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18 ottobre 2011

Così la tragedia delle torce umane
infiamma il Tibet contro la Cina
di Gabriel Bertinetto

L’hanno vista correre in strada con la tunica in fiamme. Otto minuti di tormento, prima di accasciarsi al suolo, esanime. Otto minuti in cui la poveretta ha soffocato il dolore delle ustioni inneggiando al Dalai Lama e invocando la fine del dominio cinese. Grida di libertà, non di dolore.

Così è morta Tenzin Wangmo, 20 anni, monaca del convento buddista di Mamae Dechen Choekhorling, a Ngaba, nel Sichuan, provincia cinese confinante con il Tibet e abitata da molti cittadini di etnia tibetana. Prima di Tenzin altri otto religiosi si erano immolati per protesta quest’anno nel Sichuan. Tutti, tranne uno, appartenevano al monastero di Kirti. Lei è la prima donna, e proviene dalla sezione femminile della stessa struttura religiosa.

La lunga serie di suicidi inizia il 16 marzo, quando il giovane Lobsang Phuntsok si dà fuoco per richiamare l’attenzione del mondo sul dramma irrisolto del suo popolo oppresso. Il bonzo sceglie non a caso la metà di marzo, in coincidenza con il terzo anniversario delle stragi compiute dalle forze di sicurezza cinesi nel 2008 a Lhasa, capoluogo del Tibet, che era allora in preda alla rivolta popolare.

L’esempio di Lobsang è imitato da altri compagni di fede e Kirti diventa il centro di una campagna di lotta in cui la violenza rivolta contro se stessi è il modo estremo per testimoniare la situazione di impotenza in cui versa il movimento nazionalista tibetano nella Cina comunista.

Pechino manda nella regione decine di migliaia di soldati e poliziotti. I conventi sono presidiati dagli uomini in uniforme. Ma la febbre del sacrificio non si placa, e solo nel mese di ottobre si è già al quinto episodio. Solo quattro monaci sono sopravvissuti al tentativo di suicidio, ma versano in gravi condizioni. Per Penpa Tsering, portavoce del parlamento tibetano in esilio, Tenzin Wangmo e gli altri che l’hanno preceduta nel darsi la morte, “sono spinti a gesti disperati dal malgoverno e dalle politiche sbagliate del potere centrale”. Penpa chiede ai singoli Stati e all’Onu di “rivolgersi alla Cina affinché rispetti i diritti umani”, ed esorta Pechino a “ritirare l’esercito dai monasteri, dove ormai ci sono più soldati che religiosi”.

Ogni tanto i bonzi tentano di inscenare qualche manifestazione chiedendo la fine dell’occupazione cinese e il ritorno del loro leader spirituale, il Dalai Lama, che vive in esilio dal 1959 a Dharamsala, in India. L’altro giorno a Khekor, sempre nel Sichuan, si sono radunati davanti a una stazione di polizia. Pacificamente, inermi. Gli agenti hanno sparato ugualmente, ferendone due. Si riferisce a fatti come quelli di Khekor Stephanie Brigden, direttrice di “Free Tibet”, organizzazione internazionale che promuove l’autodeterminazione della terra del Dalai Lama, quando afferma che “gli atti di auto-immolazione non avvengono nell’isolamento”. Al contrario “arrivano notizie di azioni di lotta da tutta la zona, e crescongo gli appelli a una più ampia mobilitazione. Il movimento si sta espandendo”.

Per le autorità della Repubblica popolare, i giovani che si danno fuoco non sono eroi, ma strumenti nelle mani dei loro capi. A detta di Song Tendargye, capo degli affari religiosi della prefettura di Ngaba, “sono istigati dalla cricca che dall’estero manovra per il potere sotto il Dalai Lama». Quest’ultimo invano da anni ripete di volere per il Tibet solo un’ampia autonomia senza mettere in discussione le frontiere dello Stato cinese. Pechino lo accusa di essere un bugiardo, di puntare alla secessione e di essere “una tigre travestita da agnello”. Mercoledi a Dharamsala il Dalai Lama si unirà all’incontro di preghiera e digiuno in ricordo delle povere torce umane di Ngaba.

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