Prendere in mano il proprio futuro:
Superare il conflitto lavorando su problemi comuni

Progetto redatto dal Prof. Alberto L'Abate presidente dell’associazione APS IPRI Rete CCP (Italian Peace Research Institute e Corpi Civili di Pace ).

Versione in inglese


1 Premesse del Progetto


L’attuale situazione del Kossovo è grave. La recente dichiarazione di indipendenza fatta dalla dirigenza kossovara, riconosciuta solo da un certo numero di paesi europei, ma non da altri, e senza tener in alcun conto le paure ed i problemi dei serbi che ancora vivono in questa regione, e che controllano almeno una parte del territorio Kossovaro (Mitrovitza nord), rischia di rinfocolare gli odi antichi tra queste due popolazioni (che la guerra con i morti da ambedue le parti che ogni gruppo considera essere colpa dell’altro aveva intensificato), e di dar vita ad un nuovo conflitto che, se non si riesce a minare alla base questo odio reciproco, può portare anche ad una riesplosione del conflitto armato. Come si è visto nel marzo 2004, basta un piccolo incidente per far esplodere situazioni conflittuali con azioni criminali e vittime di entrambe le parti.
Per questo è indispensabile lavorare in questa area, non limitandosi all’intervento delle forze armate, che esercitano solo un controllo della violenza (spesso non riuscendoci nemmeno) ma cercando invece di operare con la società civile, per riaprire i canali di comunicazione e di comprensione tra i vari gruppi etnici che vivono in questa area e trovare i punti, ed i bisogni, comuni che ci sono tra i diversi gruppi etnici che vivono nell’area.
La comunità internazionale ha messo quasi esclusivamente al centro della propria attenzione il problema dello status del Kossovo, che è terminato con la recente dichiarazione unilaterale di indipendenza, ma che è una indipendenza solo parziale essendo sotto la tutela della stessa comunità internazionale, finora delle Nazioni Unite (Unmik), ma in seguito, se si superano le resistenze dei Serbi, dell’ Unione Europea (Eulex). Sul problema dello status è molto difficile trovare un accordo tra le due parti dato che partono da storie, miti, e culture completamente diverse l’una dall’altra. L’attuale progetto nasce dall’idea che, invece che sugli aspetti istituzionali, che rinfocolano gli odi reciproci, si dovrebbe dare molto più importanza alla costruzione di rapporti umani positivi ed alla ricerca, insieme, della soluzione ai tanti problemi comuni che hanno gli abitanti di questa area. Tra questi non solo gli albanesi, i serbi e le altre minoranze (turchi, gorani, rom, bosniaci, haskalia, ecc.), che abitano attualmente nel Kossovo, ma anche quelli che sono scappati e che desidererebbero tornare, ed anche i tanti albanesi che dopo l’eliminazione illegale della autonomia statuale del Kossovo (1989/90), e nel periodo dell’occupazione militare serba di questa area, sono fuggiti da questa zona per non andare a fare il servizio militare con i serbi.
Il lavoro fatto in questa area, prima e dopo la guerra dalla Campagna Kossovo (ora sciolta ma che è stata sostituita dall’IPRI- Rete CCP), dal “Balkan Peace Team”, dalla “Operazione Colomba”, e dall’Associazione per la Pace, per rinforzare i focolai di pace, per superare i pregiudizi reciproci, per costruire una fiducia tra persone di ogni età, e dei giovani in particolare, dei vari gruppi etnici, per proteggere, senza armi, le minoranze a rischio nei loro spostamenti in altre zone, per formare dei formatori al dialogo interetnico e alla riconciliazione ha spesso anticipato il ruolo di veri e propri ”Corpi Civili di Pace”. In complesso sono state portate avanti quelle attività che la TFF (Transnational Foundation for Peace and Future Research, Svedese) definisce di “mitigazione del conflitto” che tendono a creare una cultura di nonviolenza in cui i conflitti restano, ma si risolvono in modo nonviolento, cercando nello stesso tempo di individuare i cosiddetti “ obbiettivi sovraordinati”, quelli cioè comuni alle parti in conflitto che si possono risolvere solo se i nemici tornano a cooperare.
Questa capacità di lavoro comune non può essere ripresa solo dall’interno, ma necessita un contributo esterno che l’aiuti e la stimoli. Le attività svolte in questa zona dalle suddette organizzazioni, anche se non sono riuscite ad evitare la guerra, e non riescono sicuramente a risolvere l’attuale frattura sul problema dello status, sono comunque fondamentali per la creazione di un humus che tenda ad emarginare gli estremismi di ambedue le parti ed a dar vita ad un lavoro comune per la soluzione dei grossi problemi di quella area, e per affrettare un processo di riconciliazione tra le parti.
Visto questo, sarebbe importante che le organizzazioni italiane che hanno in passato lavorato in questa zona, e che in parte vi stanno tuttora lavorando, si coordinino maggiormente per un progetto comune finalizzato alla messa in moto di un forte processo di riconciliazione tra le parti che si sono combattute per porre le premesse di una valida convivenza nello stesso territorio. Per questo l’ IPRI- Rete Corpi Civili di Pace (dove sono confluiti i principali collaboratori di Campagna Kossovo) presenta questo progetto con la costante attenzione, non solo di coordinarsi con le altre organizzazioni italiane che intervengono in forme simili, anche se in zone diverse, ma con tutte le organizzazioni locali ed internazionali che operano in quel territorio con il fine comune della mitigazione del conflitto, della ricerca di soluzioni sovra-ordinate, della coesistenza di gruppi etnici diversi e della riconciliazione tra i gruppi che si sono combattuti. [altra versione L’Ipri-Rete CCP, l’ Operazione Colomba, e l’Associazione per la Pace propongono tre progetti che si svolgeranno con gli stessi obbiettivi comuni, ma in tre territori diversi, con l’impegno però delle tre organizzazioni di creare un coordinamento reciproco che permetta di lavorare in modo simbiotico per avere una maggiore efficacia sulla realtà kossovara nel suo complesso.]

Punti di riferimento teorico-pratici:

A) Mediazione e Formazione alla Nonviolenza - Campagna Kossovo per la Nonviolenza e la Riconciliazione

La Campagna nasce ufficialmente nel giugno 1993, promossa dal Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), da Agimi (Caritas Idruntina), dai Beati i Costruttori di Pace, e da Pax Christi. Ad essa hanno aderito in seguito altre organizzazioni come il Movimento Nonviolento, alcuni comuni, qualche regione, ed anche le Università di Firenze e di Lecce. Il suo impegno prioritario è stato rivolto a sostenere e a far conoscere la resistenza nonviolenta del popolo albanese del Kossovo, agire sul governo italiano con interrogazioni parlamentari e appelli rivolti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato, collaborare con gruppi e movimenti internazionali, facendo anche appelli verso i deputati europei, ed alcuni incontri presso il Parlamento Europeo, per stimolare interventi civili di pace in quell’area, per prevenire l’esplosione del conflitto armato appoggiando le attività di questo tipo delle popolazioni locali.
Dal 1995 al 1997 è stato realizzato il progetto Ambasciata di Pace a Pristina per:
1) stabilire contatti con i leader e i gruppi di base nonviolenti delle due parti in conflitto e svolgere azioni di riapertura del dialogo (rottura del muro contro muro) e di ricerca di possibili soluzioni al conflitto;
2) appoggiare i focolai di pace, luoghi o enti in cui serbi ed albanesi continuavano a collaborare insieme;
3) studiare le possibili soluzioni che avrebbero potuto evitare l’esplosione del conflitto armato sul Kossovo presentandole e discutendole in vari incontri per la mediazione del conflitto (Vienna, Ulcin, Bruxelles, Bolzano, Lecce).
In seguito alla guerra la Campagna Kossovo è ritornata nella zona per portare avanti un progetto di formazione di formatori al “dialogo interetnico ed alla riconciliazione” che ha coinvolto circa quaranta operatori di base (di tutti i vari gruppi etnici che vivono nel Kossovo e in Serbia), circa la metà impegnati nell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea-Missione Kossovo), e l’altra metà in organizzazioni non governative delle due parti che già in passato si erano contraddistinte per la ricerca del dialogo, e nell’uso di tecniche nonviolente, ma che la guerra , e l’uso delle armi a questa connessa, aveva portato a dimenticare l’importanza e la forza delle lotte nonviolente e dei metodi per la riconciliazione dopo i conflitti a questa connessa. Le attività di formazione hanno portato all’organizzazione di vari incontri, in genere di una settimana ciascuno, in parte separati per gruppi etnici diversi, ed in parte congiunti, in varie località (Pristina, Hocrid –Macedonia, Firenze). L’equipe di formatori era internazionale (Italia, Belgio, Austria, Svezia) con una lunga esperienza di formazione di formatori anche in situazioni di conflitto grave. Un follow up dell’attività ha permesso di vedere come molti dei partecipanti a questi training continuano a lavorare positivamente in questo campo, sia in Kossovo sia in Serbia. In questo stesso periodo, da uno dei responsabili della Campagna, per conto dell’Università di Firenze, in collaborazione con l’European Accademic Task Force per il Kossovo è stato portato avanti anche uno studio sulla situazione delle università kossovare per individuare i metodi per migliorarne l’organizzazione e la qualità delle prestazioni, metodi che poi sono stati anche in parte applicati (vedi corsi estivi vari cui partecipano molti studenti non solo del Kossovo ma anche della Serbia) .


B) Partecipazione alla gestione dell’economia locale come antidoto alla marginalizzazione, alla criminalità ed alla violenza - Danilo Dolci

Il lavoro di Danilo Dolci in Sicilia, ha puntato su uno sviluppo economico, programmato dalla stessa popolazione, dal basso. Il metodo maieutico di Dolci parte dal presupposto che nessun vero cambiamento si ottiene senza la partecipazione diretta degli interessati. Il suo è un lavoro di empowerment delle persone generalmente escluse dal potere e dalle decisioni.
Per esempio, l’idea della costruzione della diga del fiume Iato è stata lanciata da un contadino del luogo, semi-analfabeta, che partecipava ai gruppi locali che, organizzati da Dolci, cercavano di rispondere al quesito”Cosa fare per migliorare la situazione della zona?”. Una volta individuata questa possibile soluzione, che permetteva di evitare che le pioggie forti che venivano in un periodo dell’anno togliessero la parte migliore della terra portandola a mare, ed impoverissero perciò il terreno, e nello stesso tempo che avrebbe permesso ai contadini della zona di coltivare ortaggi ed altri prodotti,che richiedono molta acqua ma che sono economicamente molto più vantaggiosi rispetto al grano. Per ottenerne la realizzazione da parte dello stato ci sono voluti circa 9 anni di studi, manifestazioni e lotte nonviolente simboliche, ma, una volta realizzata, con l’aiuto dei tecnici e dei volontari collaboratori di Danilo e grazie all’organizzazione di una cooperativa contadina per l’autogestione delle risorse idriche, la diga ha portato all’innalzamento del livello economico dell’area circostante, mentre l’autogestione ha permesso di evitare il controllo mafioso delle risorse stesse, che aveva impedito di trarre benefici dalla precedente costruzione di altre dighe nella stessa Sicilia . L’insegnamento principale che possiamo trarre da questo lavoro, indispensabile per la ricostruzione anche materiale del Kossovo che ha visto spendere, da parte delle organizzazioni internazionali moltissimi soldi senza alcun risultato concreto, è quello che per dar vita ad uno sviluppo economico sono necessari investimenti ma che se questi vengono dall’alto senza una attivazione della gente stessa, essi non servono tanto allo sviluppo quanto più che altro ad alimentare la criminalità organizzata o la corruzione,come era successo in Sicilia per altre dighe costruite in precedenza, mentre al contrario se c’è organizzazione e lavoro dal basso, i fondi esterni vengono utilizzati nel modo migliore.
Mentre in passato, con il movimento della riconciliazione, con l’auto-organizzazione dei servizi per gli handicappati, il Kossovo era stato un esempio, a livello mondiale, di attivismo civile importante, uno dei problemi attuali è proprio la passività della popolazione, aggravata dai meccanismi umanitari e decisionali del protettorato internazionale, l’attendere dall’alto la soluzione ai propri problemi. La passività a sua volta favorisce meccanismi di delega e sfiducia generalizzata che rendono il terreno fertile sia per la criminalità organizzata che per la semplice corruzione, in ogni caso impedendo una reale crescita democratica.
La programmazione dal basso in una zona che abbia delle potenzialità agricole ed economiche in genere può essere un elemento forte per superare questo problema.

C) Partecipazione alla gestione della politica locale come antidoto alla marginalizzazione, alla criminalità ed alla violenza - Susan Potziba

Un altro punto di riferimento teorico importante, è l’esperienza di Susan Potziba, una mediatrice americana che ha risolto i problemi di corruzione endemica di una città del Massachusetts, Chelsea, tramite un vasto processo di partecipazione popolare, veicolata tramite gruppi di confronto e l’uso dei mass-media e gestito internamente con il metodo del consenso. Questo ha portato alla reimmissione nel processo decisionale del comune di categorie tradizionalmente escluse (immigrati, sottoproletariato) che in quanto tali forniscono l’humus adatto alla criminalità organizzata ed alla corruzione istituzionale.
Questa esperienza ci porta a riflettere sul concetto di “bene pubblico” Se la sua gestione non è trasparente o non è partecipata dai cittadini, come fanno essi a rispettarlo? Esso non è considerato “pubblico” in quanto non si delibera pubblicamente su di esso. Un buon processo deliberativo fa emergere gli interessi del singolo dandogli quasi sempre un aspetto di ricerca del bene comune. C’è il “Pubblico” quando dei cittadini convinti di poter cambiare le cose prendono il controllo di un problema comune. Con questo lavoro e con queste modalità la mediatrice è riuscita a rendere la corrotta cittadina di Chelsea un modello di autogestione con tassi minimi di criminalità. E questo può insegnare moltissimo per il lavoro da fare nel Kossovo

D) Un gioco di ruolo sul conflitto serbo-albanese sul Kossovo ( presso il Master per Operatori Internazionali di Pace a Bolzano)

Un tipo di lavoro utile a comprendere come ci si deve comportare in situazioni di questo tipo è stata anche la sperimentazione, in un master per Operatori Internazionali di Pace a Bolzano cui partecipavano sia italiani che tedeschi dell’Alto Adige, di una simulazione sulla situazione del Kossovo, simulazione che ha previsto sia lo studio comune della storia dell’area, vista però dal punto di vista di ciascuna delle due parti, sia la lettura individuale di testi e scritti di importanti personaggi, di cui ognuno dei partecipanti al corso avrebbe dovuto in seguito impersonare il ruolo. I personaggi previsti erano sia Serbi, che Albanesi-Kosovari, sia membri della comunità internazionale che operano o hanno operato nella zona (tra questi personaggi, ad esempio, tra i Serbi, Simic, Janjic, ma anche Ivanovic e Padre Sava che abitano e vivono nel Kossovo; e tra i kossovari albanesi: Hyseni, Kurti, Demaci, Don Lush, ed altri personaggi importanti reali che vivono ed operano in quella regione. E tra gli internazionali il Generale Mini, responsabile per un certo tempo della Kfor, un dirigente belga dell’OSCE, ed anche Monsignor Paglia, che ha partecipato con la Comunità di Sant’Egidio all’accordo sulle scuole, e, tra questi, anche due volontari, uno dell’Operazione Colomba che opera a Goradze –una enclave serba nel Kossovo, ed un altro della Campagna Kossovo). Attraverso varie fasi, in cui si alternavano lavori separati dei tre gruppi citati (serbi, albanesi-kossovari, internazionali) con quelli comuni in cui si confrontavano reciprocamente le singole posizioni, partendo dall’obbiettivo generale posto alla base della simulazione di cercare di dar vita ad una commissione per la verità e la giustizia che analizzasse le reciproche responsabilità, ma che ponesse anche le basi per una riconciliazione, siamo arrivati a individuare tre problemi comuni sentiti da tutti tre i gruppi che erano: 1) la disoccupazione e lo sviluppo economico; 2) la lotta alla criminalità; 3) l’educazione della base popolare, dei due campi, alla pace ed alla nonviolenza. A questo punto i tre gruppi separati si sono sciolti ed hanno dato vita a gruppi misti che hanno affrontato i temi su citati. Il risultato è stato realmente straordinario ed importante, mostrando come degli operatori di pace che lavorino sulla mediazione dei conflitti dovrebbero operare. Se le iniziative come queste si moltiplicassero, ed investissero le stesse popolazioni della zona, si farebbero sicuramente molti più passi avanti di quelli fatti finora nella quasi impossibile ricerca di uno status finale di questa area accettato dalle due parti in conflitto.





2 Obbiettivi Generali


Il mandato di IPRI prevede come obbiettivo generale dell’azione quello di sostenere gli attivisti locali che portino avanti azioni di mitigazione del conflitto. In particolare IPRI ha identificato tre tipologie d’azione, ed offre sostegno a soggetti che ne portano avanti una o più di una contemporaneamente.

1 Riconciliazione

Riconciliazione, cioè favorire una rielaborazione delle sofferenze subite durante la guerra da entrambe le parti, una rielaborazione del percorso storico di conflitto della regione, una individuazione di Obbiettivi Sovraordinati che rendano auspicabile la collaborazione tra le etnie nemiche.


2 Sviluppo economico dal basso

Sviluppo economico dal basso, cioè favorire la partecipazione popolare ad attività di programmazione economica per la lotta alla disoccupazione ed il raggiungimento dell’autosufficienza della zona di implementazione, esigenze comuni ad entrambe le etnie in lotta. Collegare iniziative imprenditoriali locali dotate di sostegno popolare e utili alla riconciliazione a quelle di ONG della cooperazione allo sviluppo italiana che abbiano finalità simili.

3 Lotta alla criminalità organizzata


Lotta alla criminalità organizzata, cioè emarginare le radici culturali che danno vita ad una cultura mafiosa, che giustifica e normalizza la prevaricazione dell’altro. Favorire da una parte la presa di responsabilità da parte dei cittadini riguardo al destino del proprio paese, e dall'altra la ribellione contro meccanismi di corruzione che rendono vano qualsiasi sforzo per far decollare l'economia kossovara.

Le interconnnessioni dei tre obbiettivi

I tre obbiettivi, che richiedono ciascuno un percorso specifico per arrivarci, percorso che sarà messo a punto specificamente nella seconda fase del lavoro previsto (fase che prevede il coinvolgimento della stessa Unione Europea) sono strettamente intersecati l’uno con l’altro, e funzionali l’uno all’altro (è più facile cominciare discutendo di economia che di riconciliazione, ma successivamente la dinamica si ribalta, e se non si attiva un percorso di riconciliazione, anche la discussione su temi economici si può arenare). Per quanto il ventaglio di possibili azioni con cui IPRI persegue l’oggetto della sua missione sia ampio, la colonna portante dei tre percorsi d’azione è la creazione di , ed il sostegno a, una rete di zona composta da “Gruppi di iniziativa locale”, che sono poi le arene dove i vari passaggi del percorso di dialogo e riconciliazione, di partecipazione economica e di lotta alla Mafia avvengono concretamente.
Al di là delle “specifiche” dei singoli percorsi, la metodologia generale di gestione dei gruppi comprenderà questi elementi:

- Metodo decisionale per consenso
- Metodo di gestione maieutico/ l’azione viene stimolata, ma il gruppo decide quando intraprendere i vari passaggi dei singoli percorsi in libertà.




3. Elemento preliminare: individuazione dell’area di intervento


Individuazione di una regione del sud del Kossovo con potenzialità di sviluppo economico e che includa almeno un’isola etnica serba (circa 50.000 abitanti in totale), aree già individuate dal punto di vista geo-economico cioè con riconosciute possibilità di sviluppo, possibile autosufficienza, un minimo di organizzazione della società civile, e ONG già al lavoro. Per l’individuazione dell’area, sarà essenziale il contatto con economisti ed altri esperti kossovari di riferimento, lavoro che avverrà durante la fase preliminare del progetto, che è quella che viene qui sottolineata.

Questa fase, che è quella prevista in questo progetto, che, una volta realizzato, porterà alla predisposizione di un progetto più ampio, e più a lungo termine, che dovrà coinvolgere necessariamente, per i suoi impegni attuali in quell’area, anche l’Unione Europea e la sua Commissione, prevede il lavoro di circa un mese. Questa sarà svolta da un gruppo ristretto di italiani che già conoscono la situazione dell’area, per l’individuazione degli esperti locali e per la scelta dell’area ottimale per il progetto. Questa fase comprenderà:

A) un incontro seminariale dell’equipe per una ulteriore messa a punto del progetto: si pensa di coinvolgere in questo incontro Alberto L’Abate, uno dei coordinatori della Campagna Kossovo, ed ora presidente nazionale dell’Ipri-Rete CCP, Maria Carla Biavati - collaboratrice di lunga data della Campagna Kossovo, e facente parte del direttivo dell’IPRI-Rete CCP, Lorenzo Barbera - collaboratore di Danilo Dolci che ha portato avanti in prima persona il lavoro di programmazione economica dal basso, in particolare a Roccamena; Marianella Sclavi – che da anni si occupa di pianificazione partecipata e che ha curato il libro di Susan L.Potziba. In questo incontro verranno messe le basi del primo viaggio studio ed individuato il primo nucleo dell’equipe che farà il primo viaggio nella zona.
B) Viaggio esplorativo in Kossovo al fine di individuare ed incontrare esperti locali ed in generale figure kossovare per confrontarsi sul progetto ed elaborarlo ulteriormente e mettere a punto l’equipe mista, italiana e locale, che svolgerà la perlustrazione nelle zone indicate come possibili aree del progetto.
C) Viaggio esplorativo dell’equipe mista in Kossovo, nelle aree su individuate come possibili zone di intervento, per la scelta della zona che abbia le maggiori potenzialità di successo del progetto.
D) Seminario finale per la valutazione dei risultati del viaggio studio, cui partecipino anche altri del gruppo che non hanno partecipato a questo, per la decisione finale sull’area prescelta, e per la messa a punto del progetto specifico da presentare alla Comunità Europea ed ad altri referenti istituzionali (Comitato per la DNANV, Regioni, Province, e Comuni) interessati, o ad altre ONG che già in passato hanno collaborato alle attività della Campagna Kossovo, o ad altre che nel frattempo si siano avvicinate a questi problemi.
4. Il progetto ed il servizio civile

L’attuale progetto non prevede l’impegno di giovani in servizio civile che saranno invece fondamentali per la fase successiva, che dovrebbe durare almeno tre anni, per la quale stiamo rivedendo le linee generali del progetto elaborato, a suo tempo, dalla nostra associazione. In linea di massima, una volta individuata l’area con maggiori potenzialità positive, appunto attraverso questa fase, si dovranno prevedere almeno cinque equipes che lavorino concretamente nelle varie parti del territorio per dar vita ai gruppi di “iniziativa locale” che saranno al centro del progetto con l’obbiettivo, appunto, di stimolare uno sviluppo economico dal basso che sia portato avanti anche in modo partecipato (sia dal punto di vista di genere che da quello delle diverse etnie). In ognuna di queste equipe, formate in prevalenza da elementi locali che dovranno essere ben preparati a questo compito, potranno essere inseriti almeno due volontari di servizio civile, anche questi però, dopo un congruo periodo di formazione sia sul tipo di lavoro da svolgere, sia sui problemi che si troveranno ad incontrare nella situazione specifica del Kossovo, e sui problemi aperti e conflittuali di questa zona. Se si tiene conto che il progetto della seconda fase dovrebbe essere per lo meno triennale, in complesso potrebbe coinvolgere almeno quaranta civilisti, in periodi successivi, prevedendo una sovrapposizione almeno per una parte dell’anno di servizio in modo da non avere il rischio di perdita della esperienza acquisita dai primi, e di dover ri-iniziare ex-nuovo ogni volta che questi cambiano.
Manca ancora una progettazione finanziaria sia della prima fase che di quella successiva ma, se il progetto interessa, questa può essere fatta in tempi relativamente brevi, da una settimana a 10 giorni.

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“Take the future in your hand”
Overcome the conflict working on common issues

A study mission for a project setting regarding the
grassroots planning and the reconciliation in Kosovo.

The present situation in Kosovo is very serious. The declaration of independence, that has only been partially recognised internationally, has been made by the Kosovo leadership without taking into account the fears and the problems of Serbs that are still living in this region and control a part of the territory (North Mitrovica and some ethnic islands with Serbian majority).
The declaration risk to rekindle the ancient hatred between this two populations (that the war intensified with casualties among both sides and for which each group blamed the other), giving life to a new conflict that can lead to a new war, if we will not be able to undermine this reciprocal hatred at his foundations. As we could see in March 2004, an even small accident is enough to burst in conflict situations with criminal actions and casualties in both sides. For this reason it is essential to act in this area not limiting the action to the only intervention of the armed forces (that control just the violence and often without succeeding in it) but trying to work with the civil society.
This work will be able to reopen the communication and understanding channels among the different ethnic groups living in this area and to find the common needs and common points that exist among them (as the lack of economic development, the widespread unemployment, the incapacity of reciprocal listening, the prevailing corruption and mafia, the lack of preparation in nonviolence and peace issues and so on).
In this area, before and after the war, the “Kosovo Campaign” (now finished as it has been substituted by the IPRI-Rete Corpi Civili di Pace) for years carried out an excellent job for the studying of the problems at the base of the conflict and of the possibilities to prevent the explosion of these problems. The “Kosovo Campaign” worked deeply to break the confrontation among the different ethnic groups living in that area and for the search of an agreed solution. The work done by this action has not been able to find a complete solution to the problems but has left an excellent memory in both sides that in different circumstances expressed their wish to collaborate with the people that participated in this work.
This activity and the work done by the “Balkan Peace Team”, the “Operazione Colomba”, the “Associazione per la Pace”, the “Forum Trentino per la Pace” and other italian and european organizations, often anticipated the role of real “Civil Peace Corps”. This has been done strengthening the “hotbeds of peace”, overcoming the reciprocal prejiudices, building a real trust among people of every age and every ethnic group, protecting withouth weapons the minorities at risk in their movement to other areas and also training trainers for the interethnic dialogue and reconciliation.
On the whole these organizations carried out activities that the TFF (Transnational Foundation for Peace and Future Research, from Sweden) define activities for the “mitigation of the conflict”, that create a culture of nonviolence in which the conflicts remain but are resolved in a nonviolent way and in which the parts are helped to identify the so called “superior/above/higher goals”. These goals are common for both sides in conflict and they can be reached only if the enemies cooperate and so they open again the dialogue and the collaboration among the ethnic groups that were enemies before.
This ability of common work in Kosovo cannot resume today with the only strenght of the local civil society but it needs the contribution of external forces that can help and encourage the internal ones. The activities carried out by the above mentioned organizations (some of them also before the war) even if they could not avoid the war they are fundamental nowadays for the creation of the “humus” on which the extremisms from both sides can be marginalized and where it can begin a common work towards the solution of the big problems in that area (speeding up in this way the process of reconciliation among the parts).
Given this point it is important that italian organizations, that have been working in this area in the past (and some of them are still working there), could coordinate more among themselves in order to prepare a common project that aim to build a reconciliation process, among the parts that have been fighting, and in this way to lay the foundation for a future real cohabitation in the same territory.

For this reason the “IPRI-Rete Corpi Civili di Pace” (where they merged the major partners of the “Kosovo Campaign”) presents this project with the constant attention to the coordination with the italian organizations, that work in similar ways even if in different areas. The project look for a coordination also with local and international organizations, acting in that region, with the common goal of mitigation of the conflict, the search for some “superior solutions”, the coexistence of different ethnic groups and the reconciliation among the groups that have been fighting.
In a country with 60% of adult population unemployed and with the great majority of the population depending on the helps of international organizations (even if living in a land rich in natural resources not yet exploited), an important encouragment to our project can come from the example of the work done by Danilo Dolci in Sicily. He aimed to an economical development coming from the grassroots society and planned by the population in itself. The “Maieutical method” of Dolci begins with the assumption that no real change can be achieved without the direct participation of the people involved. His work has been a work of empowerment (that is a consciousness raising for the using of our own power) for the people excluded by the power and the decision making.
For example the idea to build a dam, on the river Iato, occurred to a farmer from that area, semi illiterate, that took part in the local groups that were trying to answer to the question of Danilo: “What to do to improuve the situation of this area”? This work identified the possible solution that could prevent the strong rains (coming in a particular time of the year) from eroding the best part of the land and bringing it to the sea (and so impoverishing the soil). At the same time with this solution the farmers could grow vegetables with the water of the dam, as the vegetables need a lot of water but are also more profitable respect to the corn cultivated before. The construction of the dam, made by the State, requested 9 years of studying, demonstration and simbolic nonviolent struggles, but when it was finished (with the help of tecnicians, volunteers collaborators of Danilo and a farmer cooperative for the self-managment of the reservoir) the dam brought about the economic growth of the area. Besides this the self-managment of the farmers prevented the mafia from controlling the resources, a fact that in the past had prevented the farmers from having the benefits with the construction of other dams in Sicily.
It is not the specific example (the dam) that is important here but the methodology carried out by this activist, Danilo Dolci, with whom the undersigned collaborated too. The major teaching that we can get from this work (teaching essential for the reconstruction, even material, of Kosovo, that saw many international organizations spend a lot of money without so many concrete results) is that to give life to an efficient economic development we need investments. But if these investments are coming from above, without a grassroots involvement, they are not helping the development but instead they are feeding the organized crime or the corruption (this is what happened in Sicily for other previous dams, as we said, and what is happening currently also in Kosovo). On the contrary, if there is organization and the work is coming from the base, with grassroots involvement, the external funds are used in the most efficient and effective way.

In the past, during the period of the Serbian occupation (with the consequent unconstitutional revoking of the autonomy in this area) Kosovo was a world wide example on civil activism, thanks to the movement for reconciliation and to the self managment of the “parallel government” of Kosovo, that was organizing the schools of every degree and level and had health and social services quite efficient (in particular those for disabled persons). Whereas nowadays one of the major problems is the passivity of the population, made worse by the decision making mechanism of the international protectorate, that made the population waiting from above the solution of the problems. The passivity then promoted mechanisms of delegation and general mistrust that set the stage for the organized crime and the corruption and in general prevented from develop a real democracy. So the grassroots planning in an area with agricultural and economical potentialities can be a valuable element to overcome this problem.
The final project foresee a long term work in a specific area of Kosovo, identified on purpose because of his potentialities for economic development and, on the other side, because of the existence in that land of a “Serbian island”. This presence can contribute to the economic development and, at the same time, begins a process of breaking the reciprocal walls, starting collaboration and reconciliation among Serbs and Albanians that live in this region. The global project, when will be ready, will be presented to the European Union, in order to be funded under the programme on external cooperation of the European Commission. This proposal will be submitted only when the first phase, proposed here, will be completed.

The funds for this first phase will be used for travels and stay costs, in a period of about 20 days for a group of 4/5 people (that have been working already in the area, as participants to the Kosovo Campaign) and will have these three goals:
1) The identification of a region in the south of Kosovo with economic development capabilities, that includes at least a “Serbian island” (an area of about one hundred thousand people, with development potentialities, possible self-sufficiency and some organization of the civil society or the presence of an NGO). To identify the area will be essential to meet and discuss with economists, agriculture experts, other experts of the region and also with kosovan organizations, that work already with similar goals in the area or in surrounding areas.
2) A thorough visit, in all the territory of Kosovo, to the other work experiences carried out by itailan and european organizations, in order to study together ways of collaboration that could lead to magnify and improuve the results of the single projects, giving more visibility and efficiency to them.
3) The writing of the project, before the 18 of june, in order to present it to the European Commission with all the documents requested. We are looking for an organization already qualified to the European Union to help us filling the quite complicate documents and to be our partner in the project.



ALBERTO L’ABATE
National President of the IPRI-Rete Corpi Civili di Pace

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