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29/11/2011

Cosa non accadrà a Durban
di Antonio Marafioti

Al via la diciassettesima conferenza delle parti sul clima di Durban, Sudafrica. PeaceReporter ha intervistato Tadzio Müller, portavoce del Climate Justice Action.

I lavori del Cop17 di Durban, Sud Africa, sono iniziati da sole ventiquattr'ore e le prospettive di arrivare, finalmente, a un accordo globale sulla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra sembrano già compromesse. Le divisioni sono sempre le stesse. Come l'anno scorso a Cancun e quello prima a Copenhagen, ci sono fondamentalmente due blocchi: quello delle grandi potenze, con in testa Stati Uniti, Giappone, Cina e Russia, e quello delle potenze "green", che vorrebbe un patto vincolante per tutti. C'è tempo fino al 9 dicembre per trovare la quadra del cerchio e provare a rinnovare il trattato di Kyoto, con una formula che, questa volta, impegni anche il governo di Washington. Per saperne di più sulla diciassettesima Conferenza delle parti sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) PeaceReporter ha intervistato Tadzio Müller, del Climate Justice Action.

Sembra che anche quest'anno sia presente un certo scetticismo fra i partecipanti al Cop17.
Ebbene sì. Partiamo dal presupposto che questa è la diciassettesima conferenza delle parti e se si guarda ai risultati prodotti da questi summit ogni anno, ci si accorgerà che sono stati sostanzialmente miseri. Prendiamo in considerazione gli input, le risorse e il tempo impiegato: è evidente che questi incontri possono semplicemente definirsi un fallimento. Chiediamo ai governi cosa hanno intenzione di proporre a Durban, ma sappiamo già che sarà l'ennesimo "nulla di fatto". Fallirà perché non verrà raggiunto alcun accordo su una riduzione drastica delle emissioni o su alcun altro tipo di soluzione.

Il blocco più importante sul raggiungimento di un'intesa comune pare essere ancora quella degli Stati Uniti. Senza la loro firma su un piano di riduzione, nessun'altra grande potenza si è detta disposta ad assumersi l'impegno di abbassare le emissioni.
Il ruolo degli Stati Uniti sul futuro di un accordo globale è indubbiamente importante. Alcuni biasimano il comportamento degli USA, altri quello della Cina, e altri ancora criticano l'intera struttura dell'accordo che divide le nazioni presenti sull'essenza stessa delle misure di riduzione dei gas a effetto serra. Non credo sia davvero realistico pensare che la posizione di un solo governo, per quanto potente sia, possa aver provocato una situazione che dura da ben sedici incontri. Voglio dire che l'annuale, insoluto, stallo del Cop non dipende solo dal ruolo giocato dagli Stati Uniti. Le cause sono molto più profonde. Nei fatti, le emissioni di gas a effetto serra sono il risultato della crescita esponenziale di un'economia capitalistica basata sullo sfruttamento dei combustibili fossili. Più la crescita è alta più sono alte le emissioni di gas. E questo lo sappiamo benissimo, perché le emissioni dannose per l'ambiente si sono ridotte ogni volta che si è provocato un collasso economico. Lo si è visto durante la crisi che ha colpito l'Europa dell'Est nei primi anni Novanta, o nel 2009 quando l'inizio dell'attuale crisi ha, quando non addirittura abbassato, almeno mantenuto costanti le emissioni. Per questo credo che le cause del mancato accordo non siano legate alla posizione di un governo ma piuttosto a quelle dell'attuale sistema economico. Ridurre le emissioni implica ridurre la crescita economica. E nessun Paese è disposto a questo compromesso.


L'anno scorso, prima del cop di Cancun, lei ha sostenuto l'importanza che gli Stati si impegnassero a livello nazionale nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Crede che sia ancora la strada migliore o sarebbe meglio puntare sul cosiddetto Kyoto 2?
Anche se Kyoto 2 dovesse essere la soluzione, non ci sarà il Kyoto 2. Dimentichiamocelo. È palese a tutti. Abbiamo appena saputo che il Canada è uscito dal protocollo di Kyoto, che il Giappone non rinnoverà il suo impegno e che gli Stati Uniti hanno ribadito per l'ennesima volta la loro posizione: quella di non entrare nel trattato. Tutto questo solo alla vigilia. Allo stesso tempo, i rappresentanti di una superpotenza industriale come la Cina hanno dichiarato che non hanno alcuna intenzione di impegnarsi per il raggiungimento degli obbiettivi di riduzione fissati al 2050, perché questo si ripercuoterebbe negativamente sulla curva di sviluppo economico del Paese. Quando ho sostenuto che è fondamentale concentrarsi sulle politiche di riduzione a livello nazionale è perché sono convinto che non si supererà mai lo stallo globale sull'accordo. E la ragione di ciò non sta nel fatto che ci sono nazioni buone che vogliono firmarlo e nazioni cattive che non vogliono, ma semplicemente nella circostanza che dipende tutto dalla struttura economica globale. Se vogliamo ridurre le emissioni di gas a effetto serra dobbiamo trasformare il sistema di produzione dell'energia e basarlo sulle energie rinnovabili e sulla decentralizzazione dei poteri. Poteri che non dovranno avere a che fare con le oligarchie delle corporation del petrolio. Abbiamo bisogno, in definitiva, di una trasformazione assolutamente democratica ed ecologica del sistema energetico. Questo è l'obiettivo. Poi potremo anche chiederci dove sono gli attori che dovranno favorire l'implementazione di questo nuovo sistema. Solo allora potremo guardare ai movimenti sociali, che sono organizzati a livello locale molto meglio di quanto lo siano a livello internazionale.

 

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