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20/3/12

Augé: hanno ucciso il futuro, ma noi ce lo riprenderemo

«La crisi provocata dalla finanza ci ha rubato il futuro. Lo ha letteralmente seppellito sotto le paure del presente. Tocca a noi riprendercelo». Come? Dividendo in parti uguali il frutto della conoscenza, la famosa mela che Eva rubò dall’albero proibito. Marc Augé, uno dei più celebri antropologi del mondo, ammette: l’impresa si è fatta quasi disperata, perché l’avvenire è diventato un incubo per la maggior parte delle persone. Soprattutto per due motivi: l’accelerazione impressa alle nostre esistenze dalle nuove tecnologie e la crisi della finanza. «Una miscela esplosiva, che ha cambiato l’esperienza individuale e collettiva del tempo: facendo dilagare l’incertezza e rendendo epidemico il timore di ciò che ci aspetta. I giovani temono di non trovare un lavoro, di non poter progettare il loro avvenire e si sentono bloccati in un eterno presente fatto di precarietà. I loro padri invece hanno paura di perdere la pensione, l’assistenza sociale, di finire in miseria».

Il celebrato autore di “Non luoghi” affronta il tema che oggi angoscia il mondo nell’ultimo volume, “Futuro”, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri. Intervistato da Marino Niola per “Repubblica”, confessa: nell’era dell’euro e della “grande privatizzazione” dell’Europa, sembra proprio che la nostra vita sia paralizzata dalla paura, «senza più alcuna speranza di mobilità sociale: è questa la differenza con il passato». Racconta Augé: «Mio nonno non aveva potuto studiare, ma era un uomo intelligente e ha investito sulla formazione dei suoi figli. Mio padre era un funzionario statale e ha voluto che io diventassi un intellettuale, realizzando in me i suoi sogni. Questo è stato possibile grazie alla scuola pubblica e all’istruzione di massa. Oggi non è più così». Neppure la scuola riesce più a rimediare alle ineguaglianze: «Il corpo sociale è sempre più immobile, ciascuno chiuso nei propri quartieri, nelle proprie scuole, nelle proprie famiglie, con una tendenza quasi castale, premoderna».

Situazione tipica di una civiltà che ha abolito i “riti di passaggio”, le tappe iniziatiche della vita, rendendo difficile costruirsi un avvenire. «Effettivamente noi viviamo in una sorta d’ipertrofia del presente, che è amplificata dai media, vecchi e nuovi», dice il grande antropologo. «In un certo senso, il nostro tempo non è più lineare ma circolare: come quello delle società primitive e del mondo contadino». Mondi fondati sulla semplice alternanza delle stagioni: «Anche noi, del resto, viviamo di stagioni: sportive, scolastiche, politiche». Un’esistenza ridotta a calendario? E’ l’opposto del tempo storico, del progresso: «È il contrario di quello che si pensa comunemente della civiltà tecnologica, che sarebbe perennemente protesa verso l’innovazione».

Secondo Augé, in realtà, «siamo prigionieri di una sorta di “eterno ritorno”, scandito non più dai rintocchi delle campane, ma dai palinsesti televisivi e dai ritmi della finanza globale: viviamo più a lungo, ma iniziamo a vivere più tardi». Esempio, la Rivoluzione Francese: «È stata fatta da persone che avevano poco più di vent’anni. Erano dei ragazzi, ma cambiarono il corso della storia. Paradossalmente, la vita più breve costringeva tutti a maturare più rapidamente». Quindi la globalizzazione ha globalizzato anche il tempo? «Proprio così, oggi il tempo è diventato l’unità di misura di tutto, anche dello spazio. Non parliamo più in termini di distanza chilometrica, ma di tempo di percorrenza. Tre ore di volo. Due di alta velocità. Quattro di autostrada. E i nostri riferimenti sono globali, non più nazionali. Città e non paesi. Si parla di New York, Mumbai, San Paolo, Parigi. L’insieme forma una nuova geografia, un’inedita territorialità virtuale. In questo senso, la tecnologia e l’economia sono più veloci e potenti della politica. E la mettono nell’angolo».

Dai non-luoghi ai non-tempi, osserva Niola nell’intervista: è il capitalismo finanziario globale che riscrive le coordinate della realtà. «Di fatto, il capitalismo finanziario ha realizzato a suo modo l’ideale universalista del proletariato di una volta, il cosiddetto internazionalismo socialista», ma ovviamente a modo suo: «La finanza ha trasformato l’universalismo in globalismo, in economia multinazionale. Ecco perché le ineguaglianze sono aumentate, nonostante l’ingresso di nuovi protagonisti sulla scena della storia». È anche per questo che la politica è ormai ridotta a governance, a semplice gestione di consumi e servizi? «Sì, e per giunta si tratta di cattiva gestione: è un’idea della politica da “fine della storia”», dice Augé. «Con un certo modello di libero mercato e di democrazia che si mondializzano e diventano pensiero unico, non resta altro che assicurare il buon funzionamento del mercato. Così il mondo viene ridotto a un’unica, immensa provincia. È l’ultimo atto di quel tramonto delle grandi narrazioni – filosofiche, politiche, nazionali – in cui Jean-François Lyotard identifica lo spirito della postmodernità».

Tutto è perduto? Non ancora: si aprono varchi, proprio grazie alla scienza e alla tecnologia: «Siamo abituati a pensare che per creare un mondo nuovo si debba prima immaginarlo. Invece le grandi invenzioni che stanno rivoluzionando le nostre vite, dalla pillola a internet, non sono nate da un’immaginazione politica o da chissà quale utopia. Non da una grande narrazione, insomma, ma semplicemente dalle ricadute concrete delle scoperte scientifiche. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo. Stiamo diventando degli esistenzialisti pragmatici. E da questo potrebbe nascere la nuova sfida per il futuro». A patto che si riesca a fare «il passo essenziale per diventare titolari del nostro avvenire», e cioè: «Raccogliere fino in fondo la sfida della conoscenza: solo il sapere può schiuderci le porte di un domani migliore».

Forse, aggiunge Augé, il segreto della felicità degli individui e delle società «sta nel cuore delle ambizioni più vertiginose della scienza». E per realizzarle le due priorità assolute sono due: potenziare l’istruzione pubblica e raggiungere un’effettiva eguaglianza fra i sessi. «Detto in altre parole: la scuola e la donna». Per questo, l’antropologo francese fa volentieri l’elogio del peccato originale narrato dalla Genesi. «E non è solo un paradosso: è grazie a Eva che l’uomo ha mangiato il frutto dell’albero della conoscenza ed è diventato uomo. Così è iniziata la nostra storia. E se vogliamo che ci sia un futuro, dobbiamo continuare a mangiare quel frutto. Dividendo la mela in parti uguali».

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