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Giovedi, 26 Luglio 2012

Intervista al primo Ministro Palestinese, Salam Fayyad:
“Siamo marginalizzati. Non lo siamo mai stati cosi’ tanto”.


La primavera araba, la crisi della zona euro e le elezioni americane hanno spinto la causa palestinese fuori dall’attenzione internazionale. Il Primo ministro palestinese parla in esclusiva con Donald Macintyre a Ramallah per The Independent


La causa dei Palestinesi non è mai stata più "marginalizzata" di quanto lo sia oggi, è quanto afferma il  primo ministro Salam Fayyad, personalità che gode del rispetto internazionale.
Citando l'attenzione internazionale sulla primavera araba, la crisi della zona euro e la scadenza elettorale statunitense, Fayyad ha detto ieri che i leader palestinesi stanno affrontando un "percorso di crescente insostenibilità", mentre la maggior parte del mondo ha focalizzato la propria attenzione altrove.
In un'intervista con “The Independent”, il Primo Ministro palestinese è stato fortemente critico sul fallimento dell'Occidente nel reagire più "seriamente e concretamente" alle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele ed alla sua mancanza del rispetto degli obblighi internazionali anche ai sensi della Road Map di ormai nove anni fa.  Egli ha dichiarato che questa "marginalizzazione" rappresenta adesso "il più grande ostacolo" per progredire verso uno stato Palestinese. "La nostra causa non è mai stata così marginalizzata", ha detto. "Mai. Questa che stiamo affrontando  è la nostra sfida più grande".
E ha avvertito che la stessa Autorità palestinese è indebolita a causa di fattori che vanno dalla sua grave crisi finanziaria ad una potenziale perdita di speranza da parte dei Palestinesi di poter porre fine ad un'occupazione che  "si sta radicando nel territorio di giorno in giorno”.

Ascoltandolo diventa subito chiaro che la reputazione di Fayyad come un arido tecnocrate – anche se professionalmente capace – è a dir poco incompleta. Fendendo l'aria con le sue mani, e talvolta picchiando i pugni sul tavolo, non ha saputo trattenersi dall’alzare la voce citando l'esempio del piano attuale di Israele di radere al suolo otto villaggi palestinesi dediti al pascolo delle pecore nelle colline a sud di Hebron – alcuni dei quali risalgono al XIX secolo – per usare il terreno per addestramento militare.
"Il ministro della Difesa israeliano in realtà sta cercando di far scomparire otto comunità a sud di Hebron con un pretesto che è del tutto scandaloso, oltre che illegale. L'esercito sta esaurendo lo spazio per l'addestramento militare e così si sposta un’intera popolazione... Adducendo come pretesto che queste persone hanno case a Yatta (nel sud della West Bank): questo è incredibilmente scandaloso. Qui non si tratta solo di non accettare demolizioni di case, qui stiamo parlando della totale eliminazione di comunità".
Sostiene che il Quartetto internazionale in Medio Oriente costituito da Stati Uniti, UE, Russia e le Nazioni Unite, si è concentrato su quello che al momento era il "compito apparentemente impossibile di rilanciare il processo di pace in modo efficace ... a scapito del prestare attenzione" a una serie di violazioni che includono, tra l’altro, l'espansione degli insediamenti nei territori occupati della West Bank che hanno avuto luogo “senza ulteriori conseguenze per Israele”.

Queste violazioni includono incursioni notturne da parte dei militari nelle città palestinesi, designate secondo gli accordi di Oslo come zona A della Cisgiordania e che dovrebbero essere sotto il controllo delle forze di sicurezza palestinesi in gran parte addestrate in Occidente. "Non c'è una notte senza vari raid o incursioni nella zona A," ha riferito. Egli ha sottolineato che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato membro del consiglio dei ministri  che sotto Ariel Sharon ha firmato l’accordo sulla Road Map concordata a livello internazionale, Road Map che, tra l’altro, prevede il blocco della costruzione di insediamenti. "E’ davvero oltraggioso. Non c'è una singola prescrizione della Road Map che il governo israeliano possa affermare di aver rispettato. Non una.”

Nel 2009 la comunità internazionale aveva emesso una serie di dichiarazioni per cui tutti gli insediamenti avrebbero effettivamente dovuto essere fermati – il che portò ad un congelamento degli insediamenti per dieci mesi durante i quali si tentò di far ripartire negoziati più sostanziosi – ma prima gli Stati Uniti e poi l’UE hanno ora detto ai palestinesi che “le regole del gioco sono cambiate”.

Aggiungendo che l’attuale enfasi internazionale sul “processo” non è “ben riposta”, il signor Fayyad, che incontrerà il vice primo ministro inglese Nick Clegg durante una breve visita a Londra che inizia oggi, ha riferito allusivamente dell’atteggiamento del signor Nethanyahu durante questi tentativi di negoziato, dicendo: “Non sono contrario ad incontrarci. Ma quando qualcuno afferma di accettare la soluzione dei due stati ma di avere preminenti interessi di sicurezza nella Valle del Giordano e che questi impongono una presenza militare permanente o molto lunga in quella zona e poi ci sono gli insediamenti sul territorio che devono essere conservati, cosa rimane esattamente?”. Invocando un deciso cambiamento da parte della comunità internazionale verso un approccio “compartimentalizzato” che “alzi il livello di responsabilità” mettendo Israele di fronte alla responsbilità dell’occupazione pur senza in alcun modo “delegittimare” la stessa Israele, ha dichiarato: “ciò che l’unione europea, per la verità tutto il mondo dovrebbe fare … sarebbe di chiedere al governo di Israele – a qualunque governo di Israele – in modo molto diretto: “sostenete come soluzione a questo conflitto la nascita di uno stato palestinese completamente sovrano nel territorio occupato nel 1967, inclusa Gerusalemme est? Sì o no?”.

“Se rispondono sì sarà molto difficile per loro spiegare come mai continuino ad  espandere gli insediamenti, accettare l’estremismo dei coloni, la violenza che in certi casi non può essere descritta in alcun modo diverso da semplice terrorismo”. Il signor Fayyad ha detto che gli attacchi ai palestinesi e alle loro proprietà, terreni agricoli e moschee sono cresciuti del 150% nell’ultimo anno.

Lo stesso vale per i “modi violenti con cui l’esercito israeliano si relaziona con le proteste palestinesi non violente. Questo è sbagliato e può essere molto pericoloso dal punto di vista della sicurezza perché semplicemente è impossibile sapere dove ci sarà un incidente di troppo”. Ed invero entrambe creano l’impressione che ci sia un’Autorità Palestinese debole che “non può fare nulla per rappresentare efficacemente il suo popolo mobilitando l’opinione internazionale per fermare ciò”.

E’ qui che l’accoramento del signor Fayyad si collega direttamente ai suoi timori per il futuro. Restio a valutare la prospettiva di una terza intifada egli dice invece: “quando smetti di essere una fonte di risposte credibili e convincenti per il tuo popolo .. quello è un momento veramente pericoloso. Non ho bisogno di fare congetture sul se avremo un’altra intifada oggi o domani o dopodomani. Anche se ciò non accadesse credo che siamo su una strada politicamente insostenibile. L’Autorità Palestinese dovrebbe essere rafforzata, appoggiata. E’ uno strumento chiave nel processo di pace, sarebbe una parodia se si permettesse che questo continui perché presto o tardi la situazione diventerà del tutto insostenibile politicamente”.

La minaccia più immediata, naturalmente, è l’attuale crisi finanziaria dell’Autorità Palestinese, che malgrado i sensibili progressi fatti sotto la sua direzione nella gestione finanziaria l’ha resa incapace di pagare gli impiegati per tutto lo scorso mese e, sostiene Fayyad, “quando ogni giorno ci si chiede se si riusciranno a pagare le società farmaceutiche per le forniture di medicinali, o se si potrà pagare qualche altro fornitore, la gestione della crisi sopravanza tutto il resto”. Benché sia solo questione di “poche centinaia di milioni di dollari”, la crisi è ancora causata dalla distrazione della comunità internazionale – inclusi i vicini paesi Arabi della regione dai quali l’aiuto di emergenza arriva di solito con maggiore facilità.

Fayyad certo non chiede e non si augura lo smantellamento volontario dell’Autorità Palestinese. E’ anche cosciente degli errori dell’autorità  – come “l’inaccettabile” gestione brutale di due recenti dimostrazioni di dissenso  nelle ultime settimane, gestione che considera come una violazione del sacro principio di “libera espressione senza limitazioni”. Ma dopo aver completato un ambizioso programma di costituzione statuale durato due anni non è scoraggiato dalla mancanza di progressi politici della sua prosecuzione – proprio a causa dell’effetto di “trasformazione” che può avere sulla mentalità degli Israeliani come dei Palestinesi.

“Ogni dirigente di Israele in procinto di fare un accordo con noi sarà avvantaggiato se potrà dire al suo stesso popolo ‘di che cosa stiamo discutendo? Lo stato di Palestina esiste già’”. E’ per questo che dice essere una “parodia” che il risultato – del rafforzamento dell’Autorità Palestinese – non abbia “catturato l’immaginazione” dei principali attori politici internazionali, e che essi non siano preparati ad impedire ad Israele di continuare nelle politiche – come le incursioni militari – che la indeboliscono.

Per il Primo Ministro Palestinese l’approccio più energico alla presente situazione  che egli cerca dai politici occidentali avrà una ricaduta nel dibattito interno israeliano, dal quale purtroppo l’argomento palestinese è completamente assente. Dice che davvero la mancanza di un intervento deciso della comunità internazionale è stata la causa dell’assenza del problema palestinese dal recente dibattito elettorale in Israele, e probabilmente sarà così anche in futuro.

In conclusione, malgrado un’opinione contraria in continua crescita, egli crede ancora che la soluzione dei due stati sia possibile, scherzando che “i Palestinesi devono essere ottimisti per decreto”. Ma solo se ci sarà una nuova presa di coscienza e di azione della comunità internazionale.

 


CV di Salam Fayyad

2007-oggi      Primo Ministro della Autorità Palestinese

2002-2005    Ministro delle Finanze

1995-2001     Rappresentante dell’Autorità Palestinese presso il Fondo Monetario Internazionale

1987-1995     Rappresentante dell’Autorità Palestinese presso la Banca Mondiale

Educazione

MBA               Università St. Edward’s del Texas

PhD                Università del Texas

Famiglia

Coniugato con Bashaer Kalouti dalla quale ha tre figli,

abitano a Gerusalemme Est, Salam Fayyad non accetta di vivere

a Ramallah dove ha sede il governo per rimarcare il diritto dei palestinesi

a Gerusalemme Est, può farlo perché la moglie ha carta d’ identità di Gerusalemme.