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01/08/2011

Profughi di seconda mano
di Ilaria Brusadelli

Una vita in fuga. Occhi che a vent’anni hanno già visto più guerre, e ora cercano un luogo dove iniziare, ancora una volta, una vita. Mani abituate a lavorare duramente e che ora fremono nell’attesa di sapere cosa gli riserva il futuro, questa volta.


In un angolo del lecchese, a una decina di chilometri dalla verde Pontida, una ventina di profughi dalla Libia attende da mesi. Cosa? Non lo sanno, ripetono che vorrebbero solo lavorare. L’iter burocratico per chiedere asilo politico è partito, ma potrebbero volerci ancora mesi per la conclusione. Molti di loro sono analfabeti, ma l’unica cosa che possono fare è partecipare alle lezioni di italiano organizzate da una rete di volontari. Per il resto, attendono. Non possono allontanarsi dall’alloggio messo a disposizione per più di tre giorni e, soprattutto, non possono lavorare non avendo un permesso di soggiorno.
Tra di loro nessun libico: sono africani, principalmente di origine ghanese e maliano, sbarcati a Lampedusa chi per scelta e chi costretto.


La storia di Bayor, 21 anni, inizia con una faida familiare in Ghana, il suo paese d'origine. 
Nel 2009 gli zii di Bayor uccidono suo padre per impossessarsi di una piccola proprietà. Bayor ha 19 anni e sa che la sua vita è in pericolo: quella baracca vale molto di più della sua vita per i fratelli del padre che minacciano di uccidere anche lui. Scappa, con un amico intraprende un viaggio di un mese che, attraversando in auto Gahna, Burkina Faso, Niger, lo porta in Libia.
«Era la via più semplice per scappare.  Avevamo paura quando siamo partiti, ma era l'unica cosa possibile» racconta nel poco inglese che conosce. «In Libia un anno fa ho iniziato a lavorare come carpentiere per una compagnia turca, in un'area desertica vicino a Tripoli. Vivevo lì, negli alloggi della società, aspettavo di vedere cosa succedeva a casa e come proseguiva la mia vita in Libia. Andava tutto abbastanza bene, ma poi è scoppiata la guerra. All'inizio la vedevo solo in televisione, ci dicevano che si sarebbe conclusa presto. Poi, una notte, gli spari sono arrivati fino alle porte della fabbrica e la società turca ha chiuso e se n'è andata. Mi sono ritrovato senza alloggio, senza lavoro e aspettavo che le cose migliorassero per riprendere la mia vita, ma ogni giorno andava sempre peggio.»
Anche la vita di Bayor diventa ogni giorno più difficile: decide di scappare nuovamente, questa volta dal deserto a Tripoli per poi prendere una di quelle barche di cui aveva sentito parlare. Sapeva solo di dover andare al porto, ma non aveva idea di cosa lo attendesse.
«Alcuni uomini in divisa mi hanno minacciato, mi hanno detto che dovevo andarmene. Io non capivo cosa stava succedendo, avevo 600 euro che mi aveva prestato un amico. Gliel'ho dati, ma i poliziotti mi hanno picchiato, tolto i vestiti e portato via le poche cose che avevo con me.»

Ancora una volta in fuga. Quattro giorni d'inferno, ancora una volta Bayor scappa, certo che qualunque cosa lo attendeva sarebbe stato meglio di quello che stava vivendo. La stessa sensazione di quando lasciò il Ghana. 



Bayor sulla barca conosce Abu, anche lui ghanese di nascita e profugo di seconda mano. 
Scappato dai conflitti del suo paese d'origine, tenta di ricostruirsi una vita in Costa d'Avorio, ma anche lì deve fuggire dagli scontri che insanguinano quella terra. A bordo di un pick-up con 37 persone, arriva in Libia a gennaio ed è lui a raccontare l'ennesimo viaggio – quello da Tripoli a Lampedusa – per scampare alla morte.
«Quando ho sentito tremare la mia casa per le bombe che iniziavano a colpire Tripoli ho deciso che dovevo scappare. Al porto degli uomini in uniforme mi hanno fatto salire su un barcone senza  farmi pagare. Eravamo in 700, ci avevano detto che il viaggio sarebbe durato una giornata, ma abbiamo perso la rotta e il viaggio è durato quattro giorni. Non avevamo nulla da bere e da mangiare, anche perché al porto ci era stato portato via tutto. Le condizioni erano terribili, la gente era stremata, non c'era lo spazio neanche per stendersi. Tantissime persone si sono sentite male, altre per la sete tenavano di bere l'acqua del mare. Nei pressi di Lampedusa la barca si è incagliata in una roccia, molti si sono buttati in mare. Io sono riucito ad arrivare a riva perché so un po' nuotare, ma tanti sono morti. La prima cosa che ho fatto è baciare la terra e ringraziare Dio, ero vivo».
 


Dopo lo sbarco a Lampedusa, Bayor e Abu vengono trasferiti nel campo profughi allestito nei pressi di Bari e lì la loro storia si incrocia con quella di Barko, 21 anni, che ha lasciato il Mali per scampare alla povertà e poter mantenere la famiglia e il figlio di tre anni.
La sua permanenza in Libia è stata breve e dura: «Sono arrivato in Libia nel 2010 e ho trovato lavoro come netturbino, ma all'inizio di quest'anno i militari mi hanno trattenuto per due mesi in carcere: con gli stranieri la polizia libica è molto dura. Quando sono stato rilasciato era scoppiata la guerra. Durante gli scontri gli amici che vivevano con me sono stati uccisi nella nostra casa, davanti ai miei occhi. Mentre scappavo alcuni militari mi hanno preso e portato al porto; mi hanno minacciato: o mi imbarcavo o mi avrebbero ucciso. Non sono l'unico straniero cacciato dalla polizia libica. Molte persone sulla mia barca non avevano pagato per il viaggio, ma sono stati obbligati a partire».

Queste sono solo alcune delle storie dei ragazzi che ora si ritrovano a passare le loro giornate inisieme, in una locanda del lecchese dove sono stati trasferiti un paio di mesi fa. 
Sperano che questa sia l'ultima fuga, l'ultima attesa. Per poter, anche loro, costruirsi un'esistenza vera e non vivere di parentesi tra fughe e guerre.

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