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Parte III

ALCUNI PROBLEMI DELL’OSSERVAZIONE

E DELLA METODOLOGIA


Capitolo  1

IL RUOLO DEI VALORI NELLA RICERCA

SCIENTIFICA

Un sociologo contemporaneo, il Martingale (1979), schematizza cosi` la differenza tra

ideologia e teoria scientifica:

1) Lo schema di Martingale

Dallo schema sembrerebbe piuttosto facile distinguere tra questi due concetti, e sembrerebbe

anche del tutto escluso che i valori possano far parte di un procedimento scientifico. Ma lo stesso

Martindale e` cosciente che la cosa non e` cosi` semplice e che "negli affari umani non c'e` alcun

risultato importante senza passione" (p.10). Ed anche se la passione puo` portare le persone ad essere

meno obiettive, questo non vuol dire che l'eliminazione dalla ricerca della passione, dell'impegno, e

della scelta dei valori, che molto spesso a questi elementi sono collegati, sia possibile, e, se

possibile, sia valida. Io personalmente ritengo che, come ricercatori, dobbiamo ricercare, e

conciliare reciprocamente, sia la "passione" che "l'obiettivita`". Ma vedremo meglio, in seguito,

come, secondo me, questo sia possibile. Quello del rapporto tra valori e ricerca scientifica e` un

dibattito che la sociologia si porta dietro sin dal suo nascere. Anche per questo Sztompka (1979)

puo` esserci di grande aiuto. Egli parte cercando di chiarire gli assunti di base delle due posizioni

contrapposte.

La tradizione neutralista (cui S. ricollega il pensiero di Spencer, Durkheim, Weber, ed altri) ha

i seguenti assunti di massima - con differenze anche sensibili tra gli autori che fanno parte di

questa scuola -:

- si puo` distinguere tra fatti e valori;

- i giudizi di valore possono essere eliminati, o per lo meno ridotti: a livello personale, attraverso un

valido addestramento del ricercatore, e partendo da motivazioni di ricerca di semplice

comprensione e conoscenza; a livello collettivo, con la critica dei colleghi scienziati, ed attraverso il

libero mercato delle idee; ed infine grazie all'estensione alle scienze sociali dei metodi delle scienze

naturali, e cioe` adottando un linguaggio piu` preciso, scientifico, e perfezionando le tecniche con

modelli matematici e con l'uso dei computers.

La tradizione assiologica invece (cui S. ricollega il pensiero di Myrdal, Wright Mills, Gouldner,

Habermas, ed altri) ha i seguenti assunti (anche qui con differenze interne anche sensibili):

- in realta` i valori si inseriscono sempre nel processo di ricerca, sia che i ricercatori lo vogliano o

no, soprattutto in 8 punti di questa

. nella scelta di fare o non fare ricerca

. nella scelta del problema scientifico da trattare

. nella scelta del modello di societa`

. nella scelta del campione

. nella scelta delle tecniche di ricerca

. nell'accettazione o il rigetto delle ipotesi

. nella decisione di pubblicare o meno i risultati

. nei risultati stessi (come parte della teoria, nella struttura delle proposizioni scientifiche, o nei

concetti stessi).

S. conclude l'analisi aderendo alle tesi del costruttivismo, di cui parleremo in seguito. Ma

vediamo meglio i suggerimenti di uno degli studiosi della scuola assiologica che piu` ha

approfondito questo tema, e la cui proposta e` molto seguita dai sociologi contemporanei, il Myrdal.

Scrive G. Myrdal, nel paragrafo, Portare le valutazioni allo scoperto: "L'errore in buona parte della

ricerca contemporanea non meno di quella tradizionale, non sta in una sua mancanza di

"oggettivita`" nel senso tradizionale di indipendenza da ogni valutazione. Al contrario, ogni studio di

un problema sociale, per quanto di portata limitata, e` e non puo` non essere determinato da

valutazioni. Una scienza sociale 'disinteressata' non e` mai esistita, e logicamente non potra` mai

esistere.... L'unico modo in cui possiamo sforzarci di raggiungere una certa 'oggettivita`' e` - a livello

di analisi teoretica - quello di portare innanzitutto le valutazioni in piena luce, di renderle consce,

esplicite e precise e di lasciare che siano esse a guidare l'impostazione della ricerca.... Le premesse

di valore dovrebbero essere rese esplicite: cio` come condizione perche` la ricerca possa davvero

aspirare ad essere 'oggettiva' - nell'unico senso che questo termine puo` avere nelle scienze sociali"

(1973, p.44).

Come si vede percio` "neutralita`" e "oggettivita`" (o, come credo sia meglio dire "obbiettivita`")

non coincidono necessariamente, si puo` essere obbiettivi senza essere neutrali.

Ma vediamo meglio alcuni sviluppi del dibattito nella sociologia contemporanea.

Uno dei punti basilari sottolineati da Weber, e ribadito recentemente da due epistemologi

tedeschi (Giesen, Schmid), e` la distinzione tra "fatti" e "valori", la focalizzazione della ricerca sui

primi, e l'assunzione, nei riguardi dei secondi, di un atteggiamento di neutralita`. Recentemente

Giesen e Schmid, nel riconfermare tale impostazione, hanno sostenuto che anche i valori possono

essere considerati come dei "fatti", ed essere oggetto essi stessi di ricerca, senza pero` venir meno al

principio della neutralita`. Ci sono sempre stati dei critici all'impostazione neutralistica, ma la

loro argomentazione principale e` stata quella dell'impossibilita` di eliminare i valori della ricerca

stessa, con suggerimenti vari per eliminarne gli effetti distorcenti, in particolare nei riguardi del

ricercatore stesso. Uno dei piu` noti, e dei piu` applicati, e` quello, su citato, del Myrdal che

suggerisce una esplicitazione dei valori stessi in modo che ricercatori con valori diversi potessero

controllarne gli effetti. Piu` recentemente si e` sottolineato il ruolo dei modelli di societa`

richiedendo anche l'utilizzo di un modello piu` coerente con la societa` moderna, complessa, in cui

si intrecciano consenso e conflitto (L'Abate, 1978).

Ma malgrado la continuita` del dibattito, usando la distinzione proposta da Friedrichs tra due

paradigmi, quello "profetico", che vede il ruolo del sociologo entrare anche nel campo della

prescrizione di comportamenti, e quindi contribuire esso stesso al cambiamento sociale, e quello

"sacerdotale", che vede invece lo scienziato sociale vincolato al principio della neutralita` della

scienza, e quindi contribuire soltanto alla descrizione-spiegazione della societa` (premesse

indispensabili per la scelta di una linea politica, ma distinte da queste), si puo` concordare con

Friedrichs che, dopo un periodo, quello iniziale, in cui la vocazione profetica della sociologia e`

stata piuttosto elevata, si e` andato sempre piu` diffondendo il paradigma "sacerdotale", tanto da

poterlo considerare quasi un dogma metodologico, o almeno, usando la terminologia kuhniana,

come paradigma dominante della "scienza normale". Ad esso si attenevano e si attengono sia gli

adepti della scuola struttural-funzionale, sia di quelle conflittuali e del mercato-scambio, ma anche

molti seguaci di altre scuole. Ma recentemente le voci dissenzienti sono in crescendo, in

connessione anche con lo sviluppo di scuole sociologiche che rifiutano l'immagine del mondo

sociale come oggettivo, esterno all'individuo ed al ricercatore, e sottolineano invece come esso sia

costruito, creato dall'uomo stesso (interazionismo simbolico, fenomenologia sociale, sociologia

umanista, ecc.).

Il segno chiaro di questa crisi di uno dei principali dogmi, o "quasi-dogmi", metodologici mi

sembra venir proprio dal libro di Friedrichs su citato che critica pesantemente quella che lui

definisce "il mantello del neutralismo", e propone la riscoperta ed il rilancio della vocazione

"profetica" della sociologia. Quello che mi sembra significativo di questo cambiamento di umore

non e` tanto la pubblicazione del libro in se`, quanto il fatto che esso abbia ottenuto un premio (in

onore di Sorokin) proprio da parte dell'A.S.A., l'organizzazione ufficiale dei sociologi nordamericani,

che per tanto tempo si e` fatta portatrice, grazie alle parole di molti dei suoi presidenti,

della neutralita` della scienza. Il Friedrichs, nel suo libro, riportando i risultati di varie ricerche,e

riferendosi alla sociologia nord-americana (ma non credo che una analisi di quella recente europea

darebbe risultati molto diversi), fa notare come proprio nel periodo in cui il paradigma sacerdotale

si diffonde di piu`, c'e` stato un abbandono quasi totale dello studio dei "problemi sociali" e delle

"relazioni internazionali" (fino ad eliminare quasi completamente questi argomenti da molti testi

e riviste), visti come "ascientifici" perche` essenzialmente "normativi", mentre si allargano ed

estendono altri campi di ricerca sociologica considerati come piu` attinenti al carattere neutrale della

ricerca scientifica, tra questi la sociologia dell'organizzazione e quella militare. La conclusione

amara di Friedrichs e` quella che "i giudizi di valore devono essere fatti in qualche luogo, da

qualcuno. Quando i sociologi hanno abdicato alla responsabilita` per qualcuna delle scelte che

erano soliti fare, e` stato semplicemente per rendere i loro servizi disponibili al miglior offerente,

come fa la maggior parte delle persone" (p.89). E tra gli offerenti che pagano meglio, oltre ai

militari, Friedrichs cita anche il governo federale che finanzia un numero sempre piu` elevato di

ricerche. "In termini meno drammatici - scrive sempre Friedrichs - i sociologi sono divenuti

gradualmente coscienti che l'identificazione con una immagine che il pubblico aveva gia`

accettato con deferenza - quella dello scienziato della natura - era un passo molto piu` redditizio"

(ibid.).

Ma un richiamo alla responsabilita` sociale dello scienziato (la "scienza con coscienza"),

soprattutto di fronte alle conseguenze sempre piu` distruttive e catastrofiche della scienza stessa (in

particolare con le armi atomiche), viene anche da altre posizioni, quale quella di E. Morin, che si

richiama al paradigma della complessita`.

I limiti dell'impostazione tradizionale si fanno sempre piu` scoperti in rapporto ad alcuni

sviluppi della societa` odierna:

1) il primo e` il sempre maggior peso che assume, all'interno dei mutamenti complessivi, il

mutamento programmato, e l'impossibilita` di fare programmazioni senza scelte;

2) la distinzione tra conoscenza, compito dello scienziato-sociologo, e l'azione, compito del

politico, lascia scoperto tutto un campo, estremamente importante, di innovazione-sperimentazione,

in cui azione e conoscenza sono strettamente connesse e collegate e che, se non viene coperto, fa

aumentare quella "crisi di competenza" di cui parla Habermas.

Il tentativo, secondo me, piu` interessante e proficuo per risolvere il problema e per inserire i

valori nel processo di ricerca scientifica e` quello del costruttivismo. Il "costruttivismo" e` un

movimento culturale sviluppatosi in questo secolo nel campo artistico-letterario-architettonico, ma

con applicazioni anche nella logico-matematica, in particolare in connessione con la teoria degli

insiemi. Il primo ad applicarlo in campo sociologico, per quanto mi risulta, e` stato il sociologo

norvegese J. Galtung, noto metodologo e studioso dei problemi della pace. Galtung sviluppa la

sua proposta in uno dei saggi metodologici intitolato, abbastanza significatamente: "Empirismo,

critica, costruttivismo : tre aspetti dell'attivita` scientifica" (1977d). Gli elementi essenziali della

sua proposta (per gli altri si rimanda al testo su citato) sono due:

1) la presa di coscienza che non esiste solo la realta` empirica, dimostrabile e visibile, da una parte,

e l'irrealta` dall'altra, ma che esiste un campo intermedio, tra le due, che e` sempre di maggiore

interesse per il sociologo, che e` quello che lui definisce come "realta` potenziale", che non esiste e

non e` mai esistita, ma che puo` esistere;

2) il riconoscimento che la scienza si basa su tre linguaggi diversi, che sono quello dei dati, che si

collega alla realta` ed al mondo cosi` com'e`; quello delle teorie, che si collega alla realta` ed al mondo

prevedibile; e quello dei valori, che si collega alla realta` ed al mondo/i possibile/i desiderabile/i. Si

veda il grafico accluso:

Dall'analisi del triangolo dati-teoria-valori e dei loro reciproci collegamenti Galtung arriva a

parlare di attivita` scientifica "trilaterale", o di scienza trilaterale, che non e` la somma dei diversi

aspetti della ricerca, ma una unita` che trascende i singoli componenti e li vede come aspetti della

"scienza normale". Questi sono: 1) critica, che si basa sul confronto tra dati e valori, con maggiore

enfasi su questi ultimi; 2) l'empirismo, che si basa sul confronto tra dati e teorie, con maggiore

enfasi sui primi; 3) la creazione di scopi, in cui il centro e` nella creazione dei valori; 4) la creazione

della teoria, in cui il centro dell'attivita` scientifica e` in questa attivita`; 5) il costruttivismo, che si

basa sul confronto tra teorie e valori, con un loro reciproco adattamento; 6) la creazione di realta`,

che porta alla creazione di nuove realta`, sulla base della consonanza tra dati-teorie-valori.

Scrive Galtung, nell'esplicitare la sua proposta: "Il processo scientifico non finisce con un

prodotto scritto, nel quale si sia raggiunta la consonanza verbale (soluzione cartacea). Si conclude

solo quando e` mutata la realta` e si ottiene una consonanza empirica. Una buona teoria non e`

quella che tenga conto della realta` empirica, ma quella che porta alla realizzazione di una realta`

potenziale preferita. Ovviamente, per sapere se si e` arrivati, il processo puo` richiedere di essere

ripetuto. Una nuova realta` produce nuovi dati: nuove critiche devono essere formulate, solo che

questa volta si e` solito chiamarle "valutazioni"; i dati possono richiedere delle nuove analisi; i

valori possono dover essere almeno in parte ridefiniti; nuova teoria, proposta di correzione,

nuova azione. In questo processo nulla e` assunto come costante, tutti e tre i tipi di linguaggi

possono cambiare, solo la scienza come attivita` di ricerca di consonanze permane" (ibid.,

pp.64-65).

Che questa impostazione sia consonante con il marxismo ed il pensiero dialettico ce lo

conferma Sztompka (di cui abbiamo gia` parlato, che vede pero` il problema distinto in due diversi

dibattiti. Il primo e` quello tra "cognitivismo", che sottolinea il ruolo puramente conoscitivo della

sociologia, ed "attivismo", che ne sottolinea invece il ruolo operativo, di appoggio ad una

trasformazione sociale che liberi gli esseri umani dalle attuali schiavitu`. Sztompka opta, come

soluzione dialettica, per il "costruttivismo", richiamandosi a Galtung. Il costruttivismo, secondo

Sztompka, puo` servire al superamento, da un lato, dell' ideologismo, che non richiede un contenuto

informazionale per l'attivita` di ricerca. Tale contenuto informazionale pero`, secondo S. non va

ricercato solo in asserzioni fattuali categoriche, ma puo` essere trovato anche in direttive normative.

Dall'altro lato il costruttivismo puo` servire, invece, a superare il contemplativismo, che non

richiede alla teoria funzioni anche pratiche. Ma queste, secondo S., possono pero` essere ricercate

non solo nelle direttive normative, ma anche nelle asserzioni fattuali, categoriche, "dato che tutti e

due i tipi di proposizioni - scrive S. - influenzano il comportamento delle persone nella societa` e

producono trasformazioni sociali" ( 1979, p.173).

Il secondo dibattito individuato da Sztompka come pertinente al problema e` quello tra

"neutralismo" e "assiologismo", in cui egli opta, come soluzione, per l'"impegno", che puo`

permettere di superare sia l'obbiettivismo (visto come un attaccamento astratto ed eccessivo a

dati rilevati esterni ai ricercatori), sia il soggettivismo (visto come un attaccamento acritico alla

soggettivita` del ricercatore stesso). Ed in un capitolo sul costruttivismo nella teoria sociologica

marxiana S., portando a suo sostegno lunghe citazioni sia di Marx che di vari studiosi del pensiero

di Marx, sostiene come questa sia la posizione che anche Marx ha sostenuto. Una conferma di

questo viene anche dal Giddens che, parlando di Marx, scrive: "Solo con l'unione tra teoria e

pratica, con la congiunzione tra comprensione teoretica ed attivita` pratica politica, si puo`

raggiungere il cambiamento sociale. Questo significa l'integrazione dello studio delle trasformazioni

emergenti potenziali con un programma di azione pratica che possa realizzare questi cambiamenti"

(Giddens, p.20).

Un appoggio alla validita` del costruttivismo ci viene anche da parte degli studiosi del futuro.

Scrive la Barbieri Masini, che e` stata presidente della "Federazione mondiale di studi sul futuro":

"Proprio agli inizi degli anni ottanta si comincia a comprendere di nuovo... che prevedere il futuro

significa anche scegliere e costruire il futuro... E' questo tipo di attivita` che ritengo si stia oggi

affermando... perche` si comprende che e` importante scegliere dei valori dato che non tutto cio` che

il passato ci porta ci conduce ai nostri o altrui desideri. E' anche vero che i futuri sono diversi

proprio per le diverse azioni che possono essere intraprese nel presente. I futuri, cioe`, sono diversi

e tra loro alternativi in base alle diverse scelte legate ai diversi valori" (p.249).

Ma dopo aver analizzato la proposta del costruttivismo sociologico ed averne visto le

potenzialita` euristiche, passero` ora ad individuarne le implicazioni metodologiche.

La prima e piu` importante e` quella della possibilita`, e direi necessita`, di passare da una

sociologia descrittiva-analitica ad una sociologia sperimentale. L'elemento e` cosi` importante che

mi sembra necessario approfondirlo. Parlando dell'epidemiologia, e cioe` dello studio sulla

diffusione di certe malattie tra popolazioni e gruppi diversi, Stamler ne individua quattro diversi

tipi : 1) L'epidemiologia descrittiva, che studia la diversa diffusione delle malattie, 2)

L'epidemiologia analitica, che cerca di comprendere ed interpretare i diversi andamenti riscontrati,

3) L'epidemiologia sperimentale, che interviene sperimentalmente per modificare gli andamenti

riscontrati e confermare o meno la validita` delle ipotesi individuate; 4) L’epidemiologia applicata ,

e cioe` quella che, una volta sperimentata la validita` di certi interventi, cerca di diffonderli nelle

situazioni in cui questi possono essere utili a modificare la realta` eistente

E C. Bernard, parlando della medicina sperimentale, scrive: "La conoscenza completa

abbraccia teoria e pratica sperimentale: 1) Constata un fatto, 2) a proposito di quel fatto gli nasce

una idea nel suo spirito, 3) in vista di quella idea, ragiona, istituisce una esperienza, ne immagina e

realizza le condizioni materiali". E Loubet del Bayle, che lo cita, allargando questa metodologia

anche alle scienze sociali, presenta uno schema ciclico che definisce il ciclo sperimentale o della

conoscenza. Esso contiene diverse tappe di una catena operazionale: "Dall'osservazione dei fatti -

scrive Loubet - nascono delle proposizioni di spiegazione che costituiscono delle ipotesi; queste

ipotesi sono in seguito confrontate con la realta` nel corso di un processo di verifica che comporta

chiaramente il ricorso ad una sperimentazione; questo processo di verifica permette di formulare

una o piu` spiegazioni della realta` che potranno dare nascita a delle leggi o delle teorie" (p.21).

In realta` , comunque, il metodo sperimentale e` entrato solo marginalmente nella

metodologia della ricerca sociologica, e quando c'e` entrato, e` stato attraverso un processo

"mistificatorio" di sperimentazione in laboratorio che, nello stesso tempo che vuol mettere sotto

controllo scientifico la variabile o le variabili in analisi, crea un ambiente del tutto artificiale che

rende dubbi, e soprattutto scarsamente riproducibili, i risultati dell'esperienza stessa. Ma il

concetto di "quasi esperimento", con la sua focalizzazione sulla sperimentazione sul campo, in

situazioni naturali, e la sua applicazione anche nel campo delle scienze sociali, puo` permettere di

individuare un futuro della ricerca in cui le innovazioni storiche ed organizzazionali ( ad esempio la

vita comunitaria nei kibbutz o nei moshaws, le innovazioni nel campo assistenziale e di cura -

quali la chiusura degli ospedali psichiatrici e l'attivazione di servizi alternativi - od anche

cambiamenti storici da un tipo di organizzazione ad un'altra) possono essere trattati come processi

sperimentali, ed, in quanto tali, contribuire ad accrescere la nostra conoscenza e comprensione

della societa` e dei suoi processi.

Questo sembra particolarmente importante specie in una fase in cui la presa di coscienza ed il

passaggio dall'unicausalita` alla multicausalita` ed infine alla causalita` circolare e retro-attiva, rischia,

oltre a far superare un certo dogmatismo deterministico (il che e` piu` che positivo), di portare anche

ad un atteggiamento di totale scetticismo e qualunquismo del "tutto e` causa di tutto", o del "prova

tutto, qualcosa verra` fuori", che puo` far regredire e non progredire il nostro processo conoscitivo

(Wilkins p.37). Com'e` noto, infatti, il metodo sperimentale e` quello che permette, piu` di tutti gli

altri metodi di osservazione, di individuare i nessi causali, non visti solamente come rapporti di

interdipendenza, ma anche nella loro direzionalita`, cioe` nei rapporti tra variabile indipendente e

quella dipendente (Bailey,p.251). Ed anche quello che utilizza in pieno e valorizza sia il metodo

induttivo che quello deduttivo del ciclo conoscitivo.

Infine il passaggio ad una sociologia sperimentale ed al costruttivismo permette di accettare

come normale il paradigma profetico cui si richiama il Friedrichs, e di valorizzare in pieno metodi

di ricerca gia` noti, ed in notevole crescita, ma visti finora con un certo sospetto per il loro carattere

"obstrusivo", e cioe` l'osservazione partecipante, la ricerca-azione, la ricerca-intervento, la ricerca

partecipante.

Ma chiaramente l'introduzione dei valori come aspetto normale del processo di ricerca, che il

costruttivismo implica, mostra l'insufficienza delle indicazioni di Myrdal sulla loro esplicitazione, e

richiede l'approfondimento dei metodi per il controllo dei suoi effetti sulla ricerca stessa. Ma questo

apre un altro capitolo che qui non e` il caso di affrontare.

Capitolo 2

L'INDIVIDUALISMO METODOLOGICO

Ecco come Boudon, che abbiamo gia` visto essere uno dei sociologi contemporanei che piu` ha

sviluppato questa metodologia tanto da considerarla un vero e proprio paradigma metodologico,

definisce questa impostazione: "Secondo questo principio il sociologo deve assumere come regola

di metodo il fatto di considerare gli individui, o attori individuali inclusi in una sistema

d'interazione, come atomi logici della sua ricerca. Per esprimere lo stesso principio in modo

negativo: il sociologo non puo` essere soddisfatto di una teoria che considera gli aggregati (classi,

gruppi, nazioni) come le unita` piu` elementari alle quali e` necessario discendere " (p.55). Ed ancora:

"La spiegazione di un fenomeno sociale qualsiasi, situato a livello microscopico o a livello

macroscopico, presuppone l'analisi dei comportamenti degli attori individuali che compongono il

sistema entro cui si colloca il fenomeno" (p.56). E come esempi di studiosi che hanno utilizzato, in

modo esplicito, tale metodologia, egli cita Marx (ad esempio nel 18 Brumaio), Weber, Tocqueville

e Merton, e, in modo implicito, Durkheim. "Credo comunque - scrive Boudon – che non sarebbe

difficile mostrare che le analisi sociologiche che hanno dimostrato di poter resistere all'usura del

tempo hanno tutte aderito a tale principio" (p.56).

L'esempio di una ricerca, di uno studioso svedese, sui processi di cambiamento sociale in

rapporto all'estensione di una innovazione, permette a Boudon di sostenere come, anche a livello

macro-sociologico, il cambiamento sociale sia comprensibile solo se l'analisi viene condotta fino

agli attori ultimi, piu` elementari, dei sistemi d'interdipendenza che sono oggetto dell'interesse del

ricercatore. L'innovazione studiata da Hagerstrand (1965, pg 43-57) prati situati ai margini del

bosco per evitare che gli animali andassero a pascolarvi nei periodi estivi causando danni ai giovani

alberi. Il governo svedese aveva deciso di dare una sovvenzione alle aziende che introducevano

l'innovazione. Hagerstrand constato` che il processo di diffusione dell'innovazione, dapprima molto

lento, si intensificava a poco a poco per divenire poi, gradualmente piu` lento. Graficamente

l'andamento puo` essere rappresentato cosi`.

Da Hagerstrand, 1965 pg.43

La ricerca ha permesso di mettere a fuoco tre principali fattori responsabili per l'andamento

individuato:1) L'influenza personale, in particolare delle persone che hanno gia` attuato una

innovazione nei confronti degli altri; 2) I movimenti migratori, da e per la zona in studio; 3) La

resistenza al cambiamento degli attori (alta nei casi di persone anziane, o persone che hanno

intenzione di emigrare, o di vendere il terreno). Sulla base di questi fattori si e` potuto ricostruire,

con molta precisione , l'andamento riscontrato.

Questo esempio permette a Boudon di sottolineare i seguenti principi:

1) L'analisi si propone di spiegare un fenomeno, o un insieme di fenomeni, a livello di sistema

(d'interazione o d'interdipendenza);

2) questo, o questi fenomeni vengono analizzati come risultati del comportamento degli agenti del

sistema;

3) si riconosce come tali fenomeni, dei quali si cerca di dare una spiegazione, non dipendono dalla

volonta` o dalle intenzioni degli attori, e vengono percio` analizzati come fenomeni emergenti;

4) il comportamento degli individui ha lo statuto di azioni implicitamente orientate verso un fine;

5) la rappresentazione dell' azione individuale mette in evidenza una teoria complessa dell'azione

(p. 116).

Che quello del rapporto tra individuo e collettivita` sia uno dei problemi fondamentali della

ricerca sociale e della sociologia in particolare, sono molti studiosi a sostenerlo. Nadel, ad esempio,

identifica "il fuoco della sociologia ed il suo problema perpetuo" nel "rapporto tra l'ordine sociale e

l'essere individuale, la relazione tra l'unita` e l'insieme" (p.401). E Martindale sostiene che "non ci

sono problemi di base piu` importanti, nel tentativo dell'uomo di tener conto di se stesso e del suo

mondo sociale, del significato comparativo da assegnare all'individuo ed alla collettivita`" (p.461).

E nelle scienze sociali vari tentativi sono stati fatti per risolvere questo problema senza privilegiare

uno dei due termini (individuo/collettivita`), ma focalizzando l'interazione e l'interdipendenza trai

due livelli. In un mio lavoro (1990) prendo in analisi quattro di questi tentativi: la teoria di campo di

K. Lewin, il principio di cumulazione di G. Myrdal, la logica dei valori aggiunti di N.Smelser, ed il

modello strategico di Crozier e Friedberg. E' impossibile rianalizzare a fondo questi esempi, come

cerco di fare nel libro su citato, ma basta sottolineare come essi abbiano in comune un aspetto,

quello di vedere l'individuo e la societa` inserite in un processo, un circolo, che vede l'azione del

singolo, influenzata dal comportamento sociale, ma, nello stesso tempo, agire sugli altri

livelli, attraverso dei processi che possono essere cumulativi, e quindi andar su a spirale, ma

possono anche andare in senso opposto, e cioe` cominciare un andamento discendente, rompendo

percio` il processo di scalata. Che questa azione di "rottura" non sia facile, in particolare per

l'individuo isolato, e` quanto tutte le ricerche di sociologia ci hanno ampiamente dimostrato.

Ma sicuramente una certa impostazione sociologica, che D. Wrong ha criticato come una

“concezione ultra-socializzata dell’uomo” (1967) e che Boudon ha tacciato di "sociologismo", ha

teso a sottolineare eccessivamente il condizionamento del singolo, mostrandolo quasi come una

"pedina", o, secondo certe immagini della scuola di Goffman, una "marionetta" tirata da un filo. E

questo ha teso a deresponsabilizzare del tutto l'individuo, a renderlo "agito" e non "attore", a

renderlo "massa" e non "soggetto". Il problema sembra percio` essere quello di vedere la realta`

in modo tale da comprendere il ruolo, al suo interno, dell'individuo, senza pero` vedere la societa`

come una ameba (senza ossa , ne` struttura), ne` come una semplice sommatoria di individui. Lo

studioso che, secondo me, ci aiuta maggiormente in questo processo e` appunto Boudon con la

sua proposta dell'individualismo metodologico, da una parte, e degli effetti emergenti (tra cui anche

gli effetti perversi dell'azione umana), dall'altra. Ma un'altro studioso che ha dato un notevole

contributo alla messa a fuoco di questa metodologia e` P. Sztompka, un sociologo polacco

contemporaneo di cui abbiamo avuto occasione di parlare piu` volte. Egli, nel suo libro sui dilemmi

sociologici (1979), dedica a questo argomento un intero capitolo, il settimo, dal titolo "la societa`

come un insieme o come un aggregato: collettivismo, individualismo, strutturalismo".

Egli inizia con una analisi della tradizione collettivista in sociologia. Gli autori da lui

ricollegati a questa tradizione sono: Comte, Spencer, Durkheim. Questa tradizione viene continuata,

nella sociologia contemporanea, sia dalla scuola struttural-funzionale (Parsons, Merton), sia da

quella del conflitto (Dahrendorf), sia infine dalla teoria dei sistemi (Buckley). Tutti questi autori, sia

pur con notevoli differenze di accento e di metodologia, tendono a sottolineare come l'uomo sia,

sostanzialmente, il prodotto della societa`, modellato dall'impatto dei fatti sociali e da forze esterne

sociali, superindividuali. E tendono ad avere una immagine della societa` come una entita` sociale

con qualita` specifiche nel suo insieme "un genere di insieme con qualche grado di continuita` e con

dei confini " (Buckley, p.41).

Contrapposta a questa c'e` invece la tradizione individualista. In questa Sztompka vede

inserirsi J. Stuart Mill, Weber, Simmel, e, nella sociologia contemporanea, la teoria dello scambio

(Homans), e l'interazionismo simbolico (Mead, Blumer). Questi autori, anche qui con notevoli

diversita` tra di loro che S. mette in evidenza, tendono a focalizzare il loro studio sul comportamento

individuale come atto sociale elementare, ed anche sulla rete degli scambi interpersonali, ed a

vedere la societa` come un "aggregato", o rete di interazioni, e non come un "insieme".

Ecco come Sztompka sintetizza le due posizioni contrapposte:

1) Il punto di vista collettivista

Le entita` sociali (i gruppi, le collettivita`, le societa`, le culture, le civilta`, ecc.) esistono

realmente ed agiscono come agenti sociali, e cioe` sono distinguibili da altre entita` complessive,

sono integrate ed unificate al loro interno. Sono, almeno in parte, autonome rispetto agli elementi

che le compongono. Mantengono una certa continuita` indipendentemente dal destino di tali

elementi, ed esercitano una influenza causale su altre entita` sociali e sui propri componenti.

2) Il punto di vista individualista

Le cosiddette entita` sociali non hanno esistenza indipendente o potenzialita` causale: cioe` esse

sono solo aggregati fluidi (o insiemi) di individui umani (o delle loro attivita`), che si

sovrappongono ad altri aggregati simili, privi di proprieta` separate diverse da quelle calcolate

statisticamente sulle proprieta` degli individui, carenti di qualsiasi continuita` sopra e oltre il destino

degli individui, connesse causalmente solo attraverso le attivita` degli individui, e prive di possesso

di un potere indipendente sopra tali individui.

E Sztompka, come sintesi dialettica di queste due posizioni contrapposte, individua una terza

posizione, che egli chiama "strutturalista" e che sintetizza in questo modo:

3) Il punto di vista "strutturale"

Sostiene che i soli soggetti esistenti in una societa` sono gli individui umani (le loro azioni, i

prodotti delle loro azioni). Ma una pluralita` di individui umani interrelati in modo complesso da una

rete di interazioni sociali e di relazioni sociali, costituisce una struttura specifica, che ha nuove

proprieta` e nuove regolarita`. Non c'e` niente altro, nella societa`, se non la gente. Ma nello stesso

tempo la societa` e` qualcosa di piu` di una pluralita` di persone. Quel qualcosa di piu` e` appunto la

struttura dei loro rapporti reciproci.

In sostanza, secondo S., l'approccio strutturale da lui sostenuto prende dal collettivismo

tradizionale l'idea che gli oggetti sociali sono qualcosa di diverso o qualcosa di piu` di una semplice

somma di individui. Ma prende anche, dal tradizionale individualismo, l'idea che i componenti di

base della societa` sono individui (non considerati come isolati l'uno dall'altro, sconnessi

reciprocamente). E tende a distinguere il suo approccio dalle due posizioni estreme che egli

definisce come olismo reificato e atomismo. L'olismo reificato ritiene che gli insiemi sociali

rappresentino un livello piu` complesso di organizzazione (una rete integrata) che trascende gli

individui che la compongono, che e` una realta` sociale sui generis, un modo di essere

ontologicamente particolare. L'atomismo ritiene invece che il reale substrato sono gli esseri umani,

e che non esiste alcuna struttura sociale specifica nella societa`, che e` solo un aggregato, un insieme

amorfo di individui. E Sztompka conclude sottolineando come "Marx era esplicitamente critico

della visione atomistica della societa`, come pure dell'immagine olistica, reificata, e che, dal lato

positivo, egli ha accettato esplicitamente gli assunti costitutivi della posizione strutturalista."

(p.311).

Sztompka non usa di solito il termine "individualismo metodologico", date le divergenti

posizioni su tale metodologia e le diverse accezioni della stessa (Leonardi), per cui da una parte si

sostiene che Marx l'abbia usata, dall'altra si ritiene invece il contrario (Sztompka, p. 311). Ma la sua

proposta e` notevolmente simile alla formulazione data da Boudon dell'individualismo

metodologico, che pur prendendo come base di ricerca l'individuo, tende a sottolineare quelli che

Boudon definisce come gli effetti emergenti, e che potremmo anche definire, con Sztompka, gli

effetti strutturali. Sztompka infatti sarebbe del tutto d'accordo con le tesi di Boudon che sostiene

come la societa` non possa essere considerata una semplice sommatoria di individui, e che i

fenomeni da spiegare non dipendono dalla volonta` e dalle intenzioni degli attori (principio

metodologico n. 3), ma che la loro comprensione necessita di una "teoria complessa dell'azione"

 (principio n.5). Qualcosa di molto simile lo sostiene anche Sztompka quando scrive: "Il modello a

molti livelli, complesso, della struttura sociale tipico dell'orientamento marxista giunge piu` vicino

ad una piena comprensione e spiegazione della realta` sociale e delle sue peculiarita` ontologiche

rispetto all'immagine alternativa, unilaterale e semplicistica, dei collettivisti e degli individualisti"

(p.325).

Ma l'individualismo metodologico, nell'accezione di Boudon, richiama anche, e si ricollega

strettamente, ad uno dei principi metodologici del paradigma della complessita` di Morin, e cioe`

quello che dice che e` impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, come conoscere il

tutto senza conoscere le parti. O, detto in altre parole, "la parte e` meno del tutto, il tutto e` meno

delle parti". Anche questa impostazione richiede che la base della nostra analisi siano gli individui,

non visti pero` come singoli e disaggregati, ma nelle loro relazioni con le altre parti che compongono

il tutto.

Ma anche le indicazioni di Ritzer, nel suo tentativo di lettura integrata dei diversi paradigmi,

che abbiamo visto nel capitolo apposito, sono molto simili a quelle sottolineate da Boudon nella sua

proposta. Ritzer infatti sottolinea continuamente la necessita` di tener presente,

contemporaneamente, gli aspetti soggettivi e quelli oggettivi, ed i rapporti tra microlivello e

macrolivello. E sostiene che la realta` sociale non puo` essere compresa pienamente senza tener conto

degli aspetti soggettivi e personali della sua costruzione. Anche da lui viene, implicitamente, la

sottolineatura dell'importanza, nelle scienze sociali, del principio dell'individualismo metodologico.

Altri contributi, molti importanti, al chiarimento di questa metodologia, vengono da Galeotti,

da Leonardi e da Giddens.

Galeotti sottolinea come l'identificazione tra individualismo metodologico e individualismo

politico sia falso. Scrive l'autrice: "il senso di questa conclusione sembra essere quello di un

ridimensionamento delle pretese dell'individualismo metodologico - che l'autrice ha sottolineato

come inerenti all'impostazione di Hayek e di Popper - la cui interpretazione come visione del

mondo complessiva viene posta in dubbio dai risultati dell'analisi". "L'aver circoscritto il problema -

continua l'autrice - a quello del contenuto delle spiegazioni sociali libera, a mio parere, la

discussione sull' IM dalle interferenze ideologiche che l'hanno spesso inquinata e consente di

affrontare i termini della questione nelle loro valenze piu` proprie. Il presente studio... vuole

mostrare che, se il problema e` posto nel modo adeguato, senza indebite estensioni in campo

normativo o metafisico, si delinea una significativa proposta di ricostruzione dei fatti sociali che

merita considerazione anche da parte dei sostenitori di punti di vista alternativi" (p.19).

Uno studioso italiano, il Leonardi, sottolinea il contributo allo sviluppo di questa

metodologia, oltre che di Hayek e Popper, anche da parte di Shulz, il fondatore della sociologia

fenomenica. Egli analizza inoltre le critiche fatte a questa scuola da parte dei collettivisti

metodologici che vedono l'IM come un "riduzionismo" di fattori sociali a fattori psicologiciindividuali.

"Tutta la critica all'individualismo - scrive Leonardi - puo` essere letta come una

variegata ricerca di 'prove' sulla non completa riducibilita` dei termini collettivi a termini

individuali....[secondo queste critiche] l'individualismo metodologico pretende invece che i

fenomeni sociali consistono nelle relazioni tra individui; ed in quanto 'relazioni' la loro

fenomenicita` rende osservabili solo gli attori nella loro relazionalita`, con l'ulteriore conseguenza che

solo gli attori sociali possono essere considerati 'fattori causali' nella storia" (pp. 56-57). Critiche

pero` da cui Leonardi prende le distanze sottolineando anche quelle opposte, ai sostenitori

dell'approccio olistico. Egli infine ricollega il dibattito a quello tra spiegazione e comprensione -

che avremo occasione di analizzare nel prossimo capitolo – sottolineando la complementarieta`, e

non l'antagonismo o l'alternativa, tra le due posizioni contrapposte.

Un'altro studioso che si e` occupato di questo problema e` Giddens. Egli veda l'IM come una

alternativa a quelle versioni di sociologia strutturale che tendono a sottolineare eccessivamente il

ruolo dei fattori strutturali sul comportamento individuale. Scrive Giddens : "Lasciatemelo ripetere:

non c'e` una tal cosa come una categoria distintiva di 'spiegazione strutturale' (sottolineatura

dell'autore), ma solo una interpretazione dei modi in cui varie forme di costrizione influenzano

l'azione umana" (Giddens, 1984, p. 213). E tra le nuove regole del metodo sociologico egli

sottolinea come la sociologia non si interessi ad un universo di oggetti precostituito, ma ad un

universo costituito o prodotto dall'attivita` dei soggetti …e come sia la produzione che la

riproduzione vadano considerate come conseguenza di un'attivita` competente da parte dei suoi

membri... Per Giddens gli uomini producono la societa`, ma lo fanno in qualita` di attori

storicamente situati. Questo sottolinea l'importanza e la centralita` per la sociologia, dello studio

delle spiegazioni delle proprieta` delle strutture, che non vanno considerate solo come dei limiti

all'azione umana, ma anche come qualcosa che le conferisce ulteriori capacita` (Giddens, 1979,

pp.232-233). Questo, secondo Giddens, pone al centro dell'analisi sociologica il fenomeno della

strutturazione. "L'indagine sulla strutturazione delle pratiche sociali consiste nel cercare di spiegare

come avviene che le strutture si costituiscano attraverso l'azione, e inversamente come l'azione sia

strutturalmente costituita" (Ibid, p.233).

Avremo occasione, nel capitolo sull'analisi processuale, di analizzare piu` a fondo quella che e`

stata definita , da Turner, la "teoria della strutturazione" di Giddens. Vorrei solo sottolineare qui

come la sua proposta metodologica si avvicini notevolmente sia a quella di Boudon, con il suo

accento sugli "effetti emergenti", sia a quella di Sztompka, con quello sugli "effetti strutturali".

Tutte queste proposte correggono i difetti di certe impostazioni dell'IM, senza pero` allontanarsi dai

suoi principi di fondo.

Ma vorrei concludere questo capitolo sottolineando come tale principio sembra essere in

grado di superare l'attuale scissione tra la micro-sociologia (quella che studia il comportamento del

singolo nei suoi rapporti con gli altri significativi) e la macro-sociologia (quella che studia le

strutture sociali piu` vaste, ed i loro reciproci rapporti). Questa scissione tra due sociologie, che

vengono spesso ritenute reciprocamente inconciliabili perche` mancherebbe loro un linguaggio

comune (A. Del Lago, p.16), e che ha portato anche a definire la prima, la micro-sociologia, come

"sociologia qualitatitiva" (Schwartz, Jacobs), con parametri e metodologie del tutto diverse dalla

seconda, sembra in realta` poco fondata di fronte alle indicazioni metodologiche che stiamo

analizzando, e di fronte agli esempi citati (Lewin, Myrdal, Smelser, Crozier-Friedberg) e dei

tentativi, plurimi, di soluzione del problema.

Anche V. Cesareo arriva ad una conclusione simile alla mia sia pur, nelle sue parole,

come "prudente rivisitazione" dell'individualismo metodologico che "nonostante i limiti e i rischi

di riduzionismo spiritualistico e atomistico dell'azione che esso comporta, puo` offrire ulteriori

elementi di approfondimento" nel superamento, precisa Cesareo, della divisione tra micro e

macrosociologia (p.132).

Personalmente ritengo che questa impostazione che, pur partendo dai singoli individui e

dalle loro intenzioni, vede anche gli effetti emergenti dell'azione umana, e sottolinea - senza

reificarlo - il ruolo delle strutture sociali, permetta di superare il dilemma micro-macro, e di

comprendere quanto avviene a livello sociale, senza pero` cancellare i singoli individui

vedendoli solo come "oggetti", o "pedine", di una realta` che li trascende, e che loro non hanno

contribuito a costruire.

Capitolo 3

COMPRENSIONE E/O SPIEGAZIONE

Per molto tempo quello tra comprensione e spiegazione e` stato un dibattito interno alle

scienze sociali molto importante. Quello cioe` se le scienze sociali dovessero imitare le scienze della

natura e avessero esse stesse, al loro centro, la ricerca di leggi generali (fossero cioe` delle scienze

nomotetiche), che permettessero di spiegare cio` che avviene nella societa`; oppure avessero un

campo tutto particolare, che studia l'unicita` degli atti sociali (fossero cioe` delle scienze

idiografiche), con al loro centro non la spiegazione di cause esterne, ma la comprensione

dall'interno delle ragioni che ci portano ad agire in un modo piuttosto che nell'altro.

Il problema sembrerebbe superato in una posizione che vede la complementarieta`, e non

l'alternativa, tra queste due posizioni. Ma proprio recentemente, ed in modo abbastanza autorevole,

l'antinomia e` stata presentata come ancora esistente, ed irrisolvibile, ed e` stato sostenuto che

esisterebbe una "sociologia qualitativa", che avrebbe alla sua base il metodo comprendente di

Weber, e che, come oggetto, ha scelto di studiare la vita quotidiana ed il senso comune (che la

sociologia tradizionale considererebbecome semplici banalita`), e che si distinguerebbe nettamente,

sia come metodo, sia come campo di indagine, sia infine come linguaggio, dalla "sociologia

quantitativa" che, richiamandosi a Durkheim, cerca invece di spiegare, considerandoli come fatti, (e

non come atti dotati di senso), quello che avviene nella societa` cercandone le cause all'esterno

dell'uomo stesso. Ecco come H. Schwartz e J. Jacobs, autori del libro citato, che per molti versi e`

ricco e stimolante, e presenta, dall'interno, ricerche molto interessanti svolte con un metodo di tipo

qualitativo, presentano l'antinomia su citata:

"Il punto di partenza di questa scuola [l'interazionismo simbolico visto come una delle fonti

primarie della sociologia qualitativa] e` che, se si vogliono comprendere i fenomeni sociali, e`

necessario che il ricercatore scopra la "definizione della situazione" data dall'attore, e cioe` la sua

percezione e la sua interpretazione della realta`, e i rapporti di entrambe con il suo comportamento....

Affinche` il ricercatore riesca a comprendere tutto questo, deve essere capace (sia pure in modo

approssimativo) a mettersi nei panni degli altri.... Si ritiene che le forme percettive risultanti (le

"definizioni della situazione") siano il prodotto della combinazione di biografie personali,

situazioni, comunicazione non verbale e scambi linguistici, elementi che caratterizzano ogni

interazione sociale….

Per comprendere questo processo e le forme dell'interazione sociale in cui esso sfocia, il

ricercatore - che ricorre, per esempio, alla strategia dell'osservatore partecipante - cerca di solito di

interagire con gli attori, di osservare e condividere le loro attivita`, di avere dei colloqui informali

con loro, o con altri che sono, o erano, coinvolti nella situazione sociale indagata, e grazie a questa

partecipazione, di ricostruire la loro realta`. Se riesce a compiere tutto questo , il ricercatore

acquisisce la "conoscenza del membro", e di conseguenza puo` comprendere, dal punto di vista dei

partecipanti, cio` che li ha motivati ad agire come egli stesso ha potuto osservare, e cio` che allo

stesso tempo questo agire ha significato per loro" ( Schwartz, Jacobs, 1987, p.38).

In contrapposizione a questa metodologia, invece, - sempre secondo l’opinione dei due

studiosi citati –“ la sociologia tradizionale, quantitativa, si occupa di "cio` che Durkheim chiamava

le 'cose sociali'. Queste sono caratteristiche dei gruppi considerate esterne agli individui e dotate di

una capacita` di costrizione....'un fatto sociale puo` essere riconosciuto dal potere della coercizione

esterna che esso esercita o e` capace di esercitare sugli individui' (Durkheim, p.33)...I sociologi di

questa scuola cercavano come dati quelle caratteristiche dei gruppi che possono essere constatate e

verificate scientificamente. Poiche` fu inoltre stabilito che i fatti sociali potevano essere spiegati solo

mediante altri fatti sociali ('la causa determinante di un fatto sociale dovrebbe essere cercata fra i

fatti sociali precedenti e non tra gli stati di coscienza tra gli individui - Durkheim, p.106), tali fatti

costituivano sia il problema che doveva essere spiegato dalla sociologia sia gli elementi della

spiegazione. Ne risultava quindi che, se si aderiva a tale concezione della spiegazione sociologica,

non ci si interessava direttamente degli individui, delle loro interpretazioni, o degli effetti di queste

sul comportamento individuale. Cosi` questa scuola fini` per considerare l'osservazione empirica e

dettagliata del comportamento individuale nei suoi ambiti e nelle situazioni sociali come una attivita`

non scientifica o prescientifica.

“Cosi`, fino ad un'epoca relativamente recente – scrivono Schwartz e Jacobs - la letteratura

sociologica ha contenuto pochi account descrittivi di buon livello relativi alla vita quotidiana delle

persone nelle sue condizioni naturali, e basati sull'osservazione non invadente delle loro attivita` nel

corso del tempo. Non solo era scarso il materiale documentario sull'attivita` delle persone nelle

diverse situazioni sociali, ma ce n'era ancora di meno che indicasse quale fosse il significato che tali

attivita` assumevano per loro nei diversi contesti in cui esse avevano luogo....La sociologia continua

a prestare un'attenzione insufficiente agli individui presenti nelle situazioni sociali e a conferire una

importanza eccessiva agli effetti del "sistema" e alla sua capacita` di "formare" il comportamento"

(op.cit., pp.39-40.)

E A. Dal Lago, nell'introduzione a quello stesso volume, sostiene: "In altri termini la

sociologia scientifica e` interessata alla spiegazione , cioe` alla costruzione di 'meccanismi teorici' che

'stiano per' cio` che succede, che 'chiariscano' la realta` sociale, la sociologia qualitativa e` invece

interessata alla "descrizione comprendente" (se cosi` si possono sintetizzare i due metodi del

comprendere weberiano - verstehen - e della descrizione microsociologica) che non rende coerente

la realta`, ma piuttosto la esplicita, rivelandone la saggezza o la follia nascosta... Il motivo dei

sospetti avanzati dagli scienziati "veri" nei confronti dei sociologi... e` forse in questa scissione,

nell'impossibilita` di trovare un linguaggio comune della sociologia..." (p.16).

E Dal Lago sostiene che quelle che lui chiama le "due sociologie" hanno una reciproca

divaricazione "che attualmente non sembra ricomponibile" (Ibid.). In realta` molte delle motivazioni

addotte da Schwartz e Jacobs sui limiti della cosiddetta sociologia "scientifica" (il termine e` di Dal

Lago), e che sono del tutto condivisibili, le abbiamo gia` viste in varie occasioni. Abbiamo infatti gia`

parlato dei limiti del cosiddetto "metodo scientifico", con il suo privilegiamento della logica

deduttiva, ed una sottovalutazione di quella induttiva. E Schwartz e Jacobs sostengono lo stesso

quando scrivono: "E' essenziale che le scienze sociali riconoscano ed ammettano la complessita`

dell'interazione sociale e il fatto che delle spiegazioni sistematiche e succinte non sono facili da

ottenere... Potrebbe... essere positivo per la disciplina che si cominciasse dall'inizio, come tanti

hanno ripetutamente sostenuto - cioe` per prima cosa compiere osservazioni, descrivere, e

categorizzare gli eventi sociali, e poi costruire delle teorie coerenti con i dati. Il modo in cui oggi le

teorie si 'adattano' ai dati lasciano molto perplessi....Senza dei dati descrittivi di base, le teorie del

comportamento sociale continueranno probabilmente a rivelarsi 'solo delle teorie'" (Ibid. p.41).

Ma tutto questo, ed anche lo spazio richiesto per l'interpretazione soggettiva dell'azione

umana, senza bisogno di sostenere l'esistenza di due sociologie, che secondo me e` del tutto

fuorviante, rientra benissimo in quanto abbiamo gia` detto:1) sull'integrazione, nel processo

conoscitivo, tra 'descrizione' e 'spiegazione'; 2) sull'importanza della logica induttiva; 3) sulla

necessita` di fare entrare la vita reale nel 'ciclo conoscitivo'; 4) sulle potenzialita` ed importanza di

una teorizzazione 'classificatoria'; 5) sulla necessita` di lasciare un notevole spazio alla costruzione

delle teorie 'dal basso', attraverso la strada teoria particolare --> teoria di medio raggio--> teoria

generale; 6) nel riconoscimento, come metodo importante per la verifica delle ipotesi, della strategia

della 'teoria emergente'; 7) sul principio dell'individualismo metodologico - distinto da quello

politico - visto come strumento fondamentale di analisi della realta` sociale e come mezzo per il

superamento del distacco tra micro e macrosociologia.

Con questo potrei considerare chiuso il problema. Ma una analisi piu` approfondita del

pensiero dello stesso Weber, che gli autori su citati chiamano a sostegno della loro tesi

(dell'esistenza di 'due sociologie'), puo` permetterci di capire meglio la complementarieta`, e non

l'alternativa, tra i due metodi. Scrive Weber: "Nell'analisi del comportamento umano... per la sua

interpretazione noi possiamo proporci, almeno in linea di principio, il fine non soltanto di renderlo

'intelleggibile' come 'possibile' in riferimento al nostro sapere nomologico, ma anche di 'intenderlo',

cioe` di scoprire un 'motivo' concreto, o un complesso di motivi, che possa venir 'rivissuto'

'interiormente', al quale noi lo imputiamo con un diverso grado di precisione secondo il materiale

delle fonti " (in Rossi, Mori, Trinchero, p. 67). Ed ancora : "La conoscenza delle leggi della

causalita` puo` essere non gia` lo scopo, ma soltanto mezzo dell'indagine. Essa ci rende piu` agevole

l'imputazione causale degli elementi dei fenomeni, culturalmente significativi nella loro

individualita`, alle loro cause concrete. In quanto, e solo in quanto esso serve a questo fine, ha valore

per la conoscenza di connessioni individuali. Quanto piu` le leggi sono 'generali', cioe` astratte, tanto

meno servono per i bisogni dell'imputazione causale di fenomeni individuali, e quindi

indirettamente per la comprensione del significato di processi culturali" (Weber, 1958, p.94).

"Una trattazione 'oggettiva' dei processi culturali …e` priva di senso! - scrive ancora Weber -

per i motivi seguenti: 1) perche` la conoscenza di leggi sociali non e` conoscenza della realta` sociale,

ma e` soltanto uno dei diversi strumenti di cui il nostro pensiero si avvale a tale scopo; 2) perche` non

si puo` concepire una conoscenza di processi culturali, se non sul fondamento del significato che ha

per noi la realta` della vita, sempre individualmente atteggiata, in determinate situazioni particolari.

In quale senso ed in quali relazioni cio` avvenga non ci e` svelato da nessuna legge, perche` e` deciso

dalle idee di valore in base alle quali consideriamo nel caso singolo la 'cultura'. La 'cultura' e` una

sezione finita dell'infinita` priva di senso dell'accadere del mondo, alla quale e` attribuito senso e

significato dal punto di vista dell'uomo" (Weber, 1958,pp.95-96).

Come si vede, percio`, Weber non esclude la conoscenza esplicativa, nomologica, ma cerca

solo di ridimensionarla mostrandone i limiti, sostenendo la necessita` di integrarla con l'altro

approccio, che lui definisce appunto di "sociologia comprendente". Questa non e` percio` un

sostituto della spiegazione, ma un contributo ad una piu` valida spiegazione, che veda il problema

anche, ma non solo, dal punto di vista del soggetto coinvolto nei processi che si stanno studiando.

Nel sottolineare in Weber l'integrazione, e non l'alternativa, tra le due metodologie, scrive Pietro

Rossi, che ha curato l'edizione italiana dei saggi metodologici di Weber: " Il procedimento di

comprensione, di per se` stesso, non perviene ancora ad un risultato scientificamente valido:

l'intendere' formula ipotesi direttive per penetrare l'atteggiamento umano, ma queste ipotesi

debbono essere verificate mediante la spiegazione causale. L'intendere acquista una validita`

scientifica allorche` le sue ipotesi trovano un accertamento empirico, cioe` quando esso diventa, al

tempo stesso, spiegazione causale. Appunto per questo l'evidenza di una interpretazione non

comporta ancora la sua validita`" (P. Rossi, in Weber, 1958, nota 2 a p. 303).

E sempre Rossi, nella sua introduzione ad un volume collettaneo sui problemi della

spiegazione sociologica, scrive: "Weber non esclude che [le scienze sociali] facciano anche uso -

come aveva sostenuto Dilthey - di un procedimento di comprensione, capace di penetrare la realta`

sociale nel suo significato; egli intende piuttosto qualificare la comprensione non piu` come un atto

di intuizione immediata, ma come la formulazione di ipotesi interpretative che richiedono di essere

verificate empiricamente. Nell'ambito delle scienze storico-sociali la comprensione viene percio` a

coincidere con la spiegazione di un avvenimento nella sua individualita`: il significato di un oggetto

storico puo` essere accertato soltanto attraverso la determinazione del suo processo causale, che e`

sempre un processo storico individuale" (p.18).

E Rossi precisa come Weber parta dalla constatazione del carattere inevitabilmente

'soggettivo' dei criteri di scelta impiegati nelle scienze storico-sociali, ma esse possono pervenire

tuttavia, malgrado le premesse soggettive, a risultati oggettivamente validi, grazie al ricorso al

principio di causalita`, all'individuazione cioe` di rapporti causali validi indipendentemente dal punto

di vista dell'indagine e dei criteri di scelta di cui essa si avvale. (Rossi, Ibid, p.19). Ma Weber ritiene

che, nelle scienze storico-sociali i rapporti di causalita` siano di carattere non 'necessario' o

'deterministico', come quelli delle scienze della natura, ma basati su una 'possibilita` oggettiva',

'condizionale', 'probabilistica'" (Ibid. pp.19-22). Avremo occasione, nel capitolo sull'analisi causale,

di ritornare sulla concezione di causalita` weberiana. Vorrei solo sottolineare come moltissimi

studiosi contemporanei concordino in pieno con questa impostazione weberiana. Ne citero` solo

alcuni. Scrive Leonardi, nel suo saggio sull'individualismo metodologico, "L'unita` logica ed

epistemologica delle scienze.... resta fondata sulla 'spiegazione' attraverso regole di uniformita`

 (ancorche` relative) e sulla 'comprensione' come attribuzione di senso. Entrambe inscindibili, perche`

la spiegazione stessa richiede senso, e perche` il senso della stessa contingenza e` attingibile

attraverso la sua non identificata uniformita`, per cui l'oggetto della comprensione resta,

ineludibilmente, l'uniformita`" (Leonardi, 1986, pp.68-69).

E Giddens ritiene che un occidentale non possa 'comprendere', ad esempio, la stregoneria

Zande, se non attraverso un processo ermeneutico di mediazione di quadri di significato. Ma questa

comprensione e` una condizione preliminare - non escludente, ad esempio, la possibilita` di

paragonare la validita` di una teoria dell'origine virale di una malattia, con una in cui la malattia

viene considerata indotta, invece, con rituali e pratiche magiche. Per Giddens infatti l'analisi

ermeneutica richiede rispetto per l'autenticita` dei quadri di significato tra cui si istituisce un

rapporto di mediazione. E' questa, secondo questo autore, la via principale per la comprensione di

altre forme di vita, e cioe` per porre in essere loro descrizioni potenzialmente utilizzabili da parte di

coloro che non vi abbiano avuto una diretta partecipazione. Ma egli ritiene che l'autenticita` al

livello di significato vada tenuta distinta dalla validita` delle proposizioni relative al mondo che

costituiscono espressioni di credenze all'interno di un determinato quadro di significato (Giddens,

1979, pp.205-207).

E tra le nuove regole del metodo sociologico egli include le seguenti: 1) "...la conoscenza

condivisa nel contesto non e` costituita da una serie di 'voci' suscettibili di essere verificate, ma

consiste in schemi interpretativi di cui si servono (o debbono servirsi) i sociologi cosi` come gli

uomini della strada, per 'dare senso' all'attivita` sociale e quindi per individuarne le caratteristiche

riconoscibili. 2) L'immersione in una forma di vita e` il mezzo unico e necessario di cui si possa

servire un ricercatore per individuare dette caratteristiche. Laddove il termine 'immersione' - si

intende, nei confronti di una cultura estranea - non significa tuttavia 'trasformazione in un membro

a pieno titolo' della comunita`, ne` potrebbe significarlo. 'Iniziarsi alla conoscenza' di una forma di

vita estranea significa sapere come trovare la propria via di accesso ad essa e quindi mettersi in

grado di partecipare ad essa in quanto insieme di pratiche. Ma per l'osservatore-sociologo questo e`

un modo di produrre descrizioni che vanno mediate, ossia in categorie del discorso delle scienze

sociali" (Ibid. p.234).

Come si vede percio` anche per Giddens per spiegare ed interpretare un fenomeno e` necessario

mettersi anche nei panni dell'attore,, fin quanto questo sia possibile, e cioe` comprendere il senso ed

il significato della sua azione, senza pero` che tale comprensione si sostituisca alla spiegazione del

fenomeno stesso.

E Perrone, nel prendere in analisi le caratteristiche distintive delle metodologie di Durkheim e

di Weber, sostiene che, nella loro ricerca empirica, i due studiosi su citati, invece di differenziarsi,

passano attraverso fasi comuni come: 1) la creazione di tipologie; 2) l'identificazione di sequenze

causali e la loro interpretazione attraverso l'individuazione di variabili intervenienti; 3) la verifica

empirica di tali sequenze o ipotesi causali. "Verifica - scrive Perrone - che tipicamente non procede

mai 'in positivo' ma attraverso la 'falsificazione' di teorie alternative o di fattori causali concorrenti

in grado di generare tali teorie"(p.34).

R. Boudon, in un suo libro di critica alle teorie del mutamento sociale, porta un esempio dei

risultati delle ricerche di Coleman sulla diffusione delle novita` farmaceutiche e sulle diversita` che

questo andamento ha trai medici di ambiente ospedaliero e quelli invece che lavorano in ambulatori.

Trai primi il processo di diffusione ha un andamento ad S (sigmoideo), tra i secondi, invece, ha un

andamento ad arco. Boudon cerca di spiegare le differenze tra questi due andamenti partendo da

quello che lui definisce il paradigma weberiano, e cioe` che il mutamento sociale va analizzato come

il prodotto di un insieme di azioni individuali (che, nel capitolo precedente, egli stesso, ed anche

noi, abbiamo definito come "individualismo metodologico"). Questo lo porta a sostenere che, per

comprendere l'andamento riscontrato, e` necessario avviare un'analisi di tipo "fenomenologico"

delle reazioni del medico di fronte al nuovo farmaco. Tale analisi permette di caratterizzare la

situazione in cui si viene a trovare il medico, in un momento dato, davanti a casi in cui: 1) il

nuovo farmaco presenta un interesse terapeutico ma 2) comporta un rischio poco noto; 3)

l'informazione immediata disponibile, proveniente da fonti anonime, non e` sufficientemente

credibile; ma 4) i suoi colleghi rappresentano una fonte di informazione facilmente accessibile

(costo dell'informazione poco elevato), di cui 5) egli si considera in grado di apprezzare la validita`,

oltre al problema ovviamente di sapere 6) se il suo amico medico, di cui lui ha assoluta fiducia,

dispone dell'informazione richiesta nel momento in cui viene consultato. L'analisi fenomenologica,

mostra la differente struttura situazionale dei due ambienti, in cui la situazione ospedaliera e`

caratterizzata da una maggiore facilita` di accesso all'informazione utile, maggiore conoscenza del

modo di lavorare dell'altro, e percio` da maggiori possibilita` di individuare colleghi "fidabili", e da

una mancanza di concorrenzialita`, presente invece tra i medici che lavorano in laboratorio. Queste

diverse strutture situazionali portano a dare all'influenza personale un peso considerevole tra i

medici ospedalieri, molto minore invece tra gli altri che dovranno acquisire, piu` spesso,

l'informazione tramite riviste scientifiche ed altre fonti, il che fa si` che l'acquisizione di

informazione utile e valida sia, tra i medici ambulatoriali, piu` difficile, piu` incerta, piu` costosa.

Sono queste diverse strutture situazionali che portano a comprendere ed a spiegare gli andamenti

riscontrati. E questo permette a Boudon di concludere: "Questo esempio permette di mettere in

evidenza alcune interessanti implicazioni epistemologiche. L'analisi comporta un momento

"fenomenologico" che consiste in una descrizione semplificata delle reazioni del medico di fronte

alla comparsa di una novita`: la sua soggettivita` viene ricostruita sulla base dei dati della situazione.

Cio` suppone che l'osservatore o l'analista, pur trovandosi personalmente in una situazione diversa

da quella del medico, sia comunque capace di immaginarne gli atteggiamenti nel momento in cui

abbia un'informazione minimale circa la definizione e le modalita` di esercizio del "ruolo" del

medico.... cio` implica che, a condizione di essere sufficientemente informati sulla situazione

dell'altro, l'osservatore puo`, entro certi limiti, prevederne le reazioni o, se le osserva,

comprenderle, nel senso che Weber dava a questo termine...La descrizione fenomenologica, e` un

momento indispensabile nella spiegazione della struttura [riscontrata] che, nel caso dell'esempio, si

trova ad avere una forma matematica. Fenomenologia ed analisi "quantitativa", lungi dal

contrapporsi, possono quindi legarsi organicamente tra di loro. Non si puo` spiegare la struttura

sigmoidea della prima curva se non si comprende che cosa pensa nella sua testa il medico di fronte

all'innovazione. Ne deriva come corollario che spiegazione (della struttura) e comprensione

(degli atti dei soggetti osservati) sono due aspetti indissolubilmente legati dell'analisi" (Boudon,

1985, pp.53-54).

Infine anche Morin, nel suo paradigma della complessita`, sottolinea la complementarieta`, e

non l'alternativa, tra comprensione e spiegazione. Scrive Morin, a questo proposito: "Non si tratta

qui di opporre l'esperienza vissuta all'astrazione teorica, le scienze sociali a quelle esatte, la

riflessione filosofica alla teoria scientifica. Si tratta d'arricchire entrambe facendole comunicare"

(p.29).

E A. Kaplan, in un suo notissimo libro sulla metodologia delle scienze comportamentali

(1964) , da` un ulteriore contributo al problema di cui e` importante tenere conto. Egli, parlando dei

livelli di interpretazione dell'osservazione, che avremo occasione di riaffrontare nel prossimo

capitolo, distingue tra "significato dell'atto" e "significato dell'azione". L'atto e` una successione di

eventi biofisici il cui significato e` negli scopi dell'attore, o negli obiettivi a cui l'atto e` diretto; il suo

centro e` cioe` nei "motivi" dell'attore. Gli atti si possono osservare raramente. L'azione, invece, e` un

atto considerato nella prospettiva nella quale ha un significato per l'attore: i processi biofisici

hanno qui dimensioni psicologiche e sociali. Al centro delle azioni sono cioe` le "cause", e cioe` i

rapporti previsti tra le azioni ed i risultati attesi. Quello che noi osserviamo sono delle azioni,

ma l'osservazione si basa su inferenze e ricostruzioni. Secondo Kaplan dal momento che lo

scienziato sociale condivide i significati dell'atto di coloro di cui sta studiando il comportamento, e

cioe`, "poiche` egli parla lo stesso linguaggio", egli ritiene di osservare direttamente l'azione pura,

senza la mediazione di ipotesi. In realta` la condivisione dei significati e` sempre solo una

presunzione. Il fatto e` che, sfortunatamente, il rapporto tra "atti" e "azioni" non e` mai costante anche

per un certo attore, il che e` ancora piu` valido se si tiene conto di persone, gruppi, culture differenti.

"Un atto particolare - scrive Kaplan - puo` avere una varieta` di "significati dell'atto", e percio`

costituire azioni diverse a questi collegate....e dall'altra parte, una varieta` di atti puo` avere lo stesso

significato, e cosi` costituire la stessa azione" (ibid.,p.139). Kaplan si pone percio` il problema che

quando lo scienziato sociale "vede" cio` che va avanti, egli in realta` sta facendo una interpretazione;

e questo vale anche a livello descrittivo, come egli esemplifica sulla base dell'esperienza di Freud

- che mostra come osservazioni ed inferenze, dati e teorie sono difficilmente distinguibili e

separabili - e che richiede di essere validata indipendentemente. Questo rende indispensabile aver

chiare le assunzioni esplicite o implicite dell'osservazione che ci fanno comprendere (significato

dell'azione) i nostri risultati assegnando loro un posto nel quadro delle nostre ipotesi. Sono queste

che ci possono permettere di fare proposizioni sull'interazione di fattori motivanti consci ed

inconsci. Secondo Kaplan mentre nelle scienze fisiche, a causa dell'oggetto stesso, il "significato

dell'atto" non ha alcun spazio, e cio` e` vero, almeno in parte, anche nelle scienze biologiche, in

quelle del comportamento esso apre la strada a due metodi particolari di osservazione che sono

l'introspezione e l'identificazione.

L'introspezione puo` aprire la strada ad interpretare dall'interno certe azioni anche se altre, di

cui noi stessi non siamo consci, restano inaccessibili, ed esse restano comunque incerte perche` ci

possiamo sempre sbagliare su cio` che riteniamo aver osservato introspettivamente. Ma questa

incertezza per Kaplan non rende l'introspezione inutilizzabile ai fini scientifici, come altri studiosi

ritengono. E' poi attraverso l'identificazione che i materiali introspettivi assumono importanza

particolare, attraverso il processo di verstehen, o comprensione, o nelle parole di altri sociologi

citati da Kaplan, la "condivisione degli stati mentali" o "l'esperienza vicaria". Sulla base di uno

studio di Abel, Kaplan considera la comprensione come quel processo che unisce atti ed azioni in

riferimento ai significati dell'atto che l'osservatore attaccherebbe all'atto in circostanze simili . "Io

comprendo l'atto quando lo vedo come forma esterna della mia azione corrispondente" (p.142). Ma

la comprensione non puo` essere confusa con la spiegazione. La "spiegazione" infatti e`

l'apprendimento del significato dell'azione alla luce di qualche teoria appropriata che la rende

significativa, mentre la "comprensione" e` l'apprendimento del significato dell'atto alla luce degli

scopi e degli obiettivi di coloro che lo compiono. La comprensione percio` non spiega il

comportamento umano se non nel senso che trasforma i processi biofisici in azioni con significato

psicologico e sociale. Essa consiste in una internalizzazione di movimenti osservati ed una loro

applicazione tramite una "generalizzazione di esperienze dirette personali che derivano

dall'introspezione". Ma non ci da` una teoria della motivazione, e della parte che in essa uno

specifico sentimento ha in essa, e queste non vengono nemmeno suggerite. "L'interpretazione degli

atti tramite l'identificazione - scrive Kaplan - e` nella mia opinione di fondamentale importanza per

la scienza del comportamento umano" (p.143). Senza di essa infatti la comunicazione sarebbe

impossibile ed erronea. Ma l'operazione della "comprensione" e` inferenziale e problematica. I suoi

risultati sono familiari e, in genere, affidabili; ma non costituisce la propria validazione. Per i

significati dell'azione, inoltre, essa e` quasi del tutto irrilevante "a meno che si parta dall'assunto che

gli esseri umani abbiano naturalmente il dono di essere capaci di spiegare tutte le proprie azioni,

malgrado essi possano ignorare le cause anche del proprio starnuto" (Ibid.). E per quanto riguarda il

significato dell'atto la comprensione ci da` delle ipotesi ma non delle verifiche, anche se e` facile

sbagliarsi e credere che la nostra esperienza personale possa costituire una spiegazione genuina. In

sostanza, dice Kaplan, noi possiamo comprendere i motivi ma non le cause; queste ultime infatti

implicano l'esistenza e la validita` di una teoria interpretativa del fenomeno. Ma anche la conoscenza

solo dei motivi puo` essere importante ai fini della comprensione totale del problema.

E Kaplan conclude il paragrafo con un invito ad una duttilita` metodologica: "In questi

problemi non credo che la metodologia sia provvista di qualche "tavola della legge" che puo` dare

comandamenti di "tu devi" o "tu non devi", per segnare la strada dello scienziato. I metodi su

cui abbiamo discusso hanno lo spazio che lo scienziato che opera trova loro; la loro utilita` dipende

interamente sull'uso che egli riesce a trovargli. Il metodologo che detta una legge farebbe meglio a

ricordare le speranze espresse da Mose` che ogni uomo possa diventare egli stesso un profeta" (p.144).

Capitolo 4

I PROBLEMI DELL'OSSERVAZIONE

1) L'effetto dell'osservazione

L'osservazione ha un ruolo centrale nel procedimento scientifico-conoscitivo. Secondo

Duverger, ad esempio, questo e` caratterizzato da due elementi, la ricerca e l'osservazione dei fatti, e

l'analisi sistematica di questi ultimi. E tra le forme di osservazione egli distingue una osservazione

documentaria, una osservazione diretta estensiva (i sondaggi e/o le inchieste con questionario con

campioni di gruppi allo studio, ecc.), ed una osservazione diretta intensiva (le interviste, i test per la

valutazione degli atteggiamenti, l'osservazione del comportamento, ecc.). Ma non e` su questi, che

vengono comunemente chiamati i metodi di osservazione, ma che sarebbe piu` giusto chiamare le

"tecniche", che vorrei scrivere dato che queste sono analizzate in qualsiasi manuale di metodologia

della ricerca, quanto vorrei parlare su alcuni problemi a monte di esse, e cioe` su "cosa si osserva".

Detto in altre parole il primo problema che mi sembra necessario affrontare e` quello se cio` che si

osserva non e` il prodotto della stessa operazione di osservazione. L'esempio piu` chiaro e piu` noto

di questo "effetto dell'osservazione" e` quello della ricerca sulla Hawthorne, della Western Electric,

portata avanti da EltonMayo (Roethlisberger, Dickson, 1939). La direzione della fabbrica era

interessata ad un miglioramento della produttivita`, e voleva individuare gli incentivi piu` validi per

stimolare gli operai ad accrescere la produzione.Elton Mayo ed i suoi collaboratori scelsero un

gruppo di donne, come gruppo sperimentale, e le misero a lavorare in un luogo separato dagli altri

operai. E sperimentarono su di loro vari "stimoli", come, ad esempio, una particolare illuminazione,

l'interruzione per il caffe`, l'ora di pranzo, i metodi di pagamento, ed altri. Ma essi si accorsero

che ogni cambiamento introdotto, qualsiasi esso fosse, portava adun accrescimento del livello della

produttivita`. E quando l'esperimento fini` e le donne furono riunite agli altri operai la loro

produttivita` continuo` a crescere. Tutto questo mise in dubbio che l'aumento di produttivita` ottenuto

(variabile dipendente) fosse determinato dalle variabili indipendenti introdotte dagli sperimentatori.

Essi furono percio` costretti a rimettere in discussione gli assunti teorici da cui erano partiti e

giunsero a ritenere che i cambiamenti ottenuti dipendessero da altri fattori non voluti, come, ad

esempio, il desiderio delle operaie di aiutare i ricercatori nel raggiungimento degli effetti - aumento

della produttivita` - che l'esperimento si proponeva, oppure la loro soddisfazione di essere al centro

dell'attenzione, ed i migliori rapporti informali che la partecipazione al gruppo di sperimentazione

aveva stimolato tra di loro.

Questo esperimento, che e` considerato alla base della nascita di quello che verra` definito il

"movimento" delle "relazioni umane nell'industria", ha fatto appunto scoprire quello che verra` in

seguito chiamato l'effetto Hawthorne, e cioe` "la contaminazione dell'esperimento da parte delle

assunzioni dei soggetti circa quello che il sociologo cerca di provare" (Robertson, 1988, p.37).

Comunque, anche prima che l'esperimento alla Western Electric mettesse il problema al centro

dell'attenzione degli studiosi di scienze sociali, il problema dell'influenza dell'osservatore sui

fenomeni osservati era stato, ed e` tuttora, al centro di vari tentativi di ricerca di soluzioni. I

principali tra questi sono:

I) La disattivazione dell'osservatore

La prima e` quella elaborata dal neopositivismo logico (Carnap ed Hempel) e ripresa anche da

Popper, e che e` stata definita, da un epistemologo italiano, il Tagliagambe, la "disattivazione

dell'osservatore". Tagliagambe, parlando di queste due correnti di pensiero,sostiene che esse tentano

di costruire una epistemologia senza soggetto, e senza osservatore. Nei due linguaggi del

neopositivismo (osservazione, calcolo) le differenze di natura soggettiva, legate alle diverse

possibilita` o modalita` di percezione, vengono disattivate. Cioe`, posti nelle stesse condizioni di

fronte ai medesimi processi, individui diversi ottengono "necessariamente" (o meglio, secondo

Tagliagambe, sono "costretti" ad ottenere) i medesimi risultati. L'attenzione e` sul risultato, e non

sull'osservatore. Lo stesso linguaggio formalizzato, il calcolo, "costringe" individui diversi, con

posizioni teoriche diverse, ad ottenere gli stessi risultati. Per questo uno dei massimi teorici della

teoria dell'informazione, Von der Foester, nel fare un bilancio dell'epistemologia, sosterra` che

questa, invece di derivare da episteme (conoscenza) e logos (teoria), potrebbe essere

considerata come derivante da epu (sopra) e istamai (porre) - cioe` che si pone sopra - perche` non

fa una teoria della conoscenza partendo dallo stesso livello in cui essa avviene, ma osserva il

processo conoscitivo dall'alto (o dal basso: in lingua inglese 'understand' sottolinea la comprensione

dal sotto), in complesso da un livello diverso. Essa cioe` analizza forme, linguaggi,

metodi, prescindendo completamente dalle persone che compiono questa osservazione. Secondo

V.Foester la conoscenza cosi` concepita prescinde dal soggetto, dall'io che conosce, e

dall'oggetto che deve essere conosciuto, e focalizzal'attenzione sul processo di conoscenza e di

comprensione, in se` considerato, che viene chiuso ed analizzato in se` stesso, con una totale

disattivazione del soggetto osservante (L'Abate, 1990, p.15).

Dal punto di vista metodologico questo avviene sottolineando il principio dell'intersoggettivita`.

Kaplan definisce cosi` questo principio: "una osservazione scientifica potrebbe esser fatta da qualsiasi

osservatore in una situazione simile: la natura non ha dei favoriti, ma si espone promiscuamente.

L'intersoggettivita` diventa il marchio dell'obiettivita`, perche` testimonia che l'osservazione e`

incontaminata da altri fattori eccetto quelli comuni a tutti gli osservatori" (Kaplan,p.128).

E sempre dal lato metodologico questa impostazione mette al centro le "procedure"

d'osservazione, e cioe` i controlli, gli sforzi per minimizzare gli errori nell'assegnare un significato a

cio` che si osserva, ed i procedimenti per isolare l'osservazione rispetto ai fattori che potrebbero

produrre errori. Tra questi ultimi: uno speciale addestramento degli osservatori, o la messa in atto di

situazioni sperimentali (ad esempio stanze speciali con vetri unidirezionali) come contesti specifici

piu` adatti all'osservazione, oppure procedure per cancellare gli errori attraverso, ad esempio,

speciali elaborazioni statistiche (ibid, p.129-130).

II) La "relativizzazione" dell'osservatore

Questa impostazione epistemologica permane, con il periodo classico del circolo di Vienna,

fin verso gli anni '20/'25. Dopo di allora i progressi scientifici "costringono" – sempre secondo

Tagliagambe - l'epistemologia a richiamare all'interno dei propri schemi l'osservatore. Questo

anche per merito della teoria della relativita` (Einstein), che, pur essendo precedente (1905), verra`

valutata per le sue conseguenze filosofiche-epistemologiche solo piu` tardi. In questa c'e` un

richiamo esplicito al punto di vista dell'osservatore, ed al sistema, inerziale o non inerziale,

all'interno del quale compio l'osservazione che puo` portare a valutazioni diverse di soggetti

diversi (Tagliagambe,1988).

Questo accento sull'importanza dell'osservatore ha fatto crollare gli assunti epistemologici del

positivismo logico che dava per scontata la rigida separazione tra osservazione e teoria, tra

linguaggio osservativo e linguaggio teorico, ed hanno messo in luce che le osservazioni vengono

non solo registrate e comunicate, ma anche svolte mediante concetti che presuppongono una massa

ingente di assunti teorici. E questo in due sensi. Nel primo senso osservare un oggetto equivale ad

attribuirgli una serie di proprieta` e comportamenti prevedibili che esulano dall'esperienza

percettiva dell'osservazione, descritta in termini di neurofisiologia (per questo osservatori diversi

possono vedere cose diverse, pur avendo la stessa esperienza percettiva) (Enciclopedia Garzanti di

Filosofia, voce "osservazione", p. 666). Dall'altra parte l'osservazione mediata da strumenti

presuppone l'attendibilita` dello strumento, e quindi la verita` della teoria su cui esso e` fondato, ed

anche l'osservazione diretta richiede che siano precisate, nei termini di una teoria della percezione,

le condizioni in cui i sensi forniscono dati attendibili (Ibid.).

Kaplan, a proposito delle critiche di Nietzsche a quello da lui definito come il "dogma della

percezione immacolata", sostiene pero` che la non immacolatezza della percezione non la rende, per

questo, insignificante ed inutile ai fini della ricerca scientifica. Scrive Kaplan :" L'osservazione e`

gia` un processo cognitivo, non solo del materiale per una conoscenza successiva... noi consideriamo

cio` che percepiamo come una entita` di un certo tipo, portando un concetto astratto alla situazione

percettiva, e sussumendo da questo l'aspetto concretamente analizzato. A causa di questo tacito

predicato l'occhio con il quale vediamo e` esso stesso un occhio della mente, oppure, in caso

contrario, non vedremmo" (Kaplan, p.132). Ed ancora: "Noi vediamo cio` che ci aspettiamo di

vedere, cio` che crediamo aver ogni ragione di vedere, e mentre queste aspettative possono portare a

degli errori di osservazione esse sono anche responsabili di osservazioni veridiche.... Non

osserviamo ogni cosa che c'e` da essere osservato, una osservazione e` fatta, e` il prodotto di una

scelta attiva, non di una esposizione passiva" (Ibid., p.133). Ma questo, secondo Kaplan, mette al

centro del processo di osservazione quello che lui chiama il "paradigma dell'osservatore", che

corrisponde a quanto si e` definito, in un capitolo precedente, la "weltashaung", il "punto di vista",

od il "modello di societa` e di uomo " dell'osservatore stesso.

L'importanza di questo aspetto e` sottolineato anche, a parte i dubbi sulla concezione delle due

sociologie gia` espressi, dalla ricchezza di molte delle ricerche riportate dal libro sulla "Sociologia

qualitativa" (Schwartz, Jacobs). Da tale libro risulta chiaramente come impostazioni diverse da

quelle tradizionali possano aprire dei campi nuovi estremamente stimolanti per la sociologia, come,

appunto, la ricerca di senso alle cose senza senso, l'osservazione della vita quotidiana, l'analisi del

linguaggio, l'invalidita` e l'handicap visti dal punto di vista dell'handicappato stesso, e non da quello

che "tecnici" che operano con loro, e cosi` via.

Ma un contributo ancora maggiore, dice Tagliagambe, rispetto alla teoria della relativita`, in

questo processo di riscoperta dell'osservatore, e` venuto dalla meccanica quantistica. In questa

infatti, a seconda del tipo di apparato che uso per l'osservazione, cambia lo stesso sistema

osservato. (Ad esempio, il fatto che l'osservatore scelga di mettere in campo un sistema di

osservazione od un altro fa si` che si possa osservare la manifestazione del sistema sotto forma

di onde, oppure di particelle. Ma il richiamo e` interno alla teoria, in quanto sono "costretto",

come osservatore, a precisare gli strumenti utilizzati, per legittimare i miei risultati).

Il problema dell'osservatore e` al centro anche di altri sviluppi della fisica moderna.

Importante, a questo proposito, il principio di indeterminazione (proposto da Heisemberg nel 1927).

Esso sostiene che i mezzi di osservazione influiscono imprevedibilmente sui fatti osservati. Infatti

l'energia impiegata nell'osservazione (ad esempio la luce) non puo` scendere al di sotto di una

certa quantita` minima (il quantum) e questa basta gia` a modificare il fenomeno osservato. Ne

risulta infatti che ogni osservazione che tende a determinare la posizione di una particella atomica

modifica la velocita` di tale particella, e viceversa, ogni determinazione di velocita` modifica la

posizione: sicche` non e` possibile determinare insieme la velocita` e la posizione di una particella

qualsiasi. Se si determina la velocita` la posizione rimane indeterminata, cioe` non prevedibile in

modo preciso (Abbagnano, 1959, p.86). Da questo principio, e da altre scoperte della fisica

contemporanea, in particolare della "meccanica quantistica", Abbagnano ne fa derivare, non solo

l'influenza dell'osservatore che modifica, col suo intervento, le condizioni del sistema osservato,

problema che stiamo analizzando in questo capitolo, ma anche la rottura della spiegazione causale a

carattere deterministico della scienza ottocentesca (problema che avremo occasione di riprendere

nel capitolo sull'analisi causale), ed il passaggio dalla categoria delle cause "necessarie" a quelle

"possibili" (Ibid,p.89). Ancora piu` essenziale per l'individuzione del rapporto tra osservatore

e osservato - scrive Tagliagambe - e` il contributo della teoria dell'informazione. Schrodinger,

cercando di differenziare i processi viventi da quelli non viventi, analizzandone le caratteristiche

interne, definira` la vita come "un ordine dall'ordine", un ordine che si stabilisce e si perpetua daun

ordine precedente. Le ricerche successive (Von Foester, Atlan) porteranno a sottolineare come la

vita puo` essere attivata dal disordine (o rumore). Atlan sottolinea come l'osservatore rompe il

monolitismo del processo osservato, portando all'inclusione dell'osservatore nel processo, il che

consente di istituire un processo dialettico tra sistema osservato e sistema osservante. L'ordine dal

rumore (o dal disordine), si puo` creare non all'interno dello stesso sistema (in questo caso ci

sarebbe la violazione del principio di entropia), ma dal punto di vista dell'osservatore esterno che

analizzi cio` che accade all'interno del sistema. Per l'osservatore esterno - e solo in quanto tale, e`

questo che valorizza e rende centrale questo ruolo - cio` che all'interno del sistema si presenta come

rumore e` un indebolimento dei vincoli strutturali interni del sistema e costituisce di fatto "nuova

informazione".

Percio`, sostiene Tagliagambe, dopo il '20/'25 abbiamo un progresso scientifico convergente

che, in discipline diverse, la fisica, la teoria dell'informazione, la biologia, ecc., porta a dare

estremo rilievo alla funzione dell'osservatore, ed alla relazione che si istituisce tra il sistema

osservante ed il sistema osservato. E questo e` un fatto estremamente innovativo rispetto allo

schema epistemologico classico, che partiva invece dal presupposto di potere, e di dovere,

cancellare l'osservatore.

Ma Tagliagambe sottolinea anche i limiti di questa nuova impostazione, in particolare sulla

base della teoria dell'informazione di Atlan. L'osservatore e` qualcosa di interno al sistema stesso

che definisce a priori il campo di pertinenza del sistema medesimo. Percio` quello che viene

chiamato "osservatore" e` il sistema medesimo nella sua struttura, e nei vincoli associati ad essa,

che fanno si` che il sistema possa assorbire certe informazioni, e non altre. La strutturalita`

interna del sistema viene in qualche modo personificata - dice Tagliagambe - e trasformata in

un osservatore che consente il passaggio all'interno del sistema solo di cio` che e` compatibile ai

vincoli strutturali interni del sistema medesimo. Il che mostra come, per Atlan, la dialettica

sistema osservante-sistema osservato, e` una "pseudo-dialettica", perche` il sistema osservante e`

solo una parte del sistema osservato che si attiva, che diventa depositaria dell'informazione

attiva, ed assume una funzione di sviluppo di questa nell'ambito del sistema stesso.

Questa teoria e` stata utilizzata (Pasquino) anche per l'interpretazione del ruolo della

politica all'interno del sistema sociale. Egli sostiene che la politica e` quella parte del sistema

osservato che assume il ruolo di informazione attiva, diventa sistema osservante, ed assume la

funzione di allocazione autoritativa di valori della societa`.

III) Il doppio sistema osservante

Questo limite, e cioe` la mancanza di un osservatore esterno al sistema stesso, e` stato superato

da alcune ricerche che hanno portato all'individuazione di due sistemi osservanti, uno interno ed

uno esterno, in un rapporto di interazione comunicativa tra di loro. Questo tende a modificare

notevolmente l'impostazione perche`, avendo due sistemi osservanti, invece di uno, mi devo porre il

problema della comunicazione tra di loro, dell'apprendimento di cio` che fa il secondo e

viceversa, dello scambio dialogico tra di essi, e la comprensione del linguaggio e delle teorie

dell'altro da parte di ognuno dei due sistemi osservanti. Ognuno dei due sistemi ha infatti, di

solito, un linguaggio ed uno schema di interpretazione diverso dall'altro. Per instaurare uno

scambio dialogico ogni sistema deve crearsi il modello di linguaggio dell'altro sistema (che

Jakobson chiama "il mondo semiotico della controparte") e tenerne conto nel corso dello

sviluppo della sua argomentazione.

Ciascuno dei due interlocutori ha la necessita` di aggiustare progressivamente il proprio

discorso sulla base di quello dell'altro. I due discorsi concrescono insieme, per cui l'uno si puo`

sviluppare non soltanto in base alle proprie condizioni interne, di coerenza, ma tenendo

anche conto dei passi successivi che nel frattempo ha fatto il discorso dell'altro.

L'argomentazione si sviluppa, non in astratto, controllata soltanto da regole sintattiche,

semantiche, ma sulla base del comportamento concreto dell'altro. Il rapporto si sviluppa come in

una partita a scacchi. Io inizio la mia argomentazione sulla base del mio modello ideale di

comportamento dell'interlocutore. Quando l'altro mi risponde dovro` aggiustare la mia strategia

tenendo conto dello scarto tra il mio modello ideale ed il comportamento ideale della controparte.

Su questa base costruiro` un nuovo modello di argomentazione, e cosi` via. Percio`, nella realta`,

l'argomentazione si sviluppa in modo progressivo, sulla base di una costruzione di schemi in cui il

modello ideale di partenza viene progressivamente aggiustato sulla base del riferimento ai

comportamenti reali della controparte. Questo e` stato definito lo "schema di comportamento

dialogico" che attiva un pensiero dialogico reversibile capace di attivare simultaneamente sia il

proprio modello linguistico che quello della controparte.

Secondo Tagliagambe uno degli esempi piu` interessanti di "modello dialogico reversibile"

e` quello di un fisiologo russo, Uhtomskij, allievo di Bedenski, della scuola di Secenov.

Uhtomskij elabora la cosiddetta "teoria del dominante", che porta ad una legge – che ha valenze

fisiogiche, psicologiche, ma anche metodologiche ed epistemologiche - definita da Uhtomskij

"dell'interlocutore ottimale o ideale". Questa legge stabilisce la condizione di colui che sa

sviluppare le proprie argomentazioni ponendo il baricentro, anziche` sul proprio linguaggio e sul

proprio dominante, su quello dell'altro. Il dominante nel sistema di Uhtomskij e` qualcosa di simile

al paradigma kuhniano, ma con valenze non solo epistemologiche, ma anche fisiologiche, e` cioe`

qualcosa che si attiva fisiologicamente e permette di vedere certe cose ed impedisce di vederne

altre. L'interlocutore ottimale, o ideale, e` colui che riesce a sviluppare le proprie

argomentazioni ponendo il baricentro sul linguaggio, sulle capacita` di argomentazione, sul

dominante dell'interlocutore con il quale attiva uno scambio dialogico. A questa condizione,

secondo Uhtomskij, si puo` realizzare il passaggio dall'epistemologia dell' "individuo" - chiuso ed

impermeabile ai contatti con gli altri individui -, all'epistemologia della "persona", intendendo

persona come colui che riesce ad incorporare in se` il punto di vista dell'altro. Tra gli allievi di

Uhtomskij, c'e` stato anche Batkin. Questi e` un pensatore russo, scoperto recentemente anche

in Occidente, che ha accettato di dare un contributo al dialogo, cercando di dar vita ad una teoria

del dialogo, e cioe` una teoria generale sulle condizioni nelle quali uno scambio dialogico si puo`

realizzare.

Tagliagambe, a cui ci siamo rifatti ampiamente nella trattazione di questo argomento,

conclude sostenendo la necessita` di una epistemologia che rifiuti la disattivazione dell'individuo e

dell'osservatore; che rifiuti inoltre l'identificazione di tutti i punti di vista possibili con quelli di

un'unico osservatore; che introduca una pluralita` di sistemi osservanti, sottraendosi alle esigenze ed

alle procedure per disattivare l'osservatore; che, attivando una pluralita` di sistemi osservanti

possibili, si ponga i problemi della comunicazione, dell'apprendimento e dello scambio dialogico, in

condizioni di parita`, tra i diversi sistemi osservanti.

L’uso del doppio osservatore e` stato un elemento costante delle nostre ricerche, sia quella

su Cortile Cascino (oggetto della mia tesi di laurea e sulla quale parleremo piu` a fondo in un

paragrafo dell’analisi funzionale), sia nella sperimentazione dei giochi cooperativi (vedi paragrafo

sulla ricerca valutativa nel primo capitolo di questo libro).

Le ricerche su Cortile Cascino (uno dei quartieri piu` poveri e piu` malfamati di Palermo), sono

state portate avanti con la tecnica dell’osservazione partecipante in quanto sia io che Goffredo, un

giovane collaboratore di Danilo Dolci che proveniva da Gubbio, e che aveva scelto di condividere

con me questa esperienza, vivevamo in una baracca nel bel mezzo del cortile (un ex centro di

smistamento dei panni vecchi), e partecipavamo alla vita del quartiere. Goffredo si occupava

specificamente del dopo scuola dei bambini piccoli, mentre io dell’insegnamento a leggere ed a

scrivere dei giovani adulti. Ma dato che avevo scelto di fare la mia tesi di laurea sul risanamento di

questo cortile (che avverra` dopo qualche anno, grazie anche alle nostre lotte) io davo ai miei allievi

dei compiti che mi permettessero di capire la loro vita ed i loro problemi. Cosi`’ se gli avevo

insegnato come si fa un bilancio familiare chiedevo loro di fare il bilancio della loro famiglia per

capire meglio come facevano a cavarsela anche nelle povere condizioni in cui vivevano. E se gli

avevo insegnato a scrivere chiedevo loro di fare un tema sulle condizioni del loro lavoro (spesso un

lavoro nero), o sulla loro vita di disoccupati (se lo erano). Oppure di scrivere una lettera alle autorita`

(al papa, al capo del governo, al sindaco , ecc. ecc.) per chiedere loro di venire a vedere in quali

condizioni vivevano i “cascinari” percheÅL cominciassero a pensare seriamente a cosa fare per il

isanamento del cortile (Lombardo Radice, L’Abate, 1958). Ma per conoscere piu` a fondo i

problemi, ed organizzare meglio alcune delle nostre attivita` (come ad esempio qualche festa per i

bambini, e le possibili condizioni per il risanamento) ogni tanto facevamo un vero e proprio

censimento del quartiere per conoscere meglio le singole famiglie, le loro condizioni di vita e di

lavoro, quanti figli avevano e di che eta`, ecc. ecc. In queste ricerche il doppio osservatore era

fondamentale. Facevamo infatti coppie di ricercatori, uno dei giovani della mia scuola serale che

viveva lui stesso nel quartiere, ed uno dei giovani della chiesa evangelica locale che avevano

deciso di darci una mano nelle attivita` del quartiere, e nella scuola serale in particolare. E la

presenza dei due osservatori (interno ed esterno) era l’elemento fondamentale per lo svolgimento

delle ricerca. Infatti se fosse andato solo il ragazzo del quartiere l’avrebbero trattato male non

prendendolo sul serio (questo e` il figlio - di questo e questa- percheÅL tante domande sulla nostra

vita?), e se fossero andati solo i giovani che collaboravano alla scuola serale, conosciuti solo dagli

studenti e non dagli altri, li avrebbero guardati con sospetto pensando che fossero o agenti delle

tasse o altra diavoleria del mondo esterno.E sicuramente o non avrebbero risposto o avrebbero

inventato le risposte che credevano questi avrebbero voluto avere. L’unione dell’osservatore interno

ed esterno dava credibilita` al gruppo di ricerca ed anche la possibilita` di controllo sulla veridicita`

delle risposte.

Ma anche per le ricerche sperimentali sui giochi cooperativi abbiamo usato il doppio

osservatore. Molti dei miei allievi erano insegnanti o di scuole materne o elementari (allora

insegnavo nella Facolta` di Magistero, poi divenuta di Scienze della Formazione) e mettevano a

disposizione, per la sperimentazione, le classi stesse in cui insegnavano (erano percio` gli osservatori

interni). Altri allievi del seminario di ricerca per la pace erano invece dei giovani studenti che non

lavoravano ancora e che, di solito in due, entravano nella classe prescelta per la sperimentazione

con i loro colleghi insegnanti della classe e venivano a svolgere il ruolo di osservatori esterni. Tutti

avevano una griglia di osservazione ben precisa, costruita insieme nel seminario, che doveva servire

ad individuare non solo gli atteggiamenti (per questi erano previsti test particolari prima e dopo

l’esperimento) ma soprattutto i comportamenti aggressivi, passivi o assertivi, degli allievi oggetto

della sperimentazione. Alla fine della sessione sperimentale si mettevano insieme per riempire la

griglia e classificare i comportamenti dei singoli allievi. E l’esperienza ha dimostrato l’importanza

di questo doppio ruolo. I maestri erano talmente sicuri di conoscere i loro allievi che spesso non

notavano nemmeno comportamenti non corrispondenti all’immagine che si erano fatti di ciascuno

di loro, ma altre volte invece la conoscenza diretta permetteva a loro di correggere le osservazioni

degli esterni che rischiavano di interpretare, forse in modo errato, i comportamenti dei singoli

allievi da loro osservati. Solo l’unione delle due osservazioni ci dava una certa garanzia di

“oggettivita`” e correttezza.

2) L'osservabilita` dell'agire sociale

Ma un ricercatore italiano, il Pardi, ci pone un problema ulteriore. Se cioe` le modifiche della

societa` contemporanea e gli sviluppi di quelli che vengono definiti i "sistemi complessi", non

abbiano reso il sistema "inosservabile". Per Pardi, infatti, l'osservazione dell'agire sociale e`

possibile introducendo assiomaticamente punti di riferimento che si presentino all'osservatore in

modalita` sufficientemente affidabili, quali, ad esempio : a) norme guida; b) interessi materiali; c)

mondi di vita quotidiana; d) regole di sistema; che si costituiscano come criterio di base della

spiegazione e della comprensione. Il problema che si pone Pardi e` quello della "reperibilita` di un

tale sistema osservativo" (Pardi, 1985, p.15). Secondo lui, infatti, l'esistenza di norme, mondi di

vita, o al contrario di regole sistemiche gia` stabilite, puo` essere accettata soltanto in via assiomatica

ed indimostrabile. Nella situazione di diffusa complessita` sociale, inoltre, l'attore puo` difficilmente

essere individuato sulla base di un criterio generale di azione. L'ipotesi che Pardi si propone di

esplorare riguarda la plausibilita` di tali criteri "che non tengono sufficientemente conto dei contesti

particolari o singolari in cui si muove l'attore sociale" ( Ibid., p.15). " Si puo` insomma ipotizzare -

scrive sempre Pardi - che i punti di riferimento di ogni azione si costituiscano non gia` come criteri

di orientamento, ma proprio come elementi di volta in volta costruiti dall'attore, il quale fa invece

riferimento a motivazioni affatto singolari e quindi difficilmente generalizzabili" (Ibid.). Ma questo,

secondo lo studioso qui analizzato, pone all'atto osservativo la difficolta` della mancanza di

riferimenti generali quali norme, o regole del sistema, e di avere solo orientamenti particolaristici,

validi entro una determinata forma di vita; e che le norme, gli interessi, ecc., si costituiscano come

un post, un qualcosa di costruito, e non di preesistente. Egli prende, in seguito, in analisi le teorie di

Weber, Parsons, Habermas, Apel, Schutz, Cicurel, Foucault, Luhmann, ed altri, e questo lo porta a

sostenere che, ad uno ad uno, risultano "crollati" tutti quei punti di riferimento "a priori" che

ciascuno di questi autori, o di queste scuole, aveva ipotizzato (fossero questi le norme, gli interessi,

gli attori, e/o i soggetti della decisione politica ed amministrativa). Molto meno critico e` invece

Pardi nei riguardi dell'"analisi dei sistemi", la quale pero` non cerca degli apriori o dei punti di

riferimento osservativi, ma si basa sul principio che "nessun sistema puo` essere pensato o

analizzato al di fuori o a prescindere dalle sue relazioni con l'osservatore e col suo linguaggio

osservativo" (Ibid., p. 77). Secondo Pardi le piu` moderne teorie sistemiche hanno abbandonato

l'idea che un sistema sociale sia una realta` gia` data, taken for granted, una sorta di complesso

istituzionale, amministrativo o funzionale, che possa diventire oggetto delle nostre analisi in

modalita` non problematiche. "Se infatti consideriamo un sistema sociale - scrive Pardi - come

semplicemente deja` - la` dovremo non solo dedurne erroneamente che non si da` alcun linguaggio

osservativo esterno, ma che gli stessi elementi componenti, gli attori, non hanno una vita propria ne`

una propria autonomia " (Ibid., p.77).

La teoria dei sistemi, invece, ha sempre sostenuto che la stessa definizione di sistema dipende

da un punto di vista dell'osservatore, che presceglie selettivamente, sulla base di rilevanze,

determinate relazioni per connetterle poi sistematicamente. Infatti, per la teoria dei sistemi, un

sistema e` concepibile solo rispetto a qualcosa di esterno, di altro da se`, non essendo possibile

pensare, progettare o isolare un complesso di interdipendenze senza un punto di riferimento esterno,

che ne definisca la natura ed il tipo di relazioni. Ma questo presuppone l'esistenza di un

"osservatore", esterno al sistema stesso, che sia in grado di identificare quelle rilevanze che rendono

possibile l'attribuzione del termine "sistema" ad un certo apparato di relazioni. Ma questo, secondo

Pardi, comporta un problema aggiuntivo. Se infatti ciascun sistema, per poter essere definito tale,

necessita di un punto di vista osservativo, bisogna ammettere che esistono tanti osservatori quanti

sono i sistemi costruiti (Ibid., pp. 78-79). L'osservatore e` cioe` anche il "costruttore" del sistema

stesso che pero` assume una sua autonomia che lo porta ad agire ed evolvere, indipendentemente

dall'osservatore stesso, attraverso una sua ricerca di isomorfismi e/o di connessioni omologiche con

altri sistemi. I sistemi sono dipendenti da un osservatore esterno in quanto le connessioni relazionali

che lo compongono rinviano ad un ambiente esterno che le definiscano e le delimitino come tali;

ma sono contemporaneamente autonomi in quanto essi posseggono la capacita` di compiere

operazioni interne di controllo, e percio` posseggono una loro autonomia osservativa. Ci troviamo

di fronte, percio`, alla situazione ipotizzata da Tagliagambe, di doppio sistema osservativo, uno

interno ed un esterno, al sistema stesso.

Secondo Pardi tali sviluppi non implicano una rinuncia alla comprensione dei fenomeni, ne` un

cedimento di fronte a pretese relativistiche, ma solamente :"una relativizzazione di ogni punto di

vista nella prospettiva di un possibile isomorfismo tra percorsi differenti" (Ibid, p.80).

"All'incertezza dell'osservatore, alla sua 'crisi' di prospettiva pare subentrare - scrive Pardi - una

ricerca progettuale, che affida il proprio successo alla possibilita` di provare e riprovare i sistemi,

costruiti a partire da punti di vista per cosi` dire parziali, 'senza fondamenti'" (Ibid. p. 86). Secondo

questo studioso l'osservatore non dovrebbe prendere le mosse ne` dai 'requisiti necessari' di un

sistema globale, come richiedeva il vecchio funzionalismo, ne` da norme, da strutture ritenute a

priori valide per ogni forma di vita. L'oggetto dell'osservatore, il suo punto di vista, non e` qualcosa

di gia` solidificato da cui prendere le mosse, ma al contrario cio` che emerge in sede 'locale', sotto le

forme della discontinuita`, di una differenza di complessita`, che rende problematica la

commensurabilita` tra forme di vita disseminate e diversificate (Ibid., p.86). "Dove l'agire sociale -

scrive sempre Pardi - non circola in modo lineare, dove cioe` il senso non e` il punto di riferimento

stabile e univocamente interpretato da tutti gli agenti sociali nelle stesse modalita`, dove la

comunicazione non e` gia` attivata, la` dovrebbe collocarsi l'osservatore; egli dovrebbe rintracciare

rilevanze che si formano a partire da un problema di interazione non risolto, da principi di

organizzazione diversificati, i quali tentano di entrare in rapporto tra di loro, negoziando le loro

pretese reciproche. La discontinuita` e non gia` l'integrazione e` il terreno di interpretazione e poi di

costruzione sistemica" (Ibid, p.86). E Pardi conclude il capitolo con le seguenti osservazioni:

"Osservare significa qui propriamente progettare una rete delle possibili interazioni e negoziazioni

tra forme di vita diverse... La posizione dell'osservatore e` certamente scomoda poiche` a sua

disposizione vi sono solo elementi contingenti e mutevoli, destinati essi stessi ad essere trasformati

dall'evoluzione sociale. La presa sugli oggetti e sui soggetti si fa quindi piu` labile poiche` entrambi

vengono continuamente riciclati attraverso dinamiche locali; tuttavia la forma di vita, anche se

appare come una sorta di black-box, che fa 'baluginare' solo gli elementi contingenti che la

caratterizzano, puo` essere fonte di progetto, di un possibile management cognitivo... Il metodo

sistemico riconosce la difficolta` propria di designare oggetti e soggetti, di chiamarli con nomi o

categorie che valgano per tutti e ovunque; questa difficolta` di delimitazione e denominazione, puo`

trasformarsi in virtu` progettuale, in tentativi di articolare un disegno delle relazioni sociali a partire

dagli elementi residui, periferici, da cui si diramano e trasmettono principi organizzativi di piu`

ampia portata. Se soggetti e oggetti possono con difficolta` essere denominati, le dinamiche in cui

sono posti, possono essere ricostruite e progettate dall'osservatore" (Ibid. p.87).

Le ipotesi e le indicazioni di Pardi mi sembrano congruenti - anche se il linguaggio e` diverso,

piu` tecnico quello di Pardi, piu` politico il mio - con alcune implicazioni del 'modello dell'equilibrio

instabile' da me prescelto e presentato nella prima parte di queste dispense. In particolare con la

opportunita` di lavorare ai margini, alla periferia, del sistema stesso, dato che e` qui, e non al centro,

che gli equilibri sono piu` instabili, ed e` piu` facile introdurre elementi innovativi che tendano (anche

se - in omaggio al modello - i risultati finali non sono mai scontati) a modificare sostanzialmente il

sistema stesso, od almeno a trasformarlo profondamente, attraverso la costruzione di reti di alleanze

delle periferie tra di loro che ridimensionino il potere del centro stesso (L'Abate, 1978, in part.

pp.69-73/112-124). Ed anche per le indicazioni sull'importanza della progettualita` (la 'virtu`

progettuale ' di Pardi) ed alla necessita` di aprire i rapporti tra teoria e prassi, che io definisco come

apertura di una fase sperimentale della sociologia (si veda questo stesso testo, parte II, cap.1), e che

Pardi indica come "possibilita` di provare e riprovare sistemi".

Ma esse sono anche congruenti con le indicazioni del paradigma della complessita` di Morin,

cui del resto Pardi si richiama esplicitamente (Pardi, 1985, p.78), in particolare per la sua

rivalutazione della disorganizzazione e della contraddizione rispetto all'organizzazione e la regola;

per la sua valorizzazione dell'incertezza e dell'ambiguita` come sfida alla conoscenza (Morin, 1984,

p.173 e segg.); per il riconoscimento dell'impossibilita` di isolare le parti rispetto al tutto ed il tutto

rispetto alle parti; per il principio di relazione tra l'osservatore/concettore e l'oggetto

osservato/concepito (principio 8), ma con una possibile teoria scientifica del soggetto (principio 9),

ed il riconoscimento scientifico della nozione di autonomia (principio 11); ed infine per la sua

sottolineatura dell'importanza del caso singolo, e dell'evento (principio 1, della complementarita` e

inseparabilita` dell'intelleggibilita` a partire dal particolare e dal singolare) (Morin, 1984,

pp.200-201).

Capitolo5

QUANTITA' E QUALITA'

All'interno delle scienze sociali si e` sviluppato un dibattito sui rapporti e l'importanza relativa

dei dati quantitativi e di quelli qualitativi. Qualcuno, come abbiamo visto (Schwartz, Jacobs; Dal

Lago), ha sostenuto addirittura che questi due aspetti sono alla base di due diverse sociologie, una

quantitativa ed una qualitativa.

Kaplan, facendo riferimento a questo dibattito, parla di scontro tra due "mistiche", la mistica

della quantita` e quella della qualita`. La mistica della quantita` considera i numeri come se fossero

depositari di poteri occulti. Lord Kelvin, citato da Kaplan, e` abbastanza rappresentativo di questa

mistica, diffusa principalmente nel 19mo secolo: "Quando si puo` misurare cio` su cui si sta parlando,

ed esprimerla in numeri, si conosce qualcosa su di esso: ma quando non si puo` misurarlo, quando

non si puo` esprimerlo in numeri, la vostra conoscenza e` di un tipo povero ed insoddisfacente: puo`

essere l'inizio della conoscenza, ma qualsiasi argomento voi trattiate siete solo, nella vostra mente,

ad uno stadio molto incipiente della scienza" (Kaplan, p.172). E Kaplan ritiene che, nel periodo

attuale, tale mistica persista soprattutto grazie a quella che lui definisce la "legge dello strumento":

"Abbiamo sviluppato tecniche di calcolo cosi` sofisticate e potenti che il loro uso sembra essere tutto

cio` che e` desiderabile" (Ibid., p.172). Altri autori, come P. Sorokin, hanno parlato di una

impostazione del genere come di una malattia, la "quantomania" o "quantofrenia".

Una delle basi principali di questa impostazione e` la credenza che il numero sia, di per se

stesso, piu` "obiettivo" e "neutrale" rispetto all'individuazione, invece, di qualche aspetto

qualitativo. In un mio precedente lavoro ho cercato di dimostrare come questo sia spesso un "mito".

Traendoli dalle mie esperienze di ricerca nel nostro paese cito vari esempi che mostrano come il

numero sia lungi dall'essere obiettivo. Il primo e` quello della struttura fondiaria. La mia analisi

mostra come questa fosse conoscibile e pesabile prima della cosiddetta "riforma agraria", ma come,

dopo di allora, si sia tolta la possibilita` di studiarla eliminando alla base l'informazione numerica

sulla persistenza delle grandi aziende, anche dopo la riforma. Un secondo esempio e` quella della

struttura di classe. Anche qui le classificazioni dell'Istat piu` che aiutarci ad individuare le classi

sociali, aiutano a confonderla ed a dissimularla. Infatti mettono insieme gruppi e categorie

sensibilmente diverse l'una dall'altra che, invece, di far emergere il comportamento di classe,

tuttora presente per certi fenomeni, lo nascondono. (L'Abate, 1978, pp.200-201). Da questa analisi

ne traevo le seguenti conclusioni: "Quindi, in complesso si puo` dire che si hanno numeri e dati per

quei fenomeni che fa comodo conoscere; tutti i dati invece che hanno un pur lontano sentore di

pericolosita` per il mantenimento e la persistenza dell'attuale sistema sociale o non esistono o sono

mistificati" (Ibid., p. 201).

E sottolineavo come questa vera e propria deformazione del numero fosse in gran parte

legato al suo inserimento in quello che e` stato definito il "sistema informativo" complessivo. Un

sistema informativo infatti di tipo centralistico, che vede l'informazione provenire dalla periferia

verso il centro, mentre da questo ultimo si muove un flusso non tanto informativo ("se si volessero

usare le informazioni del centro per le decisioni in periferia - scrivevo – ci si scontrerebbe contro

inadeguatezze e ritardi") (Ibid., pp.199-200), ma di tipo decisionale. Secondo me questo

inserimento del numero in una struttura centralizzata di sistema informativo era funzionale "al

mantenimento degli attuali rapporti di potere" (Ibid. p. 200), ed era questo il principale

responsabile del forte processo di deformazione del numero. "Questo sembra confermare l'assunto

di partenza - scrivevo - che l'eccessivo peso dato ai numeri, anche se giustificato sulla base di un

assunto avalutativo, di fatto e` una opzione valutativa anche essa, ma decisamente favorevole e

collegata al mantenimentodello 'status quo'" (Ibid., p.201). Ma non sostenevo affatto l'eliminazione

del numero, e la sua inutilita`, ma solo il cambiamento della struttura del sistema informativo

centralizzato, in uno piu` decentralizzato, in cui i flussi informativi fossero bidirezionali, sia per

l'aspetto informativo che per quello decisionale. Questo cambiamento di struttura era, secondo me,

e secondo altri studiosi del problema (Maccacaro, Carta di Villalago), reso indispensabile ed

urgente dalla creazione delle regioni come organi politici-amministrativi che venivano a rompere

il monopolio dello stato in questi campi. Tale diverso modello non pretendeva di essere neutrale

ma permetteva per lo meno di correggere le "piu` vistose deformazioni di quello attuale" ed

avrebbe permesso di sviluppare "un processo dialettico di andata e ritorno [tra centro e periferia]

mantenendo piu` saldi reciprocamente questi due tipi di messaggio, l'informativo ed il decisionale"

(Ibid., pp.201-202).

Un secondo effetto negativo della quantomania - sostenevo - era stato quello di concentrare

l'interesse metodologico e lo sforzo di riflessione solo sui metodi quantitativi trascurando del tutto

quelli qualitativi, quali l'analisi funzionale, strutturale e processuale, che "erano state estremamente

trascurate tanto che la maggior parte dei manuali di metodologia non ne accenna nemmeno"

malgrado una loro "potenzialita` euristica notevole, spesso notevolmente maggiore a quella del

primo metodo" (Ibid., p.203).

Ma i limiti dei metodi quantitativi sono sottolineati anche da altri due studiosi, ambedue, e

questo mi sembra importante, con una forte preparazione matematico-quantitativistica alle spalle, il

Boudon, in Francia, e V. Capecchi, in Italia.

Per Boudon i limiti dei metodi quantitativi sono dovuti, da una parte, alle difficolta` di una

analisi contestuale in situazioni in cui oggetto di studio non siano gruppi, famiglie, o istituzioni

facilmente osservabili (ad esempio, immigrati, disoccupati, associazioni volontarie, ospedali,

sezioni di sindacato, ecc.) ma intere societa`, soprattutto se moderne e complesse. Infatti quando si

vogliano studiare societa` globali l’insieme di elementi disponibili per lo studio del contesto va

diminuendo man mano che vengano scelti contesti di dimensioni sempre maggiori , mentre i costi

delle osservazioni necessarie diventano sempre piu` elevati fino a renderle praticamente impossibili.

Scrive Boudon: "Tanto piu` complessi sono i contesti analizzati, tanto piu` difficile diventa

determinare i fattori di somiglianza e dissomiglianza e di dare alle osservazioni statistiche osservate

un significato non equivoco" (Boudon, 1970, p.82). Per questo, in queste situazioni, anche se studi

quantitativi sono possibili, come Boudon sostiene riportando uno studio di Murdock sulle forme

parentali in societa` primitive, possono essere di estrema importanza i metodi qualitativi. I metodi

quantitativi sono d'altra parte del tutto inutilizzabili, prosegue Boudon, quando si vogliano

studiare fenomeni unici. Gli studi di M. Weber sul capitalismo occidentale, quelli di A. De

Tocqueville sullo spirito delle leggi nell'ancien reÅLgime, quelli di Merton sulla macchina politica

americana, ed infine quelli di L. Goldmann, sul romanzo nella letteratura moderna, sono per

Boudon tutti esempi di studio delle origini e delle ragion d'essere di un fenomeno unico, e non

potevano percio` essere studiati con metodi quantitativi ed hanno dovuto essere studiati con altri

metodi, di tipo qualitativo, che Boudon individua soprattutto in due, l'omologia strutturale, e

l'analisi funzionale, che avremo occasione di analizzare piu` a fondo nei due capitoli sull'analisi

strutturale e su quella funzionale. Ma altre volte, scrive Boudon, ci sono situazioni in cui e`

preferibile usare metodi qualitativi anche se sarebbe possibile usare metodi quantitativi. Le ragioni

possono essere o quelle dei costi, minori di solito nelle analisi qualitative, o nella necessita` di rapida

esecuzione, impossibile spesso per le ricerche quantitative, sia infine per la possibilita`, attraverso i

metodi qualitativi, di supplire alle debolezze sul piano dell'estensione della ricerca, grazie alla

possibilita` di una osservazione piu` intensiva e molto piu` approfondita. (Boudon, pp.103-104). Egli

cita come esempio di quest'ultimo aspetto uno studio di M. Komarowsky su 59 disoccupati che

hanno permesso alla ricercatrice di analizzare gli effetti della disoccupazione sullo status del

capofamiglia. Da tale studio e` emerso un rapporto tra prestigio del capofamiglia e struttura delle

relazioni familiari: "Quando i rapporti tra coniugi erano di inuguaglianza ed erano basati sul

predominio dell'uomo sulla donna, la disoccupazione non incideva affatto sull'autorita` del

capo/famiglia. Per contro, nelle famiglie caratterizzate da rapporti di tipo liberale ed egualitario tra

gli sposi, il rispetto di cui godeva il capo famiglia dipendeva in generale dall'efficacia con cui egli

contribuiva alla gestione del sistema familiare. In questa fattispecie la situazione di disoccupazione

comportava di frequente un abbassamento della sua autorita` ed un deterioramento del clima

all'interno della famiglia" (Ibid.,pp.103-104).

Ma anche per ragioni di costi puo` essere piu` opportuno, scrive Boudon, o per sostituire del

tutto ricerche quantitative, o per preparare meglio queste ultime in una fase preliminare (ricerca

pilota o preinchiesta), fare ricerche di tipo qualitativo. Scrive Boudon: "Se vengono effettuate con

cura esse possono migliorare notevolmente i risultati della ricerca estesa. Esse possono anche

portare ad una riduzione dei costi poiche`, come si e` visto dall'esempio precedente [lo studio della

Komarowsky] una ricerca di piccole dimensioni ma approfondita puo` condurre non solo ad

enunciare delle ipotesi, ma a formulare delle vere e proprie proposizioni che si possono considerare

come certe a questo stadio della ricerca" (Ibid.p. 104).

Infine i metodi qualitativi, scrive Boudon, sono di prammatica quando si vogliano studiare

unita` sociali cosi` piccole - che egli chiama 'unita` naturali' - che il sociologo puo` osservare

direttamente, che siano queste bande giovanili, organismi di fabbrica in una manifattura tabacchi, o

piccole comunita`. I metodi utilizzati per lo studio di tali 'unita`' sono stati infatti di tipo

eminentemente qualitativo, anche se, spesso, questi studi - e non per il metodo in se` come ha

sottolineato in precedenza - sono restati ad un livello prevalentemente descrittivo. La conclusione di

Boudon e` quella che mentre ci si e` sforzati di cogliere i principi logici alla base dei metodi

quantitativi, lo stesso non e` stato fatto per quelli qualitativi. "Purtuttavia si puo` pensare - scrive

Boudon - che anche essi ubbidiscano ad una logica implicita, anche se senza dubbio si tratta di una

logica meno unificata ed unificabile di quella delle ricerche quantitative" (Ibid., p. 108).

Ma un'ulteriore contributo all'analisi dei limiti dei metodi quantitativi ci viene da V. Capecchi,

in una riflessione sulla metodologia della ricerca sociologica, che tenta di rianalizzare criticamente

lo sviluppo ed i problemi della sociologia italiana nel dopoguerra. Egli fa riferimento, soprattutto, a

quel filone che, con il Friedrichs, potremmo definire "profetico", in cui lui si e`, sia pur criticamente,

identificato, e prende in analisi vari metodi (che pero`, secondo me, sono piuttosto o "teorie",o

"punti di vista" particolari, o "tecniche di osservazione e raccolta dei dati"). Tra questi

l'osservazione partecipante, l'etnometodologia, l'interazionismo simbolico, l'impostazione di

Goffman, che egli distingue dalla scuola precedente a cui di solito e` collegata, la sociologia della

vita quotidiana, di cui prende come prototipo la scuola francese di Balandier e Maffesoli, la scuola

socio-antropologica inglese (Hoggart, Willis), la ricerca intervento, di cui prende come prototipo le

ricerche di Touraine sui movimenti sociali, l'approccio biografico, che e` stato iniziato dalla scuola

di Chicago con i lavori di Thomas e Znaniecki sul contadino polacco, e continuato da altri studiosi

(Park, Burgess,ecc.) in Usa, Francia, ed altri paesi, ed infine la "survey research" (indagine con

questionario) che e` l'unico, dei metodi analizzati, che si collega alla metodologia positivista e

quantitativa. E' su quest'ultima che si concentrano le critiche principali di Capecchi, soprattutto per

il suo tentativo di negare scientificita` a tutti gli altri approcci, e per la sua pretesa egemonica - negli

anni '60 in Usa - di sostenere che solo cio` che e` rilevabile attraverso un questionario e poi

elaborabile matematicamente e` "scientificamente valido". Il confronto con i metodi qualitativi su

indicati permette a Capecchi di sostenere: "Per quanto riguarda i limiti della tecnica, la loro

visibilita` e` immediata. Le domande formulate in modo uguale e non modificabili durante l'intervista

non rilevano differenze tra gli individui intervistati e rischiano di non prevedere ambiti e tematiche

che potrebbero invece rivelarsi essenziali per rispondere agli interrogativi della ricerca.... E' poi

complicatissimo attraverso un questionario rilevare meccanismi di identita` collettiva, di vita di

gruppo, di rapporti e dinamiche interpersonali,di "coscienza di classe", ecc." (Capecchi, 1985,

pp.152-153).

A questa "poverta`" dell'impostazione quantitativa dominante Capecchi contrappone la

ricchezza dei metodi qualitativi da lui analizzati. E' impossibile riprendere nella sua completezza

l'analisi di Capecchi, per la quale si rimanda al testo. Due esempi, da lui citati, mi sembrano

comunque indicativi per sottolineare alcuni dei principali limiti dell'impostazione positivisticaquantitativa

e le potenzialita` euristiche dei metodi qualitativi analizzati.

La prima e` la ricerca di Atkinson sui suicidi, che ci mette in guardia dai "numeri". Atkinson,

partendo da una impostazione fenomenologica, critica duramente "la piu` classica delle ricerche

positivistiche", quella di Durkheim sul suicidio. Com'e` noto Durkheim considerava i tassi di

suicidio come "fatti", che potevano essere "spiegati" con "leggi" che dovevano mettere in evidenza

come il comportamento umano fosse determinato da forze esterne. Atkinson si pone invece il

problema della comprensione dei criteri con cui certi decessi vengono definiti come "suicidi", ed

altri no. Attraverso osservazioni di vario tipo (colloqui con i magistrati, la partecipazione diretta alle

indagini per la definizione dei suicidi, la lettura degli archivi, ecc.) Atkinson trae la conclusione

che i magistrati, per definire certe morti come "suicidi", utilizzano una loro teoria del suicidio,

basata sul senso comune. Di questa teoria fanno parte comportamenti considerati tipici del suicida,

ad esempio "il lasciare dichiarazioni scritte" o "l'aver minacciato di uccidersi", per cui i defunti piu`

silenziosi e meno grafomani non venivano di solito considerati "suicidi"; oppure l'uso di certe armi

piuttosto che altre, cosicche`, ad esempio, la persona morta in un incidente stradale quasi mai veniva

considerata suicida; oppure , infine, la "storia tipica" (infanzia disturbata, un amore sfortunato, ecc.)

senza la quale il "suicida" non puo` essere considerato "suicida". Tutto questo ha fatto emergere

l'estrema discutibilita` dei tassi di suicidio "ufficiali", sia perche` i familiari possono nascondere

l'evento, sia perche` il suicidio non e` un "fatto", ma una interpretazione sulla base di una serie di

assunti e supposizioni considerati certi da chi ritiene che la sua ipotesi sia la verita`. Per questo il

sociologo positivista rischia, con la sua ricerca, di ripercorrere semplicemente le supposizioni dei

magistrati le quali sono derivate, a loro volta, da discutibili opinioni di "senso comune"; oppure di

non tener conto che il minor tasso ufficiale dei cattolici rispetto ai protestanti - elemento emerso

dalla ricerca di Durkheim - possa essere determinato solo dal fatto, ipotizzato da Atkinson, che

essendoci tra i cattolici una maggiore condanna del suicidio, essi tendano ad occultarne

maggiormente l'evento (Capecchi, 1985, pp.135-136).

La seconda e` invece la ricerca-intervento di A. Touraine, che mette in crisi un'altro assunto

della sociologia quantitativa-positivistica, quello della neutralita` del ricercatore e del suo distacco

rispetto all'oggetto dell'osservazione. Per studiare i movimenti sociali Touraine ed i suoi

collaboratori costituiscono gruppi di attori (sindacalisti, lavoratori impegnati, imprenditori,

lavoratori di base non militanti, ecc.) che vengono invitati a riflettere attraverso una serie di dibattiti

su cio` che hanno fatto e sulle azioni future. Da un lato, percio`, i ricercatori aiutano gli attori a

condurre la loro autoanalisi (acquisizione del senso dell'azione e della consapevolezza dell'attore),

dall'altro essi, attraverso anche altre fonti (testimonianze scritte ed orali), ed una particolare struttura

di analisi, cercano di formulare ipotesi sul significato dell'azione e della natura di movimento

sociale di cui essa e` portatrice. Una volta formulate le ipotesi il ricercatore le ripropone al gruppo,

verso la fine del processo di autoanalisi, cercando di fare da questo analizzare la sua azione in

funzione di cio` che essa reca in se` di movimento sociale. Questo passaggio dall'analisi all'azione

viene chiamato conversione, e pone dei notevoli problemi alla ricerca. Il ricercatore si trova infatti a

dover portare avanti due ruoli, di analizzatore esterno e di attore all'interno dell'azione. Per questo

l'intervento sociologico viene portato avanti, congiuntamente, da due ricercatori, : "Il primo segue

l'autoanalisi e rimane vicino al gruppo pur svolgendo un ruolo di stimolatore; il secondo parte dalle

ipotesi che sono state elaborate e si sforza di condurre il gruppo a farle proprie" (Capecchi, 1985, p.

146-147; Touraine, 1988). L'uso del doppio ricercatore, uno piu` all'interno del gruppo e l'altro piu`

distaccato, ci ricorda la soluzione del "doppio sistema osservante" di cui abbiamo parlato nel

capitolo precedente. Ma malgrado questo doppio sistema, la partecipazione attiva del ricercatore

interno alle decisioni ed alle azioni del gruppo e del movimento e` ben lontana dall'impostazione

neutrale e distaccata della sociologia positivista.

In precedenza Capecchi, nell'analizzare gli sviluppi della ricerca sociologica nel nostro paese

in questo dopoguerra, aveva sottolineato la crisi dell'impostazione tradizionale marxista che

concentra tutta la propria attenzione sulla contraddizione tra capitale e lavoro, escludendo dalla

propria ottica le donne, i processi riproduttivi, e la soggettivita`, e lo sviluppo invece degli studi

sulla complessita` sociale, che mettono al centro dell'analisi una immagine di societa` senza centro, o

meglio con tanti piccoli centri di controllo limitati nel tempo e nello spazio, e che mostrano la

ricchezza e la diversita` delle relazioni, all'interno del singolo soggetto e del sistema sociale, e

l'imprevedibilita` del comportamento, sia del singolo attore che del sistema sociale, in genere. Scrive

Capecchi:" C'e` quindi la tendenza ad un sistema sociale con parti governate da logiche autonome e

distinte e con una complessiva crisi di governabilita` dovuta ad una crisi di coesione. L'individuo

che si rapporta a questo sistema sociale non ha soltanto incertezze dovute all'interazione con un

complesso ambiente esterno, ma deve anche fare i conti con la propria complessita` interna in un

difficile percorso di ricostruzione, sempre provvisorio, della propria identita`" (Ibid., pp.120-121).

Questo, in rapporto ai metodi analizzati, porta Capecchi a sostenere che :"L'esigenza di

individuare contraddizioni interne e diversita` tra i soggetti pone il problema di valorizzare i metodi

qualitativi ma anche di riqualificare i metodi quantitativi che sono in molti casi necessari per

verificare su campioni numerosi di soggetti la presenza di diversita` tra maschi e femmine, tra

generazioni, tra contesti sociali diversi, ecc." (Ibid., p.155). "Non sorprende quindi - prosegue

Capecchi - che oggi vi sia una grande attenzione al miglioramento delle statistiche ufficiali,

cercando di introdurre al loro interno dati conoscitivi che sono emersi da ricerche di tipo qualitativo

(ad esempio, i percorsi di segregazione delle donne nello studio e nel lavoro, la presenza di

economie non ufficiali, la diversita` storica di particolari contesti socio-economici, ecc" (Ibid.,

pp.155-156). E Capecchi, per questo processo di "riqualificazione", individua tre percorsi: a) un

percorso dal qualitativo al quantitativo; per superare la rigidita` e l'astrattezza di certe domande

"costruite" a tavolino, egli sostiene l'opportunita` di ricerche qualitative preliminari (interviste in

profondita`, storie di vita, coinvolgimento diretto delle parti interessate, interviste di gruppo, e

osservazione partecipante) per arrivare a formulare questionari con domande diverse a seconda del

diverso soggetto intervistato, e della loro diversa situazione di vita; b) un percorso dal quantitativo

al qualitativo; sulla base dei risultati di una ricerca quantitativa si possono sviluppare ricerche

qualitative per situazioni tipo, o situazioni devianti emerse dall'indagine. Come scrive Lynd : "Il

trattamento statistico di fenomeni di massa e lo studio del comportamento individuale sono processi

entrambi indispensabili. Si puo` cominciare con uno dei due approcci e passare all'altro. Cosi` studi

statistici su grandi masse di dati scoprono gruppi devianti e quindi si possono scegliere gruppi

cruciali e, spostando l'analisi su casi individuali, si puo` scoprire l'esatto carattere delle devianze ed

il modo con cui sono venute in essere" (Capecchi, 1985, pp.156-157); c) un percorso che intreccia

metodi qualitativi e metodi quantitativi; si possono dilatare gli ambiti di un'indagine con

questionario per verificare elementi di contraddizione interna e di diversita` tra i soggetti, oppure le

indagini su questionario possono essere ricollegate ad una ricostruzione storica dei mutamenti

socio-economici avvenuti in una zona, in modo da permettere analisi comparate piu` complesse con i

risultati ottenuti in altre zone, ed infine, citando una ricerca sulla maternita` svolta da una donna, si

possono collegare i risultati quantitativi con dati qualitativi ottenuti attraverso un rapporto di

"reciprocita`" (si potrebbe dire di "comprensione") tra donna ricercatrice e donne intervistate, che

permettono di avere informazioni intime non ottenibili con i primi metodi.

Capecchi conclude l'analisi sostenendo la necessita` di stare in guardia dalle pretese

egemoniche, non solo delle indagini con questionario, ma di qualsiasi metodo. "C'e` una

consapevolezza generalizzata - scrive Capecchi - che ogni metodo e` imperfetto, e la consapevolezza

di questa imperfezione viene considerata da molti la precondizione per un possibile percorso di

integrazione tra le scienze sociali" (Ibid., p.159). Secondo Capecchi questi diversi metodi, ognuno

dei quali spesso rinvia a particolari oggetti di ricerca, non devono essere necessariamente unificati,

ma possono al contrario restare in tensione permanente tra di loro, con l'esplicitazione pero` delle

contraddizioni tra i diversi metodi "perche` i veri nemici della sociologia sono la confusione, la non

consapevolezza e la mistificazione" (Ibid., p.159).

Ed a questa prima direzione di riflessione metodologica, quella cioe` della ricerca come

intreccio di metodi, egli ne aggiunge altre due: la ricerca come processo, e la ricerca come

esperienza. La ricerca come processo porta a sottolineare l'importanza dell'analisi del processo nella

sua globalita`, considerando percio` importanti e rilevanti non solo i risultati finali ma anche tutto cio`

che avviene nel corso di essa: tentativi riusciti o falliti, allargamento o restrinzione del campo della

ricerca man mano che si procede, la logica che presiede alla ricerca stessa, ecc.. Su quest'ultimo

punto Capecchi vede un mutamento significativo nella sottolineatura della logic-in use nei confronti

della reconstructed logic, e cioe` del processo di ricerca stesso, rispetto alla razionalizzazione dei

risultati presentati come prodotto finale. La ricerca come esperienza significa invece passare da una

immagine della realta` rigida ed oggettivamente definibile ad una immagine della realta` come

percezione che tanto i ricercatori che i soggetti della ricerca hanno di questa, il che presuppone una

immersione nella societa` complessa cercando di mantenere "distanza" nella "vicinanza", e

"obiettivita`" nel "coinvolgimento".

Ma un ritorno a Kaplan ci permette di concludere questo capitolo con la sottolineatura dei

limiti anche dei metodi qualitativi, e con una presa di distanza anche da quella che Kaplan definisce

la "mistica della qualita`". "Questa mistica - scrive Kaplan - come la sua controparte, e` legata anche

essa alla magia dei numeri, solo che ne vede i poteri occulti come una specie di scatola nera magica,

utilizzabile solo a fini malvagi, o capace di sedurci fino al punto di perdere la nostra anima per

quello che, dopo tutto, non e` altro che materiale di scarto. In questa prospettiva la conoscenza - e

particolarmente quella degli esseri umani - consiste nel cogliere le qualita`, che per la loro stessa

natura eludono la rete dei numeri, per quanto fine possa essere la sua maglia..."Se lo puoi misurare,

non esiste!". Per gli studiosi del comportamento umano, in ogni caso - secondo questo punto di

vista - la misura e` alla meglio inutile, ed alla peggio, una distorione irrimediabile, od un

offuscamento di cio` che e` realmente importante" (Kaplan, 1964,p.206). Cio` che c'e` di vero in questa

impostazione, ma ingigantito e dogmatizzato da questa mistica, e`, secondo Kaplan, il fatto che la

misura lascia sempre al di fuori di se` qualcosa di cui e` importante tenere conto, e cioe` che le misure

omettono proprieta` e rapporti che sono importanti nel quadro concettuale all'interno del quale noi

vediamo quell'argomento. L'intelligenza misurata con il testo QI, ad esempio, non riesce ad

includere le capacita` creative, o quello che si puo` definire come il "buon senso pratico"; non per

questo e` inutile, ma sarebbe un errore interpretarlo come se includesse anche queste altre

caratteristiche. Secondo Kaplan la mistica della qualita` confonde inoltre "conoscenza" ed

"esperienza". Sebbene anche il processo cognitivo sia di per se` una esperienza, concreta come ogni

altra, cio` che si conosce e` qualcosa di astratto, formulabile in una proposizione, ma nessun insieme

limitato di proposizioni puo` esaurire il contenuto di una esperienza di una situazione. Di solito si

ritiene che le qualita` derivino dall'esperienza, mentre le quantita` si raggiungerebbero solo attraverso

conoscenze simbolicamente mediate. Percio` il numero, e la misura, viene considerata come una

pura astrazione, molto piu` inadeguata di una descrizione qualitativa. In realta`, sostiene Kaplan, cio`

che e` vero e` che una esperienza ci porta una grande quantita` di conoscenze, mentre la conoscenza

che qualche proposizione e` vera, consiste solo in quello, e non ne possiamo derivare altre

proposizioni logicamente indipendenti. Ma nello stesso tempo l'esperienza non e` una conoscenza

scientifica, ma solo una occasione di conoscenza, e puo` dare qualche evidenza, ma non conclusiva,

a chi la sperimenta. Un'altra critica dei sostenitori della qualita` contro la quantita` presa in analisi, e

confutata, da Kaplan, e` quella che differenze qualitative essenziali, quali ad esempio le

caratteristiche individuali della personalita` umana, sarebbero scancellate dall'uguaglianza della

quantita`. Secondo Kaplan questo punto di vista confonde, in modo semplicistico, le uguaglianze

matematiche con le pure identita`, e "misinterpreta l'affermazione di una misurata equivalenza tra

due oggetti, con la pretesa che essi siano, di fatto, lo stesso oggetto" (Ibid., p. 209). D'altra parte, a

proposito della somiglianza, anche le descrizioni qualitative raggruppano gli individui in classi

sulla base del loro possesso di qualita` comuni. Ma da questo punto di vista, sostiene Kaplan, almeno

la descrizione numerica ha il vantaggio di rendere piu` esplicita quanto sia astratta questa

comunanza.

Ed infine per quanto riguarda il potere del numero e dei dati misurabili per il controllo delle

persone, sostiene Kaplan, non per questo dobbiamo resistere alla crescita della conoscenza sul

comportamento umano, ma "dobbiamo cercare di utilizzare le nostre conoscenze per conservare ed

accrescere la nostra preziosa umanita`"(Ibid., p.210). Ma ci sono comunque, anche per Kaplan, dei

limiti all'uso della misurazione, soprattutto in rapporto a quelli che lui definisce come gli

"incommensurabili". Tra questi ci sono gli scopi del comportamento umano. Questi infatti, con i

loro corrispondenti obiettivi e valori, sono ben lontano dall'essere singoli e semplici come la

misurazione richiede. E cosi` pure i valori." Come si puo` misurare - si chiede Kaplan - la liberta`

contro la sicurezza, la stabilita` della famiglia e della comunita` contro lo sviluppo industriale,

un'anima persa contro un mondo guadagnato?" (Ibid. p.211). Una persona non sceglie un amico

sommando i suoi apprezzamenti sulle sue caratteristiche o sulle sue abitudini, ma reagisce,

piuttosto, alla personalita` nel suo complesso. Questo tende a sottolineare, dice Kaplan, l'importanza

per le scienze sociali di un metodo configurazionale piuttosto del metodo della sommatoria, basato

invece su sistemi di peso e su misure scalari. Nei prossimi capitoli di analisi dei metodi avremo

occasione di riprendere il concetto di "metodo configurazionale", che ricorda molto quello di Weber

dell'individuazione dei tipi ideali, o l'omologia strutturale, od anche l'individuazione dei modelli.

Per fortuna non tutti i sociologi sono d’accordo con la separatezza metodologica di cui

abbiamo paralto all’inizio di questo capitolo, che sostiene che non si possano portare avanti

insieme ricerche con metodi qualitati e quantitativi percheÅL rispondenti a logiche diverse. Un

esempio di questa unificazione lo si puo` trovare in un lavoro di un sociologo inglese, il Bryman

(1988). Questi, in una analisi comparativa delle ricerche qualitative e quantitative distingue le

caratteristiche dei due tipi di ricerca. Quelle delle ricerche qualitative sono:

1) Vedere attraverso gli occhi di....

La caratteristica principale della ricerca qualitativa e`, secondo Bryman, quella del suo

impegno a vedere eventi, azioni, norme, valori, dalla prospettiva delle persone che sono studiate.

Per questo la preferenza per metodi come l'osservazione partecipante, o interviste approfondite non

strutturate, ed anche se l'autore non le accenna, racconti di vita, o autobiografie scritte dalle persone

stesse allo studio, potrebbero servire validamente a questo scopo (vedi Baracani, Porta, 2003).

2) Descrizione.

Coloro che si richiamano a questo approccio sostengono che gli scopi principali della loro

ricerca e` quella di provvedere descrizioni dettagliate degli ambienti sociali che essi studiano. Essi

cercano di andare oltre la pura descrizione, e di produrre anche analisi degli ambienti studiati, ma la

parte puramente descrittiva, anche con l'analisi di dettagli che altri approcci considererebbero inutili

e triviali, ha, da parte di questi studiosi, un'attenzione molto sostenuta.

3) Contestualismo.

Il messaggio di base che i ricercatori qualitativi cercano di dare e` quello che, in qualsiasi sfera

si raccolgano i dati, possiamo comprendere gli avvenimenti solo quando questi sono situati in un

contesto piu` largo sociale e storico. Da li` la loro preferenza per quell'approccio che e` stato definito

olistico nel quale le entita` sociali studiate - siano queste scuole, tribu`, fattorie, clubs, gruppi

delinquenti, comunita`, o altro - sono esaminate come insiemi che devono essere spiegati e compresi

nella loro interezza.

4) Processo.

Gli studiosi con questo approccio tendono a vedere la vita sociale in termini processuali e non

statici, come cioe` una serie di eventi interconnessi. Tendono percio` a mettere molto maggiore enfasi

ai cambiamenti che i processi da loro studiati sono responsabili di indurre, e mettono a fuoco con

molta attenzione le varie risposte, sia di chi porta avanti una azione, sia di coloro che la subiscono.

Le interpretazioni che invocano per la loro iniziativa, come rispondono al punto di vista dell'altro, e

come cambiano le loro prospettive.

5) Flessibilita` e mancanza di struttura.

La loro attenzione a vedere i fenomeni sociali attraverso gli occhi delle persone che essi

studiano ha portato i ricercatori di approccio qualitativo a rifiutare di imporre alle persone che essi

studiano dei quadri di riferimento a priori e possibilmente inappropriati. Percio` preferiscono una

strategia di ricerca relativamente aperta, e non strutturata, che aumenta la possibilita` di incontrare

temi e aspetti interessanti e del tutto inattesi.

6) Teoria e concetti.

In linea con il punto precedente i ricercatori di questa scuola rifiutano, di solito, la

formulazione di teorie e di concetti prima di iniziare la loro ricerca sul campo. In contrasto con la

sociologia quantitativa, che parte normalmente da ipotesi precise che tende a trasformare in

indicatori, per vedere se la realta` corrisponde a questo quadro prefissato, essi parlano invece di

concetti sensitivizzanti, che servono a dare un senso generale di riferimento e di guida

nell'avvicinarsi alle istanze empiriche. Questi possono raffinarsi nel corso della ricerca, ma non

devono reificarsi con il rischio di far perdere il contatto stretto con la complessita` della realta`

sociale (ibid., pp.61-69). "La comprensione generale dei concetti - scrive Bryman - sembra

implicare che essi sono sia "entrate" che "uscite" rispetto all'impresa di ricerca; essi cioe`,

provvedono un quadro di riferimento generale all'inizio, e sono anche raffinati dal ricercatore

durante il periodo di ricerca sul campo" (ibid, p.69).

E, nel mettere a fuoco, in maggiore dettaglio, le differenze tra metodi quantitativi e qualitativi,

Bryman elabora il seguente schema:

A parte la centralita` nella ricerca, del procedimento empatico, del mettersi nei panni della

persona allo studio, che sono aspetti che riguardano l'impostazione generale del ricercatore, la sua

filosofia, potremmo dire, o la sua visione del mondo - in tal caso influenzati dalla fenomenologia e

dall'interazionismo simbolico - tutte le indicazioni metodologiche che avremo occasione di vedere

parlando dell’analisidei processi, rientrano perfettamente nelle caratteristiche indicate come tipiche

della sociologia qualitativa. Queste sono: il peso rilevante della descrizione, l'importanza del

contesto, l'attenzione ai processi, il procedimento induttivo, piuttosto che deduttivo. Ma anche

studiosi con impostazione completamente diversa, come ad esempio i comportamentisti,

rivendicano la centralita` dei processi sociali nella loro impostazione, e danno indicazioni su come

studiarli, ma con metodi che fanno tradizionalmente parte della sociologia quantitativa, come

l'analisi sperimentale. Si veda, ad esempio: "Behavioral sociology: The experimental analysis of

social processes" di Burgess e Bushell (1969).

E d'altra parte abbiamo gia` notato come all'interno di questa metodologia ci sono parti

specifiche, che possono allargarsi con il procedere degli studi matematici, per le quali e` possibile

utilizzare procedimenti di calcolo piuttosto raffinati. Mi sembra percio` inutile continuare una

diatriba su quantita` e qualita`, riconfermando anche qui quanto gia` detto, che solo l'integrazione di

queste due metodologie ci puo` permettere di fare dei passi avanti verso la comprensione del mondo

sociale.

Del resto anche quella parte eminentemente qualitativa della individuazione di fasi diverse di

un processo, o della classificazione tassonomica di un fenomeno, puo` tradursi - volendo se tendono

a emergere regolarita` che possono permetterlo - in una linea di sviluppo nel tempo, o in un modello

di sviluppo, e puo` essere confrontato, anche con strumenti matematici, con altre linee o modelli.

D'altra parte la pretesa dei ricercatori dei processi, che avremo occasione indi analizzare in seguito,

di aver eliminato completamente il problema delle cause, e di non voler rispondere alla domanda

"percheÅL", ma solo a quella del "come" fino a che punto e` reale? Se si prende, ad esempio, la scuola

dell'etichettamento (vedi cap. IV,4, pp. ) non c'e` il rischio di considerare il processo come causa

esso stesso del fenomeno allo studio, e quindi di non vedere cause esterne, ma solo cause interne ai

rapporti interattivi (invece di vederli come uno dei fattori, piu` o meno strategici), ingigantendo

quest'ultimi di pesi che spesso sono eccessivi, e semplificando eccessivamente la realta` che si vuole

studiare? Molte critiche alla scuola dell'etichettamento che mi sembrano fondate vanno in questa

direzione, anche se ritengo che il contributo di questa scuola alla comprensione della devianza siano

fondamentali e insostituibili. E sembra aver ragione Smelser quando dice che sia i ricercatori

ideografici che quelli nomotetici tentano di dare spiegazioni del fenomeno e "non divergono

necessariamente e in maniera sostanziale per quanto riguarda la natura delle forze causali a cui si fa

riferimento" (in questo stesso libro, p. 138).

Ma vorrei concludere questo capitolo sottoscrivendo in pieno quanto dice Kaplan, nelle sue

riflessioni conclusive, sulla qualita` e quantita` : "Il fatto e` che sia la qualita` che la quantita` sono

fraintese quando sono considerate antitetiche od anche alternative. Le quantita` sono fatte di qualita`,

ed una qualita` misurata ha solo la grandezza espressa nella sua misura. In un idioma meno

metafisico possiamo dire che se qualcosa e` identificato come qualita` o come quantita` dipende solo

da come scegliamo di rappresentarlo nel nostro simbolismo" (Ibid., p.207). Ed ancora: "Troppo

spesso noi chiediamo come misurare qualcosa senza sollevare il problema di cosa ce ne faremmo se

ne avessimo la misura. Noi vogliamo conoscere come senza conoscere perche`. Io spero di poter dire

senza empieta`, cerca per prima cosa quello che e` giusto per i tuoi bisogni, e tutto il resto ti sara` dato

per sovrappiu`" (Ibid., p.214).