THE INDEPENDENT LONDRA
2 marzo 2012

Ci sono alternative al trattato fiscale
di Adrian Hamilton
Traduzione di Anna Bissanti

L'accordo firmato da 25 stati membri a Bruxelles il 2 marzo non risolverà la crisi. Le misure necessarie sono altre, ma la Germania fa finta di non vederle.

Il commento più triste in assoluto arrivato questa settimana dall’Europa è quello di un alto funzionario di Bruxelles che ha dichiarato che la crisi della zona euro è ormai in via di risoluzione grazie all’intervento della Banca centrale europea, che per mezzo di  prestiti alle banche immetterà altri cinquecento milioni di euro nel sistema.

Davvero c’è qualcuno che crede che sia tutto finito, nel momento stesso in cui gli irlandesi indicono un referendum sul nuovo pacchetto di misure fiscali concordato dai membri della zona euro e la Bundesbank critica apertamente la Bce per il suo operato, e i mercati si rifiutano di credere nel bailout della Grecia o nelle garanzie sui debiti sovrani? Di certo non lo si crede nelle capitali europee, né a Berlino né a Parigi.

Questo è il vero problema dell’Ue al momento: è diventata il cane che non abbaia. L’unica cosa veramente interessante di questi summit non è ciò che decidono, ma il fatto che non decidano quasi mai niente.

Si pensi all’ultimo summit di Bruxelles, iniziato ieri e che dovrebbe concludersi oggi. Si presumeva che dovesse apporre semplicemente il placet finale al nuovo trattato fiscale, destinato a inaugurare una nuova era di responsabilità e di unione economica. E si presumeva che dovesse anche alzare il tetto dei finanziamenti allocati per i bailout portandoli a un livello tale da convincere i mercati che la zona euro avrebbe resistito, sarebbe rimasta solida, integra, efficiente.

Invece la decisione riguardante l’importo del bailout è stata rinviata alla fine del mese (o anche al mese dopo, o a quello dopo ancora, come di fatto potrebbe accadere). Nelle intenzioni avrebbe anche dovuto esserci un summit distinto per i leader della zona euro finalizzato a portare avanti le cose. Ma ciò non accadrà adesso. "Non è stato cancellato perché non è mai stato ufficialmente in agenda", ha detto un portavoce con quel genere di leggendaria ambigua formula in uso a Bruxelles.

Di certo non è di grande aiuto la decisione irlandese di indire un referendum: come minimo esso procrastinerà di vari mesi l’intero iter, quanto meno in termini di completamento (in quanto il pacchetto può anche andare avanti senza l’Irlanda). Inoltre offre il fianco alla possibilità che l’opinione pubblica manifesti dubbi di ogni sorta nei confronti delle modalità con cui i leader europei hanno applicato l’austerity, quasi fosse l’alfa e l’omega della politica economica.

In definitiva, però, questa è la democrazia. Il referendum – ha detto alla Bbc questa settimana Dick Roche, ex ministro irlandese per gli affari europei – avrà esito positivo, perché è diverso dal più problematico trattato di Lisbona. All’epoca l’establishment aveva cercato di far approvare qualcosa di complesso e astratto. Questa volta l’opinione pubblica capisce che si tratta di una questione di “sopravvivenza”.

Non perdiamo tempo

Questo è solo il problema. Le soluzioni, e un nuovo accordo, sono imposte ai cittadini europei dai loro leader a partire dalla premessa che “non esiste alternativa”. Eppure alternative ne esistono: tra le tante, si potrebbe lasciare che la Grecia faccia default, modificare le regole della Bce e autorizzarla a essere l’ente prestatore di ultima istanza, emettere eurobond, consentire che il nuovo Meccanismo per la stabilità europea coesista con l’attuale accordo salva-stati (l’ European Financial Stability Facility) invece di sostituirsi a esso, e infine dare vita a un concertato programma di reflazione che interessi l’ Europa intera.

I problemi sono comprensibili. I tedeschi non vogliono niente di tutto questo. I francesi vogliono che siano i tedeschi ad accollarsene tutti i guai. I britannici vogliono soltanto restare a bordo campo. Pertanto ci ritroviamo l’attuale proposta di un accordo a metà, che non basta neanche a convincere i mercati di avere un senso, ma nondimeno minaccia di rendere ancora meno democratico un sistema già non democratico come il nostro, privando le nazioni dei loro diritti ad avere il pieno controllo sui loro bilanci. È davvero curioso che mentre gallesi e scozzesi cercano di ottenere maggiore indipendenza tramite il controllo sul loro fisco l’Europa si stia muovendo in direzione contraria e cerchi di abolire tale diritto.

La Bce ha concesso all’Europa più tempo, ma esso dovrebbe essere utilizzato per riflettere sulle cose che più contano e non per convocare summit fini a sé stessi, come stanno facendo oggi i suoi leader.

top