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29/10/2011

Democratizzare l'Europa
di Enrico Piovesana

Donatella della Porta è docente di sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Istituto Universitario Europeo di Firenze. Condirettrice della European Political Science Review, è anche coordinatrice del progetto di ricerca Demos (Democracy in Europe and the Mobilisation of Society) finanziato della Commissione europea. Ha diretto il Gruppo di ricerca sull'azione collettiva in Europa (Grace).

La sociologia Donatella della Porta, esperta di questioni europee: “Il passaggio di sovranità dagli Stati all'Europa non va contrastato, ma democratizzato tramite un'azione politica a livello europeo, non più nazionale. A cominciare dai movimenti"

Professoressa Della Porta, organismi non eletti (Bce e Commissione europea) impongono a governi eletti politiche economiche impopolari: le democrazie nazionali, espressione della sovranità popolare, sono destinate a lasciare il posto a una tecnocrazia sovranazionale, in cui i cittadini tornano a essere sudditi come ai tempi degli imperi?
E' sbagliato pensare alla sovranità nazionale dei Paesi europei come una cosa intatta prima della nascita dell'Unione europea, perché essa era già stata fortemente limitata e intaccata nei decenni passati dal gioco delle superpotenze o dagli interessi dei Paesi europei più forti. 
Detto questo, è importante sottolineare che gli Stati hanno ceduto volontariamente sovranità, prima che alle istituzioni europee, ai mercati. Come le politiche neoliberiste di deregolamentazione e privatizzazione adottate da tutti i governi europei all'inizio degli anni '90, la politica ha graziosamente lasciato al mercato il potere di regolare ambiti di grandi importanza, dal lavoro ai servizi sociali essenziali. 
Con l'adesione all'Unione europea, gli Stati hanno ceduto ulteriori quote di sovranità alle istituzioni centrali europee che, questo è evidente, soffrono di un di un grave deficit di rappresentanza, visti gli scarsi poteri del Parlamento europeo nei confronti degli organi esecutivi: Commissione e Consiglio.

La proposta di creare un Tesoro europeo avanzata dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e quella di sanzioni punitive agli Stati che non rispettano i dettami dell'Ue avanzata dal presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, possono essere viste come i primi passi verso la creazione degli Stati Uniti d'Europa?
Magari si arrivasse a un sistema federale democratico come quello statunitense, con un analogo bilanciamento tra poteri e una politica che tiene conto anche di aspetti sociali, non solo puramente finanziari! Le odierne istituzioni europee rimangono fortemente sbilanciate a favore del potere esecutivo. E le proposte da lei citate rimangono anch'esse circoscritte a un ambito squisitamente finanziario. Senza un Parlamento europeo con i poteri di un vero parlamento e senza una politica europea che pensi anche ai problemi del lavoro e della giustizia sociale, l'idea di uno Stato federale europeo rimane lontana.

Ma il trasferimento di sovranità degli Stati nazionali, già in piena crisi di rappresentatività della volontà popolare, a un Superstato centrale europeo, ancor più distante dai cittadini e vicino ai poteri forti (banche e multinazionali), non rischia di cancellerà ogni traccia di democrazia, intesa non come processo elettorale, ma come reale potere dei cittadini di influenzare le decisioni dei governanti?
Al contrario, ritengo che la crisi di rappresentatività democratica a livello nazionale troverà una soluzione proprio in una reale ed effettiva rappresentanza democratica in sede sovranazionale, europea. Si tratta di un processo storico evolutivo lento e difficile, anche conflittuale, ma la direzione è questa: ripiegare a livello nazionale significherebbe non riuscire a gestire problemi che ormai nazionali non sono più.
Anche durante la formazione degli Stati-nazione i neonati parlamenti nazionali avevano scarsa rappresentanza democratica: i parlamentari hanno agito a lungo come rappresentanti di istanze regionali e i problemi di giustizia sociale sono stati affrontati solo grazie alla spinta del nascente movimento operaio e sindacale. Anche a livello europeo dovrà avvenire qualcosa del genere.

Se dunque il trasferimento di sovranità dagli Stati alle istituzioni sovranazionali europee è un processo storico inevitabile, quasi naturale, come si può far sì che esso imbocchi una strada democratica e non élitaria? Quale il ruolo storico degli odierni movimenti, a iniziare dagli Indignados?
Finora l'Europa è stata vissuta come un potere neutrale, puramente burocratico-amministrativo, insomma tecnico, non politico. L'unica conflittualità è stata finora quella tra confliggenti interessi nazionali. La crisi economica e il dibattito su come contrastarla sta invece dimostrando che le decisioni europee sono eminentemente politiche. E' evidente, ad esempio, che le misure imposte alla Grecia o all'Italia non hanno nulla a che fare con la crescita, e che anzi, da un punto di vista keynesiano, sono fortemente depressive. 
Di fronte all'emergere della dimensione politica europea, però, sia le forze politiche tradizionali, partiti di sinistra e sindacati, sia i movimenti di protesta popolare come gli Indignados, appaiono ancora troppo legati a una dimensione nazionale. Il Forun Sociale Europeo, i vari controvertici e le proteste del 15 ottobre sono un primo abbozzo di coordinamento sovranazionale: questa è la strada da percorre per costruire un Europa democratica e sociale.

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