Guerra a Gaza, morti a Gaza, vittoria di Israele a Gaza:
e dopo?
di Sandro Gozi

Innanzi a una crisi che si inasprisce, dinanzi a effetti di un conflitto che sono sempre più globali - perché la TV satellitare ormai ha creato un’unica comunità audiovisiva globale e perché le manifestazioni pro o contro Palestinesi e Israeliani sono ogni giorno nelle nostre piazze, nei nostri giornali, nella nostre conversazioni in famiglia e con gli amici - per questi e altri motivi, insomma, credo che chiunque sia impegnato in politica debba esprimersi sulla tragedia che si consuma a Gaza in queste giorni. Credo che debba farlo, senza prendere parte ma cercando di individuare i nodi politici e le possibili soluzioni politiche.

Voglio quindi chiarire innanzitutto due cose. La prima è che non credo affatto che, quando si ricopre la carica di ministro, quando si esercitano responsabilità importanti all’opposizione, sia utile “prendere parte”, sia utile dire “io sto con Israele, con i Palestinesi” o frasi ancora più imprudenti come quelle che abbiano letto nei giornali in questi giorni. Non mi sono piaciuti – per intenderci - gli articoli apparsi sui nostri giornali domenica 11 gennaio. Perché non credo che si debba prendere parte? Perché così facendo si rinuncia alla posizione di terzietà premessa indispensabile per poter veramente contribuire, come italiani e europei, alla risoluzione del conflitto.

Quella posizione, per intenderci, che ha permesso all’Italia di svolgere un ruolo importantissimo in Libano, due anni fa. Quella posizione che Sarkozy ha assunto ora, svolgendo un ruolo simile al nostro in Libano. Va aggiunto però che Sarkozy sbaglia metodo, perché il suo attivismo quasi in concorrenza alla troika dell’Unione europea ha l’effetto di impedire uno posizione unitaria europea e offre un’immagine di un’Europa totalmente irrilevante. Un’Europa irrilevante proprio in un momento in cui, a causa del fallimento della politica medio-orientale di G.W. Bush e della transizione a Washington, potrebbe occupare uno spazio molto rilevante in vista della ripresa dei veri negoziati internazionali (che a mio parere non cominceranno prima delle elezioni a Teheran, cioè nella seconda metà del 2009).

Chiarisco poi un secondo punto, per evitare che mi si accusi magari di essere contro uno dei contendenti. Da anni, sostengo il diritto alla difesa di Israele e ai tempi di Bruxelles mi sono fermamente impegnato per avviare nuove azioni a favore del dialogo e contro l’antisemitismo, che purtroppo macchia ancora il nostro continente. Vari amici ebrei e rabbini a Bruxelles lo sanno bene e se ne ricordano. In un clima e in un paese normale queste premesse non sarebbero necessarie. Ma la superficialità e la parzialità con cui in Italia stiamo trattando un problema così grave le rendevano necessarie.

Credo ci siano due modi di guardare a questo conflitto.
Il primo è quello immediato, quotidiano, di brevissimo periodo. Si risolve nei seguenti quesiti: Chi ha lanciato per primo i missili? Chi ha provocato? Chi ha ucciso per primo dei civili? Chi ha violato il principio “terra per pace”? Chi non è democratico? La risposta è semplice ed è univoca: Hamas, sempre Hamas, e ancora Hamas. Hamas è un movimento terrorista, ha tra i suoi obiettivi la distruzione dello Stato di Israele.
La risposta di Israele è quindi giusta e accettabile? No, niente affatto. E’ giusto che Israele reagisca, non è accettabile che lo faccia violando il diritto umanitario e la stessa morale internazionale. Non è accettabile che lo faccia uccidendo 800 civili in pochi giorni, non è accettabile che lo faccia uccidendo donne e bambini, e non sono certo gli sms inviati dall’esercito israeliano prima di bombardare le case a Gaza che possono rendere “più umani” i massacri.

Allora che fare? Politicamente, dobbiamo guardare allo scenario politico che potrà emergere dopo la cessazione delle ostilità. Per farlo, dobbiamo tenere conto di come siamo arrivati alla situazione di Gaza oggi.

Le famiglie di molti degli abitanti di Gaza (1.5 milioni di persone che vivono in circa 180 km2) abitavano prima in villaggi fuori da Gaza, come Ashkelon o Beersheba, e furono portati a Gaza dall’esercito israeliano dopo il 1948. Lo stesso esercito ha occupato Gaza dal 1969 al 2005 ed è ancora percepito oggi come una potenza occupante. Perché? Lo spiegava bene Sergio Romano nella sua rubrica del Corriere della Sera del 9 gennaio 2009: “Non li (i palestinesi) ha assorbiti all’interno della propria società, perché avrebbero intollerabilmente diluito la sua natura di Stato ebraico. Non ha garantito a essi una reale autonomia perché ha permesso ai suoi cittadini di insediarsi nei territori occupati e di estendere le proprie comunità occupando terre della popolazione locale…ha ritirato 8mila coloni dalla Striscia di Gaza, ma non ha riconosciuto la vittoria di Hamas nelle elezioni del gennaio del 2006. Ha stretto d’assedio la Striscia per diciotto mesi prima dell’inizio delle ostilità. E ha adottato infine verso la popolazione civile lo stile di una tradizionale potenza coloniale…”.

Nel frattempo, prima Al Fatah e poi Hamas hanno ucciso civili israeliani, provocato, creato le condizioni per permettere alla frange più estremiste di affermarsi e vincere le elezioni (vedi Hamas, appunto, a Gaza). Sì, noi occidentali abiamo voluto le elezioni, ma non abbiamo accettato il risultato: la vittoria di Hamas (dovuta anche alla pessima reputazione e alla trategia elettorale sbagliata di Al Fatah). Poi, nel maggio e giungo 2008, Hamas e Israele si sono accordati sul cessate il fuoco L’accordo ha portato ad una sospensione del blocco che Israele aveva imposto ad Hamas e ad una riduzione dei missili lanciati da Hamas. Sino a giugno 2008, Hamas aveva lanciato centinaia di missili contro i villaggi israeliani; da giugno, una ventina. Sufficiente? No, perché comunque Hamas non rispettava pienamente il cessate il fuoco. Ecco perché il governo di Tel Aviv ha lanciato i primi attacchi, all’inizio di novembre, a 4 mesi dalle prossime elezioni politiche in Israele. E qui viene la questione della proporzionalità, poco discussa in Italia, ma che è parte del problema. Lo è perché la risposta di Israele non è stata affatto “proporzionata” in base alle regole del diritto internazionale. Fare saltare i tunnel da cui Hamas riceve le armi dall’Iran e alcune posizioni strategiche e militari di Hamas lo sarebbe stato; coprire di bombe la Striscia, con gli effetti devastanti sui civili che noi tutti vediamo ogni giorno non lo è. I francesi lo hanno chiaramente affermato, e hanno fatto bene.

Quali sono le soluzioni politiche a cui l’attacco israeliano può portare, allora? Ecco, tocchiamo il cuore del problema: non se ne vedono.

Non si capisce infatti quale sia la strategia politica che secondo Israele dovrebbe seguire al conflitto. Non si capisce con chi Israele dovrebbe fare quella pace che dovrebbe seguire a questo conflitto. Non si intravede la capacità di Israele di definire una realtà differente a Gaza dopo questi massacri.

Perché?
Per vari motivi.

Il primo è che purtroppo la strategia della dissuasione che l’esercito israeliano sta attuando poteva essere utile quando i nemici di Israele erano gli Stati vicini, come ad esempio lo è stato in un passato ormai lontano l’Egitto. Ma non è efficace contro i movimenti terroristici.

Perche?
Perché per Hamas a Gaza come per Hezbollah in Libano, il solo fatto di sopravvivere in qualche modo ad un attacco del più potente esercito del Medio oriente è già una vittoria. E perché una vittoria netta di Israele appare oggi come improbabile, a meno che gli israeliani siano disposti a raddoppiare o triplicare il numero delle vittime civili. Perdipiù, proprio a causa delle vittime civili e dell’efficace propaganda di Hamas, i vari attacchi di Israele hanno indebolito sia l’ANP di Abu Mazen che le fazioni meno estremiste dello stesso Hamas agli occhi della popolazione. Accade quindi ciò che ai nostri occhi può apparire forse paradossale. Il sostegno ad Hamas aumenta da parte di quella popolazione che ne è la prima vittima, la cui vera tragedia è oggi di essere divenuto uno strumento nella mani di Teheran, tramite Hamas.

Ci piaccia o no, questa è la situazione. Vogliamo allora fermarci qui, e dire, come tanti hanno fatto, che sino a quando Hamas non riconosce Israele, la strategia di Israele va sostenuta?

Io dico di no, e lo dico guardano alle parole del… primo ministro israeliano dimissionario Ehud Olmert di solo qualche mese fa. Parole riportate in questi giorni da vari giornali internazionali e di cui solo domenica qualcuno in Italia – vedi Barbara Spinelli su La Stampa di domenica 11 gennaio – si è accorto. Che cosa diceva Holmert? “Israele ha per lungo tempo guardato alla forza militare per trovare le risposte (alla questione medio-orientale)…Ma attraverso le tante guerre combattute dal paese i generali hanno imparato qualcosa? Carri armati, controllo dei territori, prendere questa o quell’altra collina…queste cose non contano nulla…”.. Cosa conta? Conta fare la pace con i tuoi vicini. I vicini non si scelgono, e la pace si fa con i nemici, non con gli amici (se volete approfondire questa analisi, vi segnalo gli editoriali di Philip Stephens sul Financial Times e di Gideon Lichfield sull’Herald Tribune di venerdì 9 gennaio).

Ecco perché sono molto preoccupato per l’intera vicenda, e perché mi hanno lasciato molto perplesso le varie posizioni espresse in Italia, a destra o a sinistra. Perché credo che questo attacco a Gaza rappresenti una vera tragedia politica per Israele, che non sembra avere un progetto, una soluzione per il dopo-guerra. E di nuovo, cito le parole di Olmert: “un primo ministro deve chiedersi dove sia meglio concentrare i suoi sforzi. Sono diretti verso la pace o sono diretti a costruire un paese sempre più forte per vincere una guerra?”. Sono parole pronunciate non 10 anni fa ma nel …settembre del 2008…!

Cosa seguirà all’attacco di Gaza, e quando?
Israele non farà probabilmente nessun passo concreto sino alle elezioni di febbraio, che potrebbero anche slittare di qualche mese. Ma quando ricomincerà a fare politica, si ritroverà in un contesto in cui la pace non è più vicina ma molto, molto più lontana. E’ un’illusione pensare che le famiglie, le sorelle e i fratelli dei bambini uccisi in questo conflitto si scaglieranno contro Hamas, accusandola (anche se è così!) di essere responsabile della loro tragedia e del loro dolore. Al contrario, in quelle famiglie Hamas recluterà nuovi martiri, nuovi ragazzini che si faranno saltare in arie per uccidere dei civili, innocenti, israeliani in qualche autobus a Tel Aviv.

Perché possiamo dire tutto quello che vogliamo, per compiacere al Corriere della sera, per andare in TV, per mostrarci “persone ragionevoli”. Ma la realtà è che Israele non potrà sopravvivere senza dare uno Stato “sostenibile” ai Palestinesi e che la Siria non farà mai la pace con Israele senza la restituzioni dei territori occupati. E che Israele ha quindi bisogno dei palestinesi e della Siria tanto quanto ne abbiamo bisogno noi occidentali. E che senza far entrare in modo ufficiale l’Iran nel tavolo regionale che conta nulla potrà essere risolto.
Il terrorismo arabo e i gruppi più estremisti israeliani, anche se può sembrare un paradosso, si sostengono politicamente a vicenda, in un circolo vizioso in cui ogni attacco rafforza l’altra parte e radica ancora di più la prepotenza, la violenza e il terrorismo nel lungo periodo.
Allora, anziché proseguire i massacri, anziché rendere la vita letteralmente “impossibile” ai tanti civili palestinesi, Israele dovrebbe impegnarsi per un vero sviluppo di Gaza; dovrebbe favorire un rapido miglioramento delle condizioni economiche e sociali della popolazione; dovrebbe cioè rendere molto più rischioso per Hamas, in futuro, provocare ancora; dovrebbe rendere politicamente molto costoso per Hamas violare nuovamente il cessate il fuoco. Se le condizioni di vita migliorano, e solo allora, la popolazione di Gaza potrebbe rivoltarsi contro Hamas qualora i suoi irresponsabili leader la facessero ripiombare nuovamente in un conflitto.
In parallelo, è urgente inviare una forza multilaterale di pace, in cui l’Unione europea dovrebbe assumere un ruolo significativo, per controllare le vie di accesso a Gaza e interrompere il traffico di armi tra Iran e Hamas. Un’altra occasione, tanto difficile quanto decisiva, per un’Europa che voglia cominciare ad esistere come attore politico nella questione israelo-palestinese.
E, vorrei aggiungere, renderebbe meno costosa l’intera vicenda anche per noi europei. Credo infatti che prima o poi i nostri cittadini cominceranno a chiederci perché l’Europa debba continuare a pagare centinaia di milioni di euro per edifici, scuole, ospedali e infrastrutture che vengono regolarmente bombardati e distrutti dall’esercito israeliano in Palestina (solo nel 2008, l’Unione europea ha speso 566 milioni di euro di auti diretti, dal 2006, 223 milioni di euro come aiuti umanitari, di cui 73 miliojni nel 2008 e 10 milioni negli ultimi mesi).

Non ho certo la presunzione di credere che questa nota sia esaustiva, né di avere identificato tutti i nodi del conflitto. Spero solo di aver apportato un contributo “terzo” ad una vicenda che ci coinvolge tutti direttamente.





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