Osservazioni sui tre ambiti di riflessione della Tavola Rotonda dei Berretti Bianchi, Pisa: 15 novembre 2009
a cura di Gianmarco Pisa (Operatori di Pace Campania)

La riflessione tematica proposta dai Berretti Bianchi nell’occasione della Tavola Rotonda del decennale è stata sollecitata da tre spunti di riflessione che, a loro volta, rimandano alle domande aperte sulla base delle quali è stato istruito il percorso “seminariale”. Vale a dire: 1) quale molla induce a partire per le zone del conflitto e del post-conflitto al fine di esercitare l’opzione della mediazione e della riconciliazione? 2) come fare per evitare i danni del cosiddetto “colonialismo solidale”? 3) come gestire il rapporto con il territorio e gli attori locali nel contesto di destinazione. Hanno proposto alcune risposte a queste domane, e quindi coordinato i lavori dei panel tematici, cinque associazioni: “Associazione per la Pace (Assopace)” [Farshid Nourai], “IPRI – Rete CCP (Corpi Civili di Pace)” [Maria Carla Biavati], “Operatori di Pace – Campania” ONLUS [Gianmarco Pisa], “PBI – Peace Brigades International” Italia [Pasquale Dioguardi], “Un Ponte per …” [Martina Pignatti Morano] ed il “Tavolo Trentino con il Kosovo” [Mauro Cereghini]. Le conclusioni sono state affidate al Presidente della IPRI – rete CCP e co-fondatore dei Berretti Bianchi, Alberto L’Abate.
Quello che induce a partire è certamente la cosiddetta “domanda leggibile”, da non confondere con la chiamata esplicita, vale a dire l’esistenza di una condizione leggibile ed avvertita di bisogno, corrispondente alla particolare esposizione di determinati gruppi umani che hanno sofferto e subito le conseguenze morali e materiali del conflitto armato e dell’esercizio della violenza. Ove non soccorra una domanda, può intervenire una situazione di particolare clamore “umanitario”, come nel caso dell’intervento del Tavolo Trentino in Kosovo, ma in ogni caso è necessario curare l’impronta “umanitaria” e quindi l’impatto dell’intervento della parte terza nella realtà in cui si va ad operare. Ciò solleva una serie di interrogativi, tra i quali: 1) come ci si comporta sul posto dopo aver corrisposto alla chiamata/domanda? 2) perché la risposta che normalmente si offre all’emergenza del bisogno è quella solidaristico-umanitaria e non il peace-building ? 3) cosa impedisce, sia in termini di sensibilità della pubblica opinione sia in termini di selezione dell’agenda da parte del mainstreaming politico-mediatico, di sviluppare sistematicamente e coerentemente il peace-building?
Quanto alla seconda domanda, come evitare di ripiombare nel cosiddetto “colonialismo solidale” e quindi nell’altrettanto tristemente famoso “circo umanitario”, si può fare riferimento alla legittimità dell’intervento conseguente alla chiamata ed alla relazione “positiva” sviluppata con gli attori locali, ma bisogna necessariamente fare capo alla formazione in partenza, e quindi alla conoscenza dei vettori culturali e delle istanze auto-determinanti localmente presenti, la conoscenza delle quali è misura fondamentale per l’adeguamento e l’adeguatezza dell’intervento positivo e trasformativo medesimo. Si tratta, in definitiva, di provare a strutturare una sorta di frammentazione e de-frammentazione dell’immaginario di partenza e di decentramento emotivo e cognitivo dello stereotipo etno-centrico (euro-centrico) di provenienza, nel nostro caso (occidentale, europeo, italiano) peraltro segnato da una lunga storia di guerra, rapina, sopraffazione, violenza e colonialismo. Si tratta, dunque, di approfondire la formazione in partenza ed in itinere, come sperimentato dalle PBI; di conoscere le storie e le istanze dell’altro, come nell’esempio serbo-kosovaro, ricordato dagli “Operatori di Pace - Campania” e, non meno importante, di orientare ed adeguare la propria condotta, in termini di “equilibrio” ed “equivicinanza”, come si sarebbero incaricati di dimostrare gli stessi BeBi.
Quello del rapporto con gli attori locali è, infine, argomento estremamente spinoso: nell’esperienza dell’Associazione per la Pace, ad esempio, questo elemento si declina nei termini della facilitazione e del rafforzamento delle capacità degli operatori locali, cui viene pressoché interamente demandato il compito dell’azione locale; nella vicenda delle PBI, invece, si determina come integrale indipendenza e distinzione di ruoli e rapporti esterni tra “accompagnante” ed “accompagnato”, essendo quella dell’accompagnamento protettivo la misura fondamentale della loro azione di interposizione nonviolenta. SI tratta, in definitiva, di tenere conto dell’azione dei “conflitti di secondo livello” (ad es. il portato di conflitto interno al gruppo artefice della trasformazione del conflitto medesimo) e del meta-conflitto (le iterazioni ulteriori che concorrono ad alimentare il conflitto che si intende trasformare), ampliando il contesto normativo e metodologico di riferimento e costruendo una vera e propria “infrastruttura per la pace”, basata sui diritti umani e la prassi nonviolenta, entro cui provare a inibire lo spazio dell’arbitrio e dell’improvvisazione e incrementare gli elementi di organizzazione e facilitazione per migliorare aderenza ed efficacia dell’azione di trasformazione nonviolenta.


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