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3 giugno 2011

Siria: Sarebbero Decine i Morti ad Hama
di Emma Mancini

Roma, 3 giugno 2011, Nena News (nella foto, bambini ricordano il 13enne Hamza al-Khatib) – E’ un venerdi’ di sangue in Siria. Secondo alcune testimonianze che non e’ stato ancora possibile controllare, sarebbero oltre 60 i morti ad Hama, citta’ sulla strada tra Aleppo e Damasco, dove l’esercito avrebbe aperto il fuoco su una manifestazione con almeno 50mila persone, riferisce la televisione saudita al Arabiya. Secondo altre fonti invece i morti sono 15. Hama fu gia’ nel 1982 teatro della sanguinosa repressione della rivolta islamista da parte di Hafez Assad, padre dell’attuale presidente Bashar Assad. I morti furono in quell’occasione almeno 15mila. Altri 25 morti si sonterebbero in varie localita’ del paese.

La Siria è isolata da stamattina alle 9 per il taglio della linea internet, un modo per impedire a blogger e attivisti di organizzare la protesta e di informare il mondo delle violenze in atto. L’esercito siriano starebbe inoltre conducendo operazioni militari nella città di Ramstan e nella provincia centrale di Homs. Secondo i dati forniti da alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani, da metà marzo ad oggi il regime del presidente Bashar al-Assad avrebbe ucciso oltre 1.100 manifestanti.

Ma le proteste, in questo venerdì, non si fermano. Migliaia di persone sono scese in strada a Nord, nella provincia di Idlib e nel Nord-Est curdo, nelle città di Homs e Hama, nelle periferie di Damasco (a Midan, Daraya, Zabadani, Harasta e Douma) e nelle città di Madaya e Zabadani, fino al confine con il Libano e a Sud, nella provincia di Hauran Plain. Secondo alcuni testimoni riportati dalle agenzie di stampa internazionali, almeno 5.000 persone sono scese per le strade della città di Qamishli, a Nord Est, mentre 10.000 dimostranti si sono ritrovati nel villaggio di Amouda.  Secondo l’agenzia di stampa Reuters, truppe dell’esercito siriano hanno attaccato la città di Deir al-Zor, a Est del Paese, aprendo il fuoco contro i manifestanti..

Le proteste antigovernative di oggi sono dedicate ai bambini uccisi in queste settimane dalle forze di sicurezza del presidente Bashar, martiri per la libertà del popolo siriano: il volto della rivolta è quello del tredicenne Hamza al-Khatib, scomparso durante le proteste di piazza e ammazzato, pare, dopo essere stato torturato da alcuni militari. il suo piccolo corpo mutilato è stato riconsegnato alla famiglia solo dopo alcune settimane.

Ma questo venerdì ha anche il volto dei 30 bambini uccisi da metà marzo ad oggi e di altri 15 arrestati e torturati dalle forze di sicurezza per aver semplicemente dipinto dei graffiti nei muri della città di Daraa. Il regime di Bashar al-Assad risponde alle accuse imputando la responsabilità a forze esterne che starebbero cercando di indebolire il regime: nelle zone centrali del Paese, così come nei villaggi al confine con il Libano, starebbero agendo uomini del partito sunnita libanese  Mustaqbal (dell’ex premier Saad Hariri) al fine di far cadere il governo alawita al potere a Damasco.

Intanto quella parte di siriani che chiede le dimissioni immediate del presidente non si accontenta delle promesse di amnistia  fatte dal presidente Assad.. Una ricerca del compromesso da parte del regime che mal si affianca ad un utilizzo della violenza tanto crudo.

Il bilancio dei morti infatti continua a salire a due giorni dall’annuncio dell’amnistia per centinaia di prigionieri politici e membri dei Fratelli Musulmani, arrestati nelle scorse settimane nelle città e nei villaggi cuore della rivolta siriana: nei sobborghi di Damasco, a Homs, Latakia, Daraa e Qamishli. Intanto, secondo quanto riportato dall’Osservatorio per i Diritti Umani in Siria, già martedì scorso circa 500 detenuti sono stati trasferiti in carceri locali e dovrebbero essere rilasciati a breve.

Intanto la comunità internazionale pare restare alla finestra, in attesa di ulteriori sviluppi. Il ministro degli esteri russo, Sergey Lavrov ha detto chiaramente a Europa e Stati Uniti che la Russia non accetterà alcun intervento internazionale per fermare la repressione governativa, sul modello dell’operazione Nato contro il regime di Gheddafi in Libia. Una posizione che si traduce nel possibile veto russo al Consiglio di Sicurezza ad una risoluzione Onu di condanna al regime di Bashar. La spaccatura è stata sottolineata ieri anche dal segretario di Stato americano Hillary Clinton: “Per ora la tendenza della comunità internazionale non è univoca come vorremmo che fosse”. Nena News

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