiaro in mente che, com’era più che logico, le politiche di finanziamento delle maggiori fondazioni favorivano le valvole di sfogo, ossia quelle organizzazioni che davano voce alla protesta ma senza mai mettere in discussione l’establishment nel suo complesso (Walker, 1983).

Molte persone fanno fatica ad immaginare che delle fondazioni possano realmente cambiare il corso della storia di un’intera nazione. Ma si considerino le somme a loro disposizione. Nel 2011 il valore del patrimonio complessivo delle fondazioni americane ammontava a quasi 622 miliardi di dollari. Se fossero una nazione, sarebbero al ventesimo posto nella classifica del PIL, poco dietro la Svizzera. Nel 2010 decine di migliaia di fondazioni filantropiche hanno distribuito finanziamenti per un valore totale che eccede i 46 miliardi di dollari (valore raddoppiato rispetto al 1999). Ciò significa che, in questi anni, solo negli Stati Uniti, le fondazioni movimentano l’equivalente di una manovra finanziaria italiana importante o del PIL della Tunisia o dell’Uruguay. Nel 2000 il solo “Programma per la pace e la giustizia sociale” della Ford Foundation ha devoluto 26 milioni di dollari per i “diritti delle minoranze e la giustizia razziale”, su un totale di 80 milioni di dollari di finanziamenti a livello globale. La Bill e Melinda Gates Foundation distribuisce annualmente almeno 3 miliardi di dollari ad organizzazioni ed individui che ritiene meritevoli e dispone di un patrimonio del valore di oltre 33 miliardi di dollari (poco meno del PIL del Kenya, più di quello della Lettonia). Era a 37 miliardi nel 2010. Ford Foundation, Paul Getty Trust, Robert Wood Johnson Foundation dispongono tutte di circa 10 miliardi di dollari di beni: in termini di PIL, si collocherebbero davanti all’Armenia. In termini pratici, non devono rispondere del loro operato né ai mercati, né alla stampa, né tantomeno all’elettorato.

Con queste cifre e questo potere in ballo, non è sorprendente che i saggi dedicati a questo argomento così cruciale siano, globalmente, poche decine e tutti o quasi tutti ad opera di accademici non dipendenti da sovvenzioni private. Non sono molti i giovani ricercatori disposti a sputare nel piatto in cui sperano di mangiare e ancor meno quelli, più maturi, pronti a farlo in quello in cui stanno già mangiando. La falsa coscienza fa il resto: si razionalizza il proprio comportamento e quello di chi ci sovvenziona e ci si convince che l’utile giustifica i mezzi. D’altronde, stante il feroce antistatalismo americano, quasi tutte le organizzazioni per i diritti civili, la giustizia sociale e la difesa dell’ambiente, per poter restare in vita, sono costrette a rivolgersi alle fondazioni “filantropiche” ed alla loro per nulla disinteressata filantropia. Lo stato non è quindi in grado di assicurarsi che l’elaborazione e discussione delle questioni pubbliche non vengano monopolizzate da interessi privati. È un fenomeno che si sta verificando anche in Europa, specialmente ora che la crisi e l’austerità hanno prosciugato le casse degli stati europei.

Ora, limitatamente alle fondazioni maggiori, emanazioni del capitale finanziario-industriale, alla luce degli studi summenzionati, possiamo dire che quelle di destra sono anti-democratiche e non fanno molto per nasconderlo; quelle “progressiste” sembrano più orientate a provare a migliorare la situazione, ma solo per poter mantenere le cose come stanno. Queste ultime sono espressioni di centri di interesse che non disprezzano apertamente la democrazia, ma preferiscono gestirla in modo accentrato e tecnocratico, a causa della scarsa stima che nutrono nei confronti delle masse. Ciò che accomuna le fondazioni di destra (es. praticamente tutte quelle legate agli interessi delle multinazionali farmaceutiche e petrolifere, o il Pioneer Fund) e i think tank di destra da un lato (es. Freedom House, Council on Foreign Relations, Hudson Institute) e quelle di sinistra (es. Open Society di George Soros, Gates Foundation) con i rispettivi think tank (es. la New America Foundation vicina a Zbigniew Brzezinski, una delle figure più influenti nelle scelte di politica estera dell’amministrazione Obama) dall’altro è, a grandi linee, il rifiuto del principio della pari dignità e il trionfo dell’elitismo e dell’oligarchismo più o meno benevolo (o malevolo, a seconda dei punti di vista, naturalmente). Come documentano Robert Arnove e Nadine Pinede, tutte le grandi fondazioni “progressiste” sono ispirate ai principi del conservatorismo sofisticato ed appoggiano dei cambiamenti che assicurano una maggiore efficienza del sistema esistente ed una minore frizione con i privilegi già acquisiti. In questo modo, però, perpetuano le dinamiche che generano quelle disuguaglianze ed ingiustizie alle quali ufficialmente desiderano porre rimedio.

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strategic-culture.org
Domenica, 07 ottobre

Quelli che Sono Contro la Pace
di Wayne Madsen
Traduzione di Pundamystic

L'impero globale bancario e petrolifero dei Rockefeller è stato oggetto di molti commenti critici su internet. In effetti, i tentacoli della piovra Rockefeller in ogni sfaccettatura degli apparati bancari, petroliferi (attraverso il controllo della Standard Oil), militari, educativi e di politica estera, sono stati resi manifesti in una monografia preparata dall'Unione Sovietica nel 1959. Una traduzione in inglese, preparata dalla Divisione Documenti Esteri della CIA e datata 16 dicembre 1959, è stata resa nota dagli archivi della CIA. Il documento si intitola: "Quelli che Sono Contro la Pace".

Gli argomenti del documento sovietico concordano in generale con la lettera d'addio agli Americani scritta dal presidente Dwight Eisenhower appena prima dell'istituzione del presidente Kennedy nel gennaio 1961. In quella lettera, Eisenhower metteva in guardia il popolo americano sui pericoli per la democrazia americana rappresentati dal complesso "militar-industriale".

Non c'è nulla che suoni falso nel documento sovietico... La famiglia oligarchica ha esercitato il proprio controllo sulla politica estera americana attraverso la parziale sponsorizzazione del Consiglio delle Relazioni Estere, la Commissione Trilaterale, ed il gruppo Bilderberg - tutte e tre, organizzazioni fumose della classe elitaria mondiale che determinano politiche monetarie, estere e militari a porte chiuse. I finanziamenti dei Rockefeller alla Columbia University e alla University of Chicago hanno aiutato ad infliggere agli Stati Uniti alcuni dei peggiori personaggi neo-conservatori che servono dentro e fuori il governo.

Il documento afferma: "Nel 1957 l'oligarchia Rockefeller di industriali del petrolio americano controllava un capitale di 61,4 miliardi di dollari. L'importo preciso della fortuna Rockefeller è segreto di stato in America: la stampa americana ha rilevato in un solo tentativo che vengono prese misure speciali, affinchè i dati riguardanti le più grandi fortune degli USA non vengano mai pubblicati."

Cinquantatré anni dopo, le grandi fortune dell'elite americana sono ancora segrete, come si può notare dal segreto che circonda la situazione tributaria del candidato presidenziale repubblicano Mitt Romney, e le sue holding finanziarie offshore in posti come le isole Cayman, la Svizzera, le Bermuda, e secondo alcuni registri, le Isole Vergini Britanniche.

Ma i Rockefeller hanno scritto le pagine della loro immensa fortuna nascosta con accorgimenti aziendali e conti bancari segreti, un compito facile considerando che possiedono essi stessi una banca, la Chase Manhattan Bank, ora conosciuta come J.P. Morgan Chase.

L'articolo sovietico ha anche smascherato la tanto sbandierata "filantropia" ed "etica del lavoro" dei Rockefeller. L'articolo rivela: "I Rockefeller non comprano yacht da milioni di dollari, come i magnati Vanderbilt; non installano rubinetti o maniglie delle porte o fontane d'oro nei loro palazzi. I giornali borghesi, volutamente "dimenticando" queste "sciocchezze", riportano con le lacrime agli occhi che i bambini figli di miliardari guadagnano la paghetta crescendo conigli, pulendo stivali, e perfino ammazzando mosche a dieci cents per cento mosche morte."

Oggi i successori di quei media "borghesi" del 1959 blaterano su quanto Mitt e Ann Romney abbiano fatto una vita "dura" dopo la laurea. Il presentatore della CNN Anderson Cooper, figlio dell'ereditiera miliardaria Gloria Vanderbilt, continua a ricordare quanto è stata dura riuscire ad entrare nel mondo dei notiziari, come se sua madre non avesse nulla a che fare con la sua carriera fulminante nei media privati.

I documenti sovietici danno dei Rockefeller un'immagine simile a quella dell'attuale famiglia Romney: "La gente vuole sapere la verità. E la verità sulla fortuna dei Rockefeller consiste in movimenti oscuri, migliaia di famiglie rovinate, centinaia di migliaia di lavoratori in molti paesi del mondo costretti a lavorare oltre le proprie forze. La verità è la storia sconosciuta di molte guerre - è petrolio macchiato di sangue." Ovviamente, oggi lo stesso si può dire delle famiglie connesse ai Rockefeller, la famiglia Bush come Dick Cheney, George Soros, Rupert Murdoch, e la famiglia Rothschild.

L'articolo identifica i membri del clan Rockefeller nel 1959: "John D. Rockefeller II non governa l'impero da solo. Ha cinque figli - John D. III, Laurance, David, Winthrop, and Nelson. Sono tutti grandi capitalisti. Ognuno ha il suo ruolo e il suo dipartimento. L'unico che non è diventato famoso per qualcosa è Winthrop, gli altri hanno tutti almeno un divorzio scandaloso." Infatti, Winthrop divenne famoso più tardi quando fu eletto governatore dell'Arkansas nel 1966. Il fratello Nelson era stato governatore di New York dal 1959.

L'unico sopravvissuto dei figli di John D. è David, ed è un pezzo grosso in organizzazioni segrete come i Bilderberg e i Trilateralisti. Le stranezze di David Rockefeller sono descritte nell'articolo sovietico: "I giornali borghesi lo rappresentavano come il possessore della più bella collezione di insetti del mondo, e come un gentiluomo di ottime maniere. Ma quando entra nell'ufficio della banca [Chase Manhattan] e le porte gli si richiudono dietro, l'amante delle farfalle si trasforma in cacciatore di dollari senza scrupoli. I biografi, pagati, hanno tutta la ragione di chiamarlo "la personificazione delle virtù di Wall Street."

Nelson Rockefeller, che nel 1975, sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti entrò nel mirino di due tentati omicidi (*) - il presidente Gerald Ford - si fa riconoscere nell'articolo per il suo traffico in America Latina, intrighi supportati da Richard Nixon, e dal Segretario di Stato di Ford, e consigliere dei Rockefeller, Henry Kissinger. L'articolo afferma: "I Rockefeller hanno a lungo nutrito una irresistibile attrazione per i paesi dell'America Latina: sentivano dal continente sudamericano l'inebriante profumo di petrolio. Più tardi Nelson Rockefeller, che aveva tentato per tanto tempo di trasformare l'America Latina nel proprio impero familiare, fu messo a capo del cosiddetto "Ufficio per gli affari inter-americani".

L'articolo cita il giornale di sinistra The Daily Compass, che una volta pubblicava gli articoli scandalistici del giornalista d'investigazione I.F. Stone, che descrive il cappio che i Rockefeller tengono sul Dipartimento di Stato: "La politica del Dipartimento di Stato nasce negli uffici della Standard Oil. Da lì viene trasmessa al Dipartimento della Difesa, dove i capi di esercito e marina la approvano. Quando la politica arriva al Dipartimento di Stato, diventa politica del Governo e ci si aspetta che venga confermata dal Congresso velocemente, e senza ulteriori cambiamenti. Quando un disegno di legge studiato per proteggere gli interessi dei sovrani del petrolio arriva direttamente dalla dinastia Rockefeller, l'intero Congresso - dal più piccolo al più grande - si mette sull'attenti e fa quello che dicono i capi.

Considerando il recente intervento USA e NATO in Libia e Siria, paesi chiave del petrolio, poco è cambiato da allora nella produzione di politica estera e di guerra.

Anche i legami dei Rockefeller con la CIA e il Mossad israeliano vengono svelati nella monografia sovietica. L'articolo rivela che i Rockefeller finanziarono una intelligence statunitense "indipendente" - la School of Eastern Studies a Gerusalemme - con denaro della compagnia petrolifera arabo-americana (ARAMCO). La scuola, che operava con pieno consenso del Mossad, istruiva gli americani allo spionaggio del Medio Oriente.

A quel tempo il governo USA e la stampa privata (borghese) scaricavano articoli come questa monografia sovietica sui Rockefeller come pura propaganda. In prospettiva, gli autori dell'articolo sovietico avevano compreso nel 1959 quello che molti americani hanno potuto toccare con mano più tardi: che gli Stati Uniti stanno per essere distrutti da una elite megapotente intenta a divorare gli Stati Uniti come uno sciame di locuste.

Wayne Madsen


Fonte: www.strategic-culture.org

Link: http://www.strategic-culture.org/news/2012/09/15/rockefeller-global-tentacles-exposed-in-1959-by-the-soviet-union.html

15.09.2012


* In realtà Nelson Rockfeller fu nominato Vice presidente da Gerald Ford che subentrò a Nixon costretto a dimettersi a seguito dello scandalo Watergate e fu Gerald Ford a subire due attentati nel settembre del 1975

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Left Hook
Counterpsyops
http://www.informarexresistere.fr
24 ottobre 2012

Il Gulf Cooperation Council: Monarchie dei fantocci di Rockefeller/Rothschild
di Dean Henderson
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Non dovrebbe avere sorpreso nessuno quando i sei paesi che compongono il Gulf Cooperation Council (GCC) hanno invitato i loro protettori occidentali ad imporre una no-fly zone nei cieli della Libia, lo scorso anno. Perché queste nazioni arabe: Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar, hanno fatto appello a un atto di guerra contro un altro produttore di petrolio arabo? Una breve storia del CCG è necessaria. La rivoluzione iraniana del 1979 è stato un evento spartiacque. Con lo scià deposto e il Consorzio iraniano nazionalizzato, i Quattro Cavalieri: Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell, e i loro proprietari Rockefeller/Rothschild hanno cercato di creare un sistema di sicurezza più completo per la salvaguardia del greggio del Golfo Persico.
La Casa dei Saud è rapidamente diventata il parafulmine dei nazionalisti arabi, che vedevano nella monarchia un surrogato occidentale. Il Dipartimento di Stato ha cercato di far togliere la pressione sui sauditi, trovando altri leader regionali disposti ad abbracciare lo stesso scambio petrolio per armi che era in vigore nel regno saudita dall’inizio degli anni ’50. Tale accordo prevede la protezione degli Stati Uniti per la Casa dei Saud, per proteggerla dai nemici interni ed esteri. In cambio, i sauditi operano da “produttori a comando”, assicurando all’occidente la fornitura costante e relativamente a buon mercato del petrolio. Mentre le agenzie fantasma degli Stati Uniti come SAIC, Booz Hamilton, TRW e Vinnell Corp. addestravano la Guardia Reale saudita, i piloti pakistani ed egiziani (i cittadini sauditi non dovevano essere affidabili) venivano addestrati a volare sui caccia statunitensi F-15, per la protezione del Regno. I sauditi, a loro volta diventarono il principale finanziatore delle operazioni segrete di CIA/MI6/Mossad in tutto il mondo, comprese quelle contro la Libia basate nel Ciad controllato da Exxon-Mobil.

Mentre la regione del Medio Oriente contiene il 66,5% delle riserve mondiali di petrolio conosciute, la costa sud-ovest del Golfo Persico, che è controllata da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti (EAU), contiene il 42% delle riserve di greggio del Mondo. I sauditi hanno 261 miliardi di barili, più del doppio rispetto a qualsiasi altra nazione e il 26% delle riserve mondiali conosciute. Il regno possiede non meno di 60 giacimenti di petrolio e di gas che producono 10 milioni di barili al giorno. L’enorme giacimento di Ghawar è di gran lunga il più grande sulla Terra. L’Iraq ha la seconda riserva più grande del Mondo comprovate, 112 miliardi di barili. Gli Emirati Arabi Uniti sono terzi con 97,8 miliardi di barili. Il Kuwait è quarto con 96,5 miliardi di barili. Nel 1981 i governi degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita fecero lo sforzo di creare il Gulf Cooperation Council (GCC), composto da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman ed Emirati Arabi Uniti. Tutti tranne l’Oman sono membri dell’OPEC. Tutti sono conosciuti come le nazioni bancarie dell’OPEC. Iran, Indonesia, Venezuela, Iraq, Algeria e Nigeria sono considerate le nazioni industrializzate dell’OPEC.
La formazione del GCC ha attirato critiche immediate da Libia, Siria, Iraq e OLP, che avevano detto che l’accordo divideva la Lega araba in ricchi e poveri. Le nazioni bancarie sono inclini a vendere petrolio ai Quattro Cavalieri a buon mercato, in quanto i loro paesi sono già sviluppati e gli eventuali proventi del petrolio possono essere riciclati in investimenti globali che vanno a beneficio delle élite di questi paesi. Le nazioni industrializzate hanno bisogno di un prezzo del petrolio più elevato, sia per sviluppare le infrastrutture dei loro paesi che per pagare i loro debiti enormi ai banchieri occidentali. Le nazioni bancarie dell’OPEC sono le colombe del prezzo, mentre le nazioni industrializzate sono i falchi del prezzo. Le colombe dei prezzi e gli stati bancari del GCC sono tutti governati da monarchi, che Big Oil trova facile da gestire. I falchi dei prezzi, le nazioni industrializzate dell’OPEC, tendono ad essere più democratici e quindi più difficili per i quattro cavalieri manipolarli attraverso regimi corrotti o altre forme di corruzione. Queste democrazie tendono a nazionalizzare l’industria del petrolio, per cui i benefici della vendita del petrolio va a tutta la società, mentre il settore del petrolio del GCC è sempre più privatizzato, con un fatturato che arricchisce i quattro cavalieri e i loro sovrani-fantoccio.
Culturalmente nel mondo arabo la fondazione del GCC ha drammaticamente diffuso il potere dei centri più tradizionali e nazionalistici del potere geopolitico in Medio Oriente, come Damasco e Beirut, migliorando nel contempo la potenza delle relativamente giovani monarchie-Gucci degli Stati del Golfo. Questo nuovo blocco di nazioni bancarie aveva rapidamente firmato l’accordo economico del GCC, con la liberalizzazione delle loro economie per consentire maggiori investimenti diretti da parte delle banche e società occidentali; la creazione di una zona di libero scambio tra i membri e il lancio di un porto franco a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Il Bahrain divenne un importante centro bancario offshore. Lavoratori stranieri provenienti da Paesi poveri dell’Asia, come le Filippine e il Bangladesh, furono incoraggiati a entrare nei paesi del GCC, fornendo manodopera a basso costo per l’elite del petrolio. Un mercato comune venne istituito. Le politiche del petrolio furono armonizzate. Secondo il Wall Street Journal, le valute più importanti del mondo non sono la sterlina inglese, il dollaro USA o il franco svizzero. Molto più importante sono il dinaro kuwaitiano (0,30 dinari = 1 dollaro USA), il dinaro Bahraini (0,37 dinari = 1 dollaro USA) e la lira maltese (0,46 lire = 1 dollaro USA). Malta è stata fondata da Cavalieri Crociati cattolici di Malta con l’aiuto del Vaticano. Si tratta di un insieme di attività della criminalità organizzata e della CIA nel Mediterraneo. Nel 1966, il giornale al-Baath a Damasco enunciava che la posizione nazionalista araba dei falchi dei prezzi era la ragion d’essere dell’OPEC, in primo luogo. “Non resta nessun altra strada alle forze nazionali e progressiste, tranne la lotta in tutte le sue forme“, implorava il giornale, aggiungendo: “anche se questo porta a tagliare la produzione di petrolio… e alla chiusura dei pozzi di petrolio, al fine di privare il monopolista, il malversatore, il despota di questo petrolio“.
I malversatori sorseggiano tè Al fine di comprendere appieno il significato della formazione del GCC, si deve apprezzare la storia del dominio feudale dell’élite e della colonizzazione britannica che ha determinato l’esistenza stessa degli emirati che compongono il GCC. Una storia di dominio unifamiliare in questi Stati del Golfo Persico, ha reso questi emirati maturi per l’imposizione di un patto di sicurezza petrolio-per-armi, come quello creato nel 1981. Come il ministro del petrolio del Qatar ha dichiarato senza mezzi termini, recentemente, “Il mondo industriale dovrà proteggere il petrolio. Crediamo che questo sia un adeguato scambio di interessi e benefici“. Nel 1776 la British East India Company istituì un quartier generale in quello che oggi è il Kuwait. Quando i membri del clan hashemita del Kuwait, al-Sabah, che condividono il loro cognome con il fondatore degli assassini Hasan bin Sabah, aiutarono i turchi ottomani a sedare rivolte nel sud dell’Iraq, lo Sheik della tribù Muntafiq regalò agli al-Sabah dei boschetti presso al-Fao e al-Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Kuwait era visto come altamente strategico dai britannici, nel suo ruolo a protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi si accordarono con Mubaraq al-Sabah, ritagliando il Kuwait dall’Iraq e facendone un protettorato britannico. La stragrande maggioranza delle persone che vivevano in quello che ora viene dichiarato Kuwait, si opposero al progetto britannico e volevano continuare a far parte dell’Iraq.
Nel 1914, nel pieno della prima guerra mondiale, il residente britannico nel Golfo Persico promise allo sceicco Mubaraq al-Sabah il riconoscimento dalla corona del suo nuovo paese, in cambio del passaggio di campo degli al-Sabah e dell’assalto alle truppe dell’Impero ottomano a Safwan, in Mesopotamia, quella che oggi è l’Iraq. Il clan al-Sabah si era guadagnato la sua striscia nell’Union Jack. La monarchia hashemita da allora governa il Kuwait. Nel 1917 gli inglesi ebbero un cliente in Ibn Saud, cui dissero, anche a lui, di incoraggiare le tribù arabe a respingere i turchi ottomani dalla regione del Golfo Persico, all’inizio della Prima Guerra mondiale. Nello stesso anno la Camera dei Rothschild sostenne la Dichiarazione di Balfour, la promessa del supporto della Corona a una patria ebraica in Palestina. Rothschild era meno preoccupato del popolo ebraico che di stabilire un avamposto in Medio Oriente, da dove lui e i suoi lacchè potessero vegliare sul centro del loro monopolio mondiale del petrolio. Un anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita furono divise dall’Impero Ottomano e caddero sotto il dominio britannico, con Ibn Saud che prendeva il controllo dell’omonima Arabia Saudita. La sua progenie forma la moderna Casa dei Saud. La Palestina divenne parte della Transgiordania ed era gestita da un emiro piazzato dagli inglesi. Gli Stati della Tregua dell’Oman (ora Emirati Arabi Uniti) e le Coste dell’Oman (ora Oman) divennero anch’essi dei protettorati britannici. Come Winston Churchill commentò tre decenni più tardi, “L’emiro è in Transgiordania, laddove l’ho messo in una domenica pomeriggio a Gerusalemme”.
Nel 1922 il trattato di Jeddah diede all’Arabia Saudita l’indipendenza, dalla Gran Bretagna, anche se la Corona ancora esercitava una considerevole influenza. Nel corso del 1920, con l’aiuto delle truppe britanniche, Ibn Saud strappò altro territorio agli ottomani, quando occupò Riyadh. Aveva anche occupato le città sante di Mecca e Medina, tolte agli hashemiti. Gran Bretagna e Francia firmarono l’accordo di San Remo che divideva le concessioni petrolifere del Medio Oriente tra i due paesi. Entro due settimane, gli Stati Uniti risposero con la politica della porta aperta, che incluse i Cavalieri degli Stati Uniti nel gioco del petrolio in Medio Oriente. I piccoli produttori indipendenti statunitensi come Sinclair, si opposero a tale politica, lamentando che favoriva gli interessi petroliferi dei Rockefeller. Le Major petrolifere statunitensi Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, la progenie della Standard Oil Trust di John D. Rockefeller, si unirono a British Petroleum, Royal Dutch/Shell, di proprietà in gran parte della Real Casa degli Orange d’Olanda e della famiglia Rothschild, e alla Compagnie des Petroles dei francesi, per dividersi i giacimenti di petrolio del Medio Oriente. La Iraqi Petroleum Company (IPC) e il Consorzio iraniano sarebbero stati dominati dalle società europee, mentre l’Aramco dell’Arabia Saudita sarebbe stata di proprietà dei Cavalieri statunitensi. I protettorati britannici sarebbero stati sfruttati attraverso le diverse combinazioni dei quattro cavalieri.
Una controllata della IPC, la Petroleum Development Trucial Coast, iniziò la perforazione in quello che oggi sono gli Emirati Arabi Uniti (UAE), nel 1935. Oggi, dell’industria petrolifera ADCO degli Emirati Arabi Uniti, il 24% è della BP-Amoco, il 9,5% della Royal Dutch/Shell e il 9,5 % della Exxon-Mobil. ADMA è di proprietà per il 14,67% della BP-Amoco e per il 13,33% della francese ex-Compagnie des Petroles, che si è oramai consolidata come Total. La Esso Trading Company/Abu Dhabi è al 100% di proprietà della Exxon-Mobil. La Dubai Oil è per il 55% di proprietà della Conoco, che possiede anche il 35% della Dubai Marines Areas, di cui BP-Amoco detiene una quota del 33,33%. La maggior parte del petrolio degli Emirati Arabi Uniti va in Giappone. BP e Total hanno contratti a lungo termine per la sua spedizione, con gli Emirati Arabi Uniti. Chevron e Texaco, già unite attraverso ARAMCO e il suo ramo del marketing Caltex, hanno costituito la Bahrain Petroleum Company (BPC) in quel protettorato. La nuova Chevron-Texaco ora controlla la BPC. In Qatar, Exxon-Mobil domina il ricco settore del gas naturale. Possiede una grande quota della Qatargas, che attualmente rifornisce il Giappone con 6 milioni di tonnellate di gas naturale all’anno. E’ anche un partner al 30% del gigantesco giacimento gasifero di Ras Laffan, che produce 10 milioni di tonnellate di gas naturale l’anno. La BP si è unita alla Gulf per avviare la Kuwait Oil Company, che oggi vende greggio scontato agli ex proprietari della BP-Amoco e della Chevron-Texaco (la Chevron acquistò la Gulf nel 1981). Nel 1949 i Cavalieri degli Stati Uniti controllavano il 42% delle riserve di petrolio in Medio Oriente, mentre i cavalieri anglo-olandesi ne avevano il 52%. Il restante 8% era di proprietà di Total-Fina-Elf e di altre società minori.
Gli inglesi, in seguito, concessero l’indipendenza ai loro protettorati degli Stati del Golfo, a partire dal 1961, con il Kuwait, e terminando nel 1971, quando gli Emirati Arabi Uniti si formarono da sette emirati, i più importanti dei quali sono Dubai, Abu Dhabi e Sharjah. L’influenza britannica non era in declino. L’Oman rimane particolarmente vicino alla Corona. I mercenari britannici costituiscono le guardie reali che proteggono le famiglie dominanti in tutti i sei stati del GCC. Questi emirati sono governati da monarchie monofamiliari selezionate dai colonialisti britannici, per portare avanti il loro piano per dominare il petrolio del Medio Oriente e le rotte marittime, fin dal tardo 18° secolo.
Le sei famiglie regnanti del GCC sono legate tra loro, così come lo sono le famiglie reali d’Europa. Le monarchie del GCC sono invenzioni del monopolio petrolifero dei Rockefeller/Rothschild. Loro interesse, come con Mubarak in Egitto e re Hussein di Giordania, è arricchirsi servendosi dei malversatori del petrolio arabo. Gheddafi, invece, ha trascorso la sua vita combattendo quei malversatori. I media corporativi ingannano i progressisti occidentali ritraendo gli arabi come un gruppo monolitico di despoti corrotti. Ma proprio come Castro, Ortega, Chavez, Morales e Correa hanno fatto grandi passi avanti nella liberazione del Centro e Sud America, Gheddafi, Ahmadinejad, Nasser, Boumedienne e Nasrallah hanno combattuto il cartello bancario mondiale a vantaggio del loro popolo. Questo è il motivo per cui c’è il lavaggio del cervello per farli odiare. Quello che è successo in Libia è un’operazione segreta classica, evocata dall’intelligence occidentale e finanziata dal GCC, che tenta di arraffare i giacimenti petroliferi appartenenti al popolo della Libia e di consegnarli ai trilionari Rothschild/Rockefeller. Non lasciatevi ingannare. Si tratta sempre della stessa stronzata coloniale.
Viva Gheddafi!

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