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28 giugno 2010

 

Kant: Antropologia dal punto di vista pragmatico

di Paolo Calabro

 

Davanti a un grande classico del pensiero occidentale moderno come l'”Antropologia dal punto di vista pragmatico” (Einaudi, 2010) di Immanuel Kant, non si sa bene da dove cominciare. Difficile dire qualcosa che non sia stato già detto, si rischia, per la complessità e la ricchezza dell’opera, di essere superficiali o di non rendere adeguatamente giustizia all’importanza dello scritto e del filosofo. Di fronte all’opportunità e al pregio di una riedizione come questa, vien voglia non solo di parlarne ma anche di dirne un gran bene.

L’Antropologia è l’ultima opera pubblicata in vita dallo stesso Kant, ed è la raccolta delle lezioni di antropologia tenute dal pensatore di Königsberg nell’arco della sua intera attività di insegnamento, dal periodo precritico fino alla fine. In cui l’antropologia è intesa non nel senso fisiologico, cioè del “che cosa la natura fa dell’uomo”, bensì nel senso appunto pragmatico, ovvero del che cosa l’uomo “fa, può e deve fare” della sua natura. Che in quanto “umana” è per ciò stesso libera e dunque non determinabile a priori mediante la semplice (per quanto accurata) osservazione fenomenologica: occorre in più una riflessione razionale su quali fini l’uomo può dare a se stesso come orientamento della propria esistenza personale e collettiva.

Questa edizione italiana, nella traduzione di Gianluca Garelli, è preceduta dalla prestigiosa Introduzione di Michel Foucault (tradotta dal francese da Mauro Bertani). Fu la “tesi complementare” di Foucault, da questi redatta ad Amburgo (dove il filosofo dirigeva l’Institut francais), a due passi da Rostock (dov’erano conservati i documenti di Kant), tra il 1959 e il 1960. Contributo corposo (oltre 80 pagine) e pregnante, nel quale Foucault affronta il nodo della “crescente antropologizzazione” della filosofia nella seconda metà del Novecento.

«Nella cultura civile, tutti i progressi tramite i quali l’uomo compie la sua scuola hanno il fine di impiegare all’uso del mondo le conoscenze e le abilità acquisite; ma nel mondo l’oggetto più importante a cui è possibile applicarle è l’essere umano, perché questo è scopo ultimo a se stesso. – Dunque il conoscerlo nella sua specie, come essere terrestre dotato di ragione, merita in modo particolare il nome di conoscenza del mondo, ancorché l’uomo non costituisca che una parte delle creature della terra» (I. Kant, p. 99).

Grande lezione per i nostri tempi. A certe religioni troppo “spirituali” (l’uomo è al centro di tutto); a un certo modo di guardare alla natura come qualcosa da sfruttare, asservire, anche combattere (l’uomo è parte della natura, non qualcosa d’altro). Ma, soprattutto, a quel modo di intendere la vita umana come un esercizio di diritti senza i corrispondenti doveri, come qualcosa di illimitato, sbrigliato, in continua crescita: a questo proposito Kant ricorda che l’uomo conosce la propria libertà solo grazie al dovere che la coscienza morale gli offre come pungolo e monito. Nessuna morale eteronoma o sovraordinata: l’uomo è legge a se stesso. Ma dove non c’è alcuna legge, nemmeno può esserci umanità. Non c’è nulla di più pragmatico di questa filosofia.

 

Immanuel Kant, filosofo tedesco della fine del Settecento, è l’autore di quella “rivoluzione copernicana” in filosofia che va sotto il nome di “critica della ragione”. Tra le sue opere principali: Critica della ragione pura, Critica della ragion pratica, La religione entro i limiti della semplice ragione, Metafisica dei costumi, Prolegomeni ad ogni futura metafisica che voglia presentarsi come scienza. Da Einaudi è già stata edita la Critica della facoltà di giudizio (1999; a cura di E. Garroni e H. Hohenegger).

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