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12/07/2011

Siria, diplomazia ad alta tensione
di Alberto Tundo

La Francia attacca "l'insopportabile silenzio" delle Nazioni Unite davanti alle violenze del regime. Per Washington, Assad è "ha perso legittimità e non è indispensabile"

L'offensiva l'hanno lanciata Washington e Parigi, con una serie di dichiarazioni in sequenza rilasciate da pesi massimi delle rispettive amministrazioni, che suonano come un de profundis cantato all'indirizzo del governo siriano di Bashar al Assad. "Dal nostro punto di vista, (Assad) ha perso legittimità, non ha mantenuto le promesse che aveva fatto e ha cercato ed accettato l'aiuto dagli iraniani nel reprimere il proprio popolo", ha detto lunedì il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton. Ancora più chiaro, se possibile, il premier francese Francois Fillon che ha definito "insopportabile" il silenzio delle Nazioni Unite davanti ad una leadership, quella siriana, "che ha superato ogni limite" e adesso rischia di pagare cara la bravata di lunedì, quando una folla di presunti sostenitori di Assad ha attaccato le ambasciate di Francia e Stati Uniti a Damasco mentre le forze di sicurezza si rifiutavano di intervenire. Davanti alla rappresentanza diplomatica francese si sono svolti gli incidenti più gravi, nel corso dei quali sono rimasti feriti tre agenti francesi. Probabilmente si è trattato di una ritorsione da parte del governo siriano per la visita, effettuata venerdì dai due ambasciatori, alla "città ribelle" di Hama, una di quelle che ha pianto più morti nelle proteste che dal primo marzo cercano di rovesciare un regime in piedi da oltre 40 anni. Per quanto Damasco respinga ogni addebito, non sono poche le fonti che accusano il regime di aver guidato la regia dell'operazione: "Non è più accettabile, (queste) aggressioni estremamente violente dimostrano che il regime è in una fuga in avanti", ha attaccato Fillon.

"Quattro autobus pieni di Shabbiha (la milizia alawita fedele agli Assad, ndr) sono arrivati da Tartous. Avevano una sorta di testa d'ariete per sfondare la porta principale dell'ambasciata", ha raccontato alla Reuters un abitante di Afif, il quartiere di Damasco in cui ha sede la rappresentanza diplomatica francese. "La strada era piena di uomini della polizia segreta e dell'intelligence militare. Stavano fermi a guardare, altri si sono uniti nei cori contro l'ambasciatore", ha raccontato alla stessa agenzia un uomo d'affari, testimone dell'assalto all'ambasciata statunitense. E adesso questi episodi rischiano di diventare uno spartiacque nella crisi siriana e di provocare un irrobustimento delle pressioni diplomatiche da parte della comunità internazionale: "Vogliamo che il Consiglio di sicurezza si pronunci su ciò che è accaduto alle ambasciate di Francia e degli Stati Uniti. Sono eventi molto gravi, evidenti violazioni del diritto internazionale, della convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche", ha detto il portavoce del ministero degli Esteri francesi Bernard Valero.

Sul fronte interno, martedì si è concluso il cosiddetto "dialogo nazionale", un'assemblea convocata dal governo ed aperta all'opposizione per discutere delle riforme da attuare per porre fine alle proteste antiregime, alla quale hanno partecipato circa duecento tra politici, intellettuali e personlità di area governativa. Un'offerta che non ha convinto il composito fronte che chiede le dimissioni di Assad, convinto che si sia trattato solo di un trucco e che il presidente si sia scelto i suoi interlocutori e che quindi l'assemblea non fosse veramente rappresentativa di quella fetta di popolazione che chiedere una riforma politica sostanziale e non formale. La stessa promessa nel documento con cui si è concluso l'incontro, un atto che allude ad una commissione composta da politici e giuristi per riscrivere tutti gli articoli della Costituzione - da nominare entro breve - e a progetti di legge da presentare nel frattempo, con "l'obiettivo di combattere la corruzione per stabilire uno stato di diritto, il pluralismo e la democrazia". Lo stesso testo definisce "l'opposizione nazionale parte del tessuto civile del Paese" e chiede "la scarcerazione i tutti i detenuti arrestati durante le manifestazioni degli ultimi mesi". Si tratta di un'apertura che produrrebbe pochi risultati se gli oppositori sentissero di avere le spalle coperte e di poter tirare la corda. Per questo non è di poco conto l'irrigidimento della Francia, che ha cominciato a premere sull'acceleratore per vedere Bashar al Assad fuori dai giochi, e ha trovato una sponda a Washington che, finora, per quanto ostile al regime siriano, aveva assunto una posizione attendista. "Se qualcuno, incluso il presidente Assad, pensa che gli Stati Uniti stiano segretamente sperando che il regime venga fuori da questa agitazione per continuare con la sua brutalità e la repressione, allora si sbaglia", ha detto Hillary Clinton che lapidaria ha concluso: "Il presidente Assad non è indispensabile e noi non ci siamo impegnati minimamente perché lui resti al potere".

 

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