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22 dicembre 2011

L’Argentina mostra al mondo come uscire dalla crisi
di Marcela Valente

BUENOS AIRES, 22 dicembre 2011 (IPS) - Quello che oggi sta accadendo nell’Unione Europea e negli Stati Uniti accadeva dieci anni fa in Argentina, quando il paese era un focolaio di proteste, e le strade delle sue città principali erano affollate da manifestanti che dicevano “basta!” al governo. Fu allora che si cominciò a scrivere una nuova storia.

Le proteste del 19 e 20 dicembre 2001 in Argentina, che provocarono 40 morti e numerosi feriti, furono la conseguenza di anni di recessione e indebitamento pubblico che portarono alla bancarotta e ad un aumento dei tassi di disoccupazione e povertà, che raggiunsero livelli record nella storia del paese.

“Quella crisi fu il risultato di politiche di aggiustamento imposte dal FMI (Fondo monetario internazionale) negli anni ’90, le stesse che hanno portato l’Europa a ritrovarsi oggi in questa situazione”, ha dichiarato a IPS la sociologa Norma Giarraca

Giarraca fa parte dell’équipe dell’Istituto di Ricerca Gino Germani, dell’università pubblica di Buenos Aires, ed è autrice del libro “Tiempos de rebelión: ¡¡Qué se vayan todos!!", un’analisi del movimento sociale sorto in seguito alla crisi economica, sociale e politica del 2001.

Dopo tre anni di caduta del Pil, forti tagli alla spesa pubblica e un crescente indebitamento, la situazione precipitò costringendo il presidente Fernando de la Rúa a dimettersi a metà del suo mandato. Nel giro di due settimane, quattro presidenti provvisori si avvicendarono in rapida successione.

Intanto, la povertà aveva colpito oltre il 52 per cento della popolazione e si registrava una disoccupazione del 24 per cento. Gli aeroporti erano affollati di persone, in particolare giovani, intenzionate a lasciare il paese.

Le proteste avevano coinvolto tutte le classi sociali: i ceti medi e medio alti protestavano contro il congelamento dei depositi bancari, noto come “corralito”, imposto dal governo, mentre i più poveri prendevano d’assalto i supermercati per sopravvivere.

Alla fine il governo dichiarò il default sulla maggior parte del debito pubblico, di fronte allo sgomento di operatori finanziari nazionali ed esteri, e il presidente eletto dal parlamento, Eduardo Duhalde, emanò la Legge di Convertibilità, che stabiliva un tasso di cambio fisso tra il peso argentino e il dollaro.

La svalutazione della moneta e il risanamento del debito, assieme all’emissione di titoli di stato con alti sconti del valore nominale e scadenze a lungo termine prorogabili, diedero il via alla ripresa economica nel 2003, quando fu eletto presidente Néstor Kirchner, leader del Partito Justicialista (peronista) di centrosinistra, scomparso lo scorso anno.

Da allora, il paese ha registrato una crescita media annuale tra il 7 e il 10 per cento, tranne nel 2009, anno in cui la crescita è stata dello 0,9 per cento a causa dell’impatto della crisi economico-finanziaria scoppiata l’anno precedente negli Stati Uniti.

La ripresa economica e una serie di programmi sociali adottati prima da Kirchner e poi, dal 2007, dalla moglie che gli succedette, Cristina Fernández, hanno ridotto drasticamente i tassi di povertà e disoccupazione fino a valori inferiori al 10 per cento.

La sociologa Giarraca ha spiegato a IPS che l’Argentina “sta meglio grazie a una buona gestione delle variabili economiche”, favorite dal rialzo dei prezzi internazionali delle materie prime, principale fonte di esportazione del paese.

Sul piano politico invece, secondo la sua analisi, il progresso è stato minimo. “La sfiducia verso la politica, gridata nelle strade con lo slogan ‘Que se vayan todos‘ (che se ne vadano tutti), esigeva un rinnovamento che non è avvenuto”, spiega.

Oggi è stata raggiunta una stabilità, molti giovani sono politicamente attivi e la maggioranza degli elettori sono soddisfatti, come dimostra la rielezione ad ottobre della presidente Fernández, con il 54 per cento dei voti. Nonostante ciò, le richieste di democrazia diretta e di una maggiore partecipazione sono state ignorate.

La ribellione prosegue, secondo Giarraca, e si esprime nelle assemblee cittadine delle province del paese, che protestano contro l’industria mineraria che inquina l’ambiente senza portare benefici alla popolazione.

Nei paesi industrializzati, la crisi originata da un indebitamento insostenibile viene affrontata dai leader della politica e dell’economia attraverso grossi tagli alla spesa pubblica e ai benefici sociali, provocando un crescente malcontento sociale.

Movimenti come quello degli “indignados” o 15 maggio (15M), nato in Spagna, o il movimento Occupy negli Stati Uniti e in Canada, rievocano i tragici giorni delle proteste argentine, che erano anche autonome e indipendenti da organizzazioni politiche o sociali. “La profonda insoddisfazione che vivemmo nel 2001 è simile a quella che si esprime oggi in Europa. Il benessere degli anni ’70 sta scomparendo e la cultura del capitalismo neoliberista ha invaso ogni aspetto della vita”, commenta l’esperta.

Dello stesso parere è l’economista Julio Gambina, presidente della Fondazione di Ricerca politica e sociale, e membro del Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali (CLACSO) e dell’organizzazione ATTAC (associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e l’azione civica) Argentina.

Secondo Gambina, la crisi del 2001 “è uno specchio nel quale l’Europa dovrebbe riflettersi”. “L’Argentina arrivò a quella situazione esplosiva a causa delle stesse politiche di liberalizzazione, privatizzazione e aggiustamento che oggi l’FMI e la Banca Centrale Europea raccomandano all’Europa”.

Gambina ricorda che la crisi si risolse in questo paese con un “rilancio del capitalismo” in due fasi: la sospensione del pagamento dei debiti e la svalutazione della moneta, che ha reso le esportazioni più competitive.

“Il capitalismo in Argentina ha recuperato la capacità di funzionamento e di accumulo di ricchezza, gli indicatori sociali sono migliorati, anche se non hanno raggiunto i livelli degli anni ’60 e ’70, prima dell’adozione di politiche neoliberiste o del capitalismo sfrenato”, ha dichiarato a IPS.

Questa strategia per superare la crisi, suggerita all’Europa da economisti come Joseph Stiglitz, ex direttore della Banca mondiale e vincitore del Premio Nobel per l’Economia 2001, “è un modello difficile da imitare”, dice Gambina, e non solo per le restrizioni legate alla presenza di una moneta unica, l’euro.

“Non è così semplice, perché se anche si potesse tornare alle precedenti valute nazionali e svalutarle, paesi come Grecia e Spagna non hanno la stessa diversità di materie prime da esportare dell’America Latina”, avvisa Gambina.

A suo parere, l’Europa dovrebbe guardare al processo oggi in atto in America Latina, che, a livello politico, tende a liberarsi dall’egemonia degli Stati Uniti attraverso nuovi strumenti di integrazione che non includono Usa e Canada, come la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi, creata questo mese.

“L’Europa dovrebbe pensare a una nuova forma di ricostruzione senza l’egemonia di Francia e Germania”, che, secondo Gambina, starebbero conducendo i paesi verso una maggiore austerità, aumentando il malessere in fasce della popolazione sempre più numerose.

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