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Scritto il 12/4/11

Sangue in Siria, Assad si rassegni e conceda la libertà

«La libertà costa cara. Voi europei sapete bene quanto avete pagato per conquistarla in Italia, in Francia, e altri in America e in Giappone. Beh, adesso tocca a noi siriani. Come voi, dobbiamo lottare. S’è sparso sangue nel Paese, e altro ne scorrerà. Però, non c’è altra scelta». Così parla l’anziano avvocato Haythem al-Maleh, 80 anni, in libertà dopo un anno e mezzo di prigione. Già magistrato, negli anni ’50 e ’60 «quando la magistratura siriana era forte e indipendente», al-Maleh è un dissidente storico: il padre dei diritti civili in Siria, un paese nel quale i dissidenti sono stati incarcerati e decine di migliaia, torturati e uccisi. Un paese ora in fiamme, che non crede più alle promesse del giovane presidente Bashar Assad.

Tra scontri con decine di morti e centinaia di feriti, nelle manifestazioni che si susseguono ogni giorno, la Siria sta letteralmente prendendo fuoco. Assolutamente inutile l’atteso discorso alla nazione che Assad ha pronunciato il 30 marzo: Damasco avrebbe già intrapreso le riforme, se solo la politica estera lo avesse consentito. Il presidente ha accampato alibi: le tensioni dopo l’11 Settembre 2001, poi le guerre in Afghanistan e in Iraq, quindi l’attentato contro Rafik Hariri in Libano nel 2005 e l’anno seguente la guerra del Golan contro Israele, e infine la campagna israeliana contro Gaza nel 2008. «Questo non giustifica i ritardi», ha detto Assad, ma li spiega. Il presidente promette di studiare la “rivoluzione” democratica della Tunisia per applicarla alla Siria.

«Noi sirani, dopo tanto tempo, non crediamo più nemmeno al bollettino meteorologico della tv di Stato: dice che piove, e invece fuori è sereno», commenta amaramente l’avvocato Haythem al-Maleh, intervistato da Alix Van Buren per “Repubblica” l’11 aprile. «Sarei il primo, però, a compiacermi, se arrivasse una sorpresa». Perché una svolta democratica in Siria sarebbe effettivamente rivoluzionaria: «Tutte le città qui sono pronte a esplodere. La richiesta di democrazia coinvolge l’intero paese». E intanto sparano tutti: cecchini, polizia, esercito, manifestanti. Il paese è sull’orlo del caos. Le ultime notizie vengono da Banias: «Dicono che siamo a 17 morti, più 9 militari uccisi nell’imboscata. E i cecchini continuano a sparare. Ogni giorno i ribelli escogitano nuove tattiche, cambiano i luoghi delle manifestazioni. Un gruppo s’è asserragliato nella moschea di Abu Bakr al-Siddiq. Armati di bastoni, hanno montato la difesa attorno al santuario per affrontare le forze della sicurezza. La situazione è precipitata».

Le forze d’élite hanno spianato le armi, racconta al-Maleh. «I ribelli hanno preso due militari». Dopo l’imboscata subita dalle forze armate lungo l’autostrada, nel pomeriggio l’esercito è entrato a Banias con i tank, mentre i ribelli hanno occupato altre moschee. Il perimetro della città è sigillato dai carri armati. Appelli alla jihad, al maritirio? «Se pure ci sono giovani con le fasce dei “martiri” sulla fronte, questo non vuol dire che non abbiano il diritto di esprimersi come meglio pare a loro. C’è quella componente – ammette al-Maleh – ma non è la maggioranza. Sabato tutto è iniziato con una dimostrazione pacifista. E poi, sono tutte balle gli scontri settari: la Siria è il Paese dove Faris al-Khouri, un cristiano, è stato primo ministro e presidente, e nessuno ha obiettato».

A seminare zizzania, dice il decano dei dissidenti, è proprio il regime di Assad, che prospetta l’incubo di violenze settarie. Inoltre non mancano «elementi che vogliono avvelenare il rapporto fra popolo e regime»: l’anziano avvocato denuncia «chi spara su dimostranti e militari, per seminare il terrore». Infiltrati? Sicuramente, dice al-Maleh, viste le mdalità degli agguati contro l’esercito. «Da un lato ci saranno gruppi scollegati dal regime, cosche di droga e riciclaggio del denaro che vogliono spegnere le ribellioni. E dall’altro, ci saranno alcuni “cani sciolti” di Rifa’t, un personaggio da non rimpiangere. Era il fratello del presidente Hafez al-Assad. Di più: era il “macellaio di Tadmor”, la Guantanamo siriana chiusa da Bashar».

Rifa’t Assad spianò la città di Hama con l’artiglieria nell’82, durante l’insurrezione islamista. Emarginato persino dal regime, è in esilio dal ‘92. Ora, dall’Inghilterra il “macellaio” «guida l’opposizione per scalzare il nipote presidente, con promesse di democrazia. Figuriamoci!». Ma c’è pure l’altro competitor, Khaddam, che trama dall’estero. Per 21 anni è stato «l’eterno vicepresidente», fino al 2005: «Un criminale, corrotto, responsabile degli anni più cupi in Libano, della repressione contro il dissenso». Il suo feudo è proprio Banias, dice al-Maleh. «Oggi due suoi uomini sono stati arrestati per avere fomentato proteste e bande criminali. Ma i siriani sanno chi è Khaddam. Lui non tornerà».

Secondo l’anziano campione dei diritti civili, «scorrerà altro sangue», ma i siriani «continueranno a battersi per le libertà malgrado le interferenze esterne». Il regime di Assad è sostenuto dalla Russia, è amico della Turchia, è in ottime relazioni con l’Iran. Gode ancora di vasto sostegno anche a Damasco, ma ormai dilaga la protesta: il presidente deve decidersi per le riforme. «Il traguardo è nettissimo a tutti», ribadisce al-Maleh: «Abbiamo pagato già un prezzo salatissimo negli Anni ‘80 e ‘90. I prigionieri politici erano 50.000, e 15.000 uccisi in cella. Oggi, per restare ai “prigionieri politici”, saranno 100 o 200. Ma uno solo è troppo»

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