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27/07/2011

La difficile arte del convivere
di Nicola Sessa

"L'assimilazione non è più perseguibile ma bisogna accettare la grande sfida che si prospetta all'orizzonte: imparare la difficilissima arte del vivere permanentemente con le differenze". Zygmunt Bauman

La spietata azione di Anders Breivik ha riportato prepotentemente al centro del dibattito la questione del multiculturalismo e delle difficoltà di differenti modus vivendi a venirsi incontro, a scambiarsi i contenuti.

Di seguito riportiamo alcuni estratti dell'intervista a Zygmunt Bauman, uno dei più influenti pensatori della nostra epoca, realizzata da Nicola Sessa per il reportage "Quartieri d'Europa" e pubblicata sul numero di luglio di E-ilmensile. PeaceReporter ed E-ilmensile hanno inoltre prodotto un web documentario interattivo intitolato Multikulti Factory - Europe under construction. Video, testi, audio reportage e fotogallery per raccontare la nuova Europa e il disperato tentativo dei nuovi cittadini per farsi accettare in una società che si professa democratica, aperta e comprensiva ma che nei fatti si dimostra, in molte occasioni, essere l'esatto opposto. 

Professor Bauman, secondo il premier britannico David Cameron e la cancelliera tedesca Angela Merkel l'esperimento del multiculturalismo è fallito. Che cos'è successo?

«Il multiculturalismo è un concetto sbagliato cui è stata attribuita una definizione non appropriata. Che cosa intende dire la signora Merkel affermando che il multiculturalismo è finito? Quando i flussi di migrazione verso l'Europa non erano così massicci, gli europei in nome di una presunta superiorità culturale, espressione dell'evoluzione, si erano convinti che tutta l'umanità, presto o tardi, sarebbe cresciuta al loro livello: se uno straniero arrivava in Italia, i locali si aspettavano che questi diventasse un italiano, che si assimilasse a loro. Il concetto di assimilazione non significa altro che l'abbandono dell'identità che ti sei portato dietro; significa non essere diverso dagli altri, diventare esattamente come i nativi vogliono che tu sia».

Viene messo in pratica ciò che Claude Lévi-Strauss definiva come la "strategia dell'antropofagia"?

 «Esattamente. Questa è la modernizzazione della strategia antropofagica. Oggi non divoriamo materialmente lo straniero, l'intruso, ma ne mangiamo le differenze. Ad ogni modo, il sistema piramidale della cultura che vedeva noi all'apice e il resto del mondo in basso, si è sgretolato e adesso non ci si può più aspettare che l'assimilazione sia un meccanismo automatico. Prendiamo l'esempio tedesco: in Germania vive una grande comunità turca e i turchi amano la loro nuova patria, vogliono vivere nel sistema tedesco, ma si "riservano" di diventare tedeschi. Cento anni fa era normale considerare i turchi dei semiprimitivi rispetto agli europei ed era normale aspettarsi che si adattassero alla società europea e che si assimilassero. Adesso non ci troviamo più in quella situazione. L'Europa e il mondo stanno rapidamente cambiando la loro morfologia: non siamo più in quella fase in cui le "culture superiori" attendevano l'assimilazione delle "culture inferiori". Abbiamo a che fare con un arcipelago della diaspora. A Londra, per esempio, ci sono settanta differenti diaspore che vivono le une vicine alle altre: si lavora negli stessi luoghi, i figli frequentano le stesse scuole, ma ognuno mantiene la propria identità non scorgendo una buona ragione per abbandonarla. Quando la signora Merkel parla della morte del multiculturalismo, quindi, probabilmente intende dichiarare l'esistenza di una molteplicità di modus vivendi; che l'assimilazione non è più perseguibile e soprattutto che bisogna accettare la grande sfida che si prospetta all'orizzonte: imparare la difficilissima arte del vivere permanentemente con le differenze».

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