Situazione istituzionale dei Corpi Civili di Pace
all’interno del Parlamento Europeo

di Paolo Bergamaschi,
Consigliere per gli Affari Esteri del Gruppo Verde presso il Parlamento Europeo

Discorso tenuto al Forum "Verso i Corpi Civili di Pace"
Bologna 6 – 8 giugno 2003

Sono Consiglere per gli Affari Esteri del Gruppo Verde presso il Parlamento Europeo e dovrei fare il punto sulla situazione istituzionale dei CCP all’interno del Parlamento Europeo, il cui percorso nasce da un’idea di Alex Langer che risale ormai al 1995. Negli ultimi anni di vita di Alex Langer ero suo collaboratore e insieme abbiamo pensato, riflettuto e portato avanti l’idea dei CCP, al punto che oggi, dopo la sua scomparsa, mi sono ritrovato ad ereditare questo pesante fardello, almeno dal punto di vista istituzionale, per cercare di capire come si poteva continuare a veicolarne l’idea nonostante fossi rimasto orfano delle sua capacità, delle sue conoscenze e delle sue possibilità di intrecciare esperienze diverse con gruppi politici diversi e con i vari parlamentari, come Alex sapeva fare così efficacemente. Io, da oscuro e umile funzionario ho cercato di interagire con tutti coloro che erano disponibili a portare avanti questa idea.

Durante la Conferenza Intergovernativa per il Trattato di Amsterdam del 1995, il Parlamento Europeo aveva prodotto una risoluzione dove forniva tutta una serie di indicazioni ai Governi che stavano per riunirsi per concordare il Trattato di Amsterdam, e Alex Langer ebbe l’intuizione di introdurre l’idea di un Corpo Civile di Pace Europeo. A sorpresa questo emendamento fu approvato e da lì cominciammo ad interrogarci sull’accoglienza, certamente al di sopra delle nosre aspettative che i CCPE avevano incontrato. L’idea rimase poi nel cassetto per un paio di anni salvo poi essere ripresentata e rivista in risoluzioni successive, fino ad ottenere, nel 1999, una raccomandazione specifica da parte di un deputato svedese del mio gruppo (vedi testo di Per Gahrton ndr), con cui collaborai alla stesura, e che riguardava appunto i CCPE e ne chiedeva uno studio di fattibilità.

La raccomandazione venne adottata all’unanimità in Commissione Affari Esteri, poi passò al Parlamento dove venne a sua volta adottata all’unanimità. Allora eravamo nel febbraio 1999, cioè pochi mesi prima dello scoppio della guerra del Kossovo, con tutto quello che poi ne è risultato e, tra l’altro, sempre in quell’anno ma successivamente alla guerra del Kossovo, all’interno dell’Unione Europea scattò la molla che fece nascere la necessità di una Politica di Sicurezza e Difesa Comune Europea. Era un momento particolare perché nel corso della gestione della crisi del Kossovo scoppiò quella che in inglese viene definito “rift” cioè l’allontanamento tra le due sponde dell’Atlantico che è poi continuato fino ai giorni nostri. Tutto ciò accadde perché, sostanzialmente, la gestione della crisi del Kossovo è avvenuta completamente sotto l’egida degli USA, nel vero e proprio senso della parola. Agli europei, nonostante fossero partecipi fin dall’inizio, veniva lasciato solo lo spazio per dire sissignore. Mentre, nel momento in cui i bombardamenti massicci continuavano ad andare avanti, gli europei tendevano a dare spazio alla diplomazia per cercare di mediare con i vertici dell’esercito e del potere Yugoslavo, che peraltro erano già sconfitti sul campo. In realtà gli americano continuarono a perseguire la via dei bombardamenti NATO. Peraltro, quando i capi delle diplomazie USA e UE s’incontravano, la Allbright da una parte e Robin Cook, Lamberto Dini, Joska Fisher e Vedrin dall’altra, gli europei si trovavano in una situazione particolare e paradossale, dove gli americani sapevano tutto quello che succedeva sul campo mentre gli europei non sapevano niente. Gli americani avevano tutte le informazioni di intelligence, mentre gli europei non erano dotati di una rete all’altezza di quella dei loro alleati e quindi poco o nella sapevano, e soprattutto gli USA avevano le immagini staellitari e conoscevano esattamente la situazione di ogni punto dello scacchiere balcanico, mentre gli europei non sapevano quasi niente. Di fronte a questo stato di cose gli europei si trovarono assolutamente disorientati per cui, conclusa la crisi, iniziò questa rivalità transatlantica euro-americana che stà arrivando al pettine in questi mesi, dopo la presa del potere da parte dell’amministrazione Bush e le controversie relative all’invasione dell’Iraq.

Gli europei cominciarono allora a riflettere su di una vera e propria politica comune di sicurezza e difesa che, peraltro, non era ancora contemplata da nessun trattato dell’Unione. Ci fu quindi il vertice di Helsinki, alla fine del 1999, che aprì la strada all’allargamento e, nel contempo, gettò le basi per un apolitica di difesa comune. Politica che, fin dall’inizio, venne divisa in due dimensioni dimensioni che sono necessariamente complementari; una civile e l’altra militare. Da una parte la cosiddetta “Gestione Civile delle Crisi” e dall’altra la “Gestione Militare delle Crisi”. Nell’ambito della dimensione civile delle crisi, che fu messa in piedi grazie grazie al fatto che nell’Unione ci sono quattro paesi che non fanno parte dell’Alleanza Atlantica; Svezia, Austria e Irlanda che sono paesi neutrali, più la Finlandia che è un paese non allineato. Questi paesi spinsero per avere questa dimensione civile nella politica di sicurezza dell’Unione, e diedero vita a tutta una serie di strutture parallele a quelle militari, i quali avevano già messo in piediun Comitato Politico di Sicurezza, uno Stato Maggiore vero e proprio e un Comitato Militare, che oggi viene presieduto dal Generale italiano Moschino, nominato a metà maggio 2003 in sostituzione di un Generale Finlandese. La dimensione civile o la “Gestione non militare delle crisi” poggiava su quattro linee fondamentali, che sono:
- La disponibilità di forze di Polizia Europee.
- L’intervento in campo amministrativo per la ricostruzione dello Stato, il cosiddetto “Nation Building”.
- L’intervento nel settore giudiziario, quindi la riaffermazione dello Stato di Diritto, e la ricostruzione dell’autorità giudiziaria e dell’intero apparato giuridico.
- La protezione civile.

A questo punto ci si chiede dove siano finiti i CCP. I CCP sono un progetto che va appena al di là dei quattro punti adottati dall’Unione e in effetti abbiamo insistito molto sul concetto dei CCP e, inserendolo nell’ottica della gestione civile delle crisi ha fatto passi avanti nel Parlamento dell’Unione, ed è stato inserito in moltissime altre risoluzioni, ad esempio la risoluzione dei conflitti del Caucaso, quella dei Balcani ecc … Come il prezzemolo l’idea dei CCP è sempre stata inserita, a disposizione della Commissione Europea. Perché c’è sempre anche una divisione istituzionale delle due dimensioni; la Commissione Europea, quella presieduta de Prodi, per intenderci, si occupa della costruzione e dello sviluppo dei mezzi non militari per la gestione delle crisi. Mentre il Consiglio d’Europa, quindi la dimensione intergovernativa dell’Unione, quella presieduta dal prossimo mese da Berlusconi, per intenderci, gestisce i mezzi militari per la gestione delle crisi.

In Parlamento abbiamo presentato più volte emendamenti tesi ad ottenere una linea di bilancio reltiva allo studio di fattibilità dei CCPE, cosa che però non siamo mai riusciti ad ottenere, salvo, la settimana scorsa in Commissione Esteri, che da due mesi a questa parte ha avuto l’incarico di dar vita ad alcuni progetti pilota finanziati. In uno di questi siamo riusciti ad inserire lo studio di fattibilità per i CCPE. Non so quanto tempo occorrerà ma almeno adesso lo studio rientra fra i progetti finanziati.

Durante questo week end e il prossimo ci sono le ultime due riunioni della Convenzione Europea, l’Assemblea Costituente che dovrebbe dar vita al “Nuovo Trattato di Roma” che sarà siglato ufficialmente a novembre di quest’anno sotto la Presidenza italiana. Il dato più importante che vi offro come elemento di riflessione e discussione è questo: durante il semestre di presidenza greca, Simitis e Papandreu, rispettivamente Primo Ministro e Ministro degli esteri greco, si erano dimostrati molto sensibili alla questione dei CCPE, anche incalzati dalla nostra azione in Commissione esteri dove, un po’ a sorpresa, la Presidenza greca fece propria questa idea, e anche lo stesso prodi si rese poi conto della validità di questa idea. Per cui oggi ci troviamo nella bozza della Convenzione Europea un paragrafo preciso che riguarda l’istituzione dei CCPE. Purtroppo questo paragrafo è stato inserito in un capitolo specifico che riguarda l’aiuto umanitario e non nella parte che riguarda la difesa, la gestione delle crisi e la politica di sicurezza dell’Unione. E vi si indica la possibilità di dar vita ad un corpo volontario di giovani europei impegnato nel campo della protezione civile e degli aiuti umanitari. Che è un’idea molto riduttiva e molto limitata rispetto a quello che vogliamo noi da un CCPE.

In un quadro più generale l’Unione Europea ha cercato negli ultimi anni di fare sforzi notevoli per dare coerenza e consistenza alle proprie politiche estere, cercando di integrare in un'unica dimensione le varie politiche ambientali, sociali ed economiche dell’Unione, nell’ottica della prevenzione dei conflitti. Quello che una volta era il nostro cavallo di battagli “la prevenzione dei conflitti” in raltà è stato fatto proprio, e alla grande, dalle istituzioni europee, che sempre di più usano dei “Think tanks” dove si riflette su come arrivare ad una vera e propria politica di prevenzione dei conflitti. Può essere che in seguito la nostra idea di CCPE riesca a fare un salto di qualità, passando dalla dimensione umanitaria a quella di difesa e sicurezza dell’Unione. Non lo so. Sta di fatto che l’attuale situazione mondiale non ci rende molto ottimisti in materia, con i bilanci per la difesa gonfi ai massimi e le spese militari che vengono stornate dai parametri di Maastricht. Con richieste sempre più pressanti al parlamento dell’Unione di ulteriori rilanci della spesa per la difesa, in modo da rendere l’Europa più efficiente. In realtà ci troviamo di fronte ad una situazione esplosiva in tutti i sensi. Siamo di fronte ad uno sbilanciamento così imponente delle spese militari USA che, di conseguenza, l’Europa sente la necessità di essere all’altezza degli USA.

Negli ultimi dieci anni si è investito molto nel progetto europeo che, secondo me, è il più grande progetto di pace della storia contemporanea. Io ci tengo molto che l’Unione Europea rimanga un progetto di pace e che non nutra l’ambizione di imitare, copiare, scimmiottare forze o paesi che si comportano in tutt’altro modo sulla scena mondiale e che non portano la responsabilità che dovrebbero portare, ma che spingono verso un processo di militarizzazione del concetto di sicurezza che mi fa decisamente paura. Per anni ci siamo battuti perché per sicurezza s’intendesse sicurezza sociale, sicurezza ambientale, sicurezza economica, purtroppo l’unica risposta che oggi viene data ai problemi della sicurezza è una risposta militare. Fino ad oggi la politica estera europea si è fondata sull’inclusività, sull’integrazione, sulla cooperazione, sul partenariato, sulla complementarietà, questi sono tutti valori che danno molta forza a ciò che viene chiamato dalle diplomazie mondiali “soft power”, concetto in netta contrapposizione con una politica americana molto aggressiva, unilaterale, impositiva, del “prendere o lasciare”, una politica che viene imposta agli stessi alleati, i quali vengono ridotti ad essere allineati più che alleati. Ora gli americani hanno l’US AID, noi avevamo l’ECHO e oggi abbiamo l’EURO AID. Da anni gli americani hanno sparso per il mondo gli American Peace Corps e noi avremo gli European Peace Corps. Ma conosciamo benissimo il lavoro sporco che gli APC hanno fatto. Sono stati accusati da tante parti e in tantissime occasioni perché portavanoavanti un lavoro di intelligence e non di pace. Ora io non ho suggerimenti da dare, ma un invito ad essere un po’ più creativi, non fossilizziamoci su di una terminologia che, purtroppo, è già bruciata. Chissà che in questi giorni non riusciamo a trovare un nome che in inglese non ricordi i Peace Corps di dubbia fama e, forse, così riusciremo ad onorare meglio la memoria di Alex Langer, al quale va tutta la nostra riconoscenza.

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