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24/5/2013

Gaza, “welfare terrorista”
di Monica Mistretta. 

Donne vestite di nero vanno e vengono sotto il sole portando decine di bottiglie di latte fresco per venderle a chi è appena emerso poco più in là dai tunnel sotterranei e sta per rientrarci.

Un commercio che si apre al mattino e si chiude solo verso le tre del pomeriggio, quando il valico di Rafah serra i battenti. Tutto si svolge sotto lo sguardo annoiato dei soldati egiziani che fanno finta di non vedere, ma perquisiscono meticolosamente auto e pullman in entrata e uscita dal valico. Passare legalmente dall’Egitto a Gaza attraverso Rafah richiede mediamente quattro ore di verifiche, controlli del passaporto e perquisizioni dei bagagli. Un rito che si ripete ogni giorno al valico di Rafah, dal quale possono passare legalmente solo persone. Le merci no. Per quelle bisogna andare diversi chilometri più in là, a Kerem Shalom (Abu Salam), il terminale commerciale al confine con Israele. Solo da qui, sotto gli occhi attenti dei soldati israeliani, possono passare viveri, materiali e attrezzature destinate alla sopravvivenza di un milione e ottocentomila palestinesi, ammesso che si vogliano e si possano seguire le disposizioni in merito. Altrimenti, ci sono sempre i tunnel che collegano Gaza all’Egitto.

Il latte fresco nella Striscia, dove la gente vive di pesca e agricoltura, è un bene prezioso. Per raggiungere le terre coltivabili bisogna allontanarsi dal mare e avvicinarsi al confine con Israele: è qui, nei terreni che fino al 2005 appartenevano (in forma di occupazione, ndr) ai coloni israeliani, che i gazawi coltivano frutta e verdura. Le serre sono nuove e ben tenute: sono state costruite con i soldi che Hamas ha raccolto e continua a ricevere dall’estero per sovvenzionarle, contando sull’aiuto di ricchi donatori arabi e, soprattutto, sui finanziamenti dei paesi del Golfo. Anche perché quelli dell’Arabia Saudita si sono assottigliati da quando i Fratelli Musulmani di Mursi, storicamente vicini ai Fratelli di Hamas, hanno preso il potere in Egitto: i Saud li contrastano foraggiando i gruppi salafiti tanto in Egitto quanto a Gaza.

Le vecchie serre dei coloni israeliani sono state distrutte o abbandonate. Non si sa mai che fossero contaminate da veleni o sostanze nocive, ci dice un contadino. Che ci spiega che i pomodori e i cetrioli che coltiva grazie alle sovvenzioni di Hamas vengono esportati nella nostra Europa: con il marchio “made in Israel”, però. È la piccola clausola che regola le esportazioni da Gaza, alla faccia di tutti quelli che nel mondo si battono per il boicottaggio dei prodotti israeliani convinti che sia un mezzo efficace di sostegno alla causa palestinese.

Case ed edifici lungo la Striscia di Gaza sono tutti di recente costruzione: è inevitabile, visto che dopo i bombardamenti di Piombo Fuso ne erano rimasti pochi in piedi. Gli uomini di Hamas hanno lavorato sodo per ricostruire tutto e in fretta: ne andava del sostegno della popolazione di Gaza, che oggi vive nelle abitazioni tirate su grazie al welfare di un movimento che è sulla lista delle organizzazioni terroristiche per Europa e Usa. Anche la casa del primo ministro Haniyeh, all’interno del campo profughi di Shati, è uguale a quella di tanti gazawi: un garage per le visite ufficiali e un modesto appartamento di poche stanze. Un modo per distinguersi dalla fama di corruzione e illeciti degli uomini di Fatah. Non mancano gli alberghi di “lusso” a Gaza, con suite e bagni eleganti, ma ovunque si sottostà alle leggi della Striscia: la corrente elettrica, che viene fornita da Israele, può mancare fino a otto ore consecutive.

Le macerie sono comunque una caratteristica inesorabile del paesaggio urbano: le ultime sono quelle lasciate dal raid israeliano del novembre 2012. L’industria edilizia qui non si ferma mai, anche se pochi perdono tempo a imbiancare: si fa tutto in fretta e si lasciano le pareti esterne delle case in cemento grezzo fino alla prossima catastrofe.

A Gaza City c’è perfino un ospedale dedicato solo ai bambini: nuovo, pulito, ha un grazioso giardino con le altalene e gli scivoli per i piccoli ospiti. È uno dei fiori all’occhiello dell’impegno di Hamas per la popolazione di Gaza: qui non serve il ticket, è tutto gratuito. Quello che colpisce, girando per i reparti, è la quasi totale mancanza di attrezzature ospedaliere. Molte non possono entrare perché non sono ammesse e bloccate ai valichi, altre sono davvero troppo costose. Mentre stiamo visitando le stanze, in ospedale si presentano alcuni delegati di un’associazione benefica di Hamas con cartoni di latte in polvere per i bambini. Non c’è tempo per cerimonie e ringraziamenti: gli infermieri prendono il latte e lo mettono subito nei biberon per distribuirlo. Durante Piombo Fuso, tra dicembre 2008 e gennaio 2009, questo ospedale ha accolto fino a 150 bambini al giorno. Passando tra i loro lettini nelle stanze spoglie, prive delle più elementari attrezzature, ti chiedi come i medici abbiano potuto compiere il miracolo di salvare le loro vite. Ma non ti fai più nessuna domanda quando per strada incontri i piccoli mutilati sulle sedie a rotelle.

A Gaza essere orfano è comune. Ci sono due specie di orfani: quelli i cui genitori sono morti e quelli che non li hanno mai visti perché sono chiusi da anni nelle carceri in Israele. Juma’a, 11 anni, è una di loro: il padre è in prigione da quando è nata. Le autorità israeliane le hanno sempre negato il permesso di vederlo. Per poterle stare vicino, suo papà ha disegnato con matite colorate i fogli di un quaderno da bambini e lo ha fatto avere alla figlia. Juma’a ha scritto i suoi pensieri per il padre in mezzo ai disegni. È l’unico contatto che abbiano mai avuto. Il padre di Juma’a è un uomo di Fatah, ma la figlia vive e studia grazie al welfare di Hamas, come quasi tutte le centinaia di orfani della Striscia.

Nel porto di Gaza City, da dove ogni giorno partono i pescatori gazawi sfidando i divieti israeliani, che impediscono di pescare oltre le tre miglia, accanto alla bandiera palestinese sventola quella turca. Sotto le bandiere c’è il monumento in ricordo dei nove turchi uccisi sulla Mavi Marmara, una delle navi della Freedom Flottiglia. A giugno qui, in quella che per i gazawi si preannuncia come una visita storica e un segno di solidarietà senza precedenti, dovrebbe arrivare il primo ministro turco Erdogan. Dovrebbe. Perché a Gaza non si sa mai. Basta poco per far chiudere ermeticamente i cancelli di tutti i terminal. Proprio una settimana fa il rapimento di sette militari egiziani nel Sinai ha provocato la chiusura del valico di Rafah: tre dei rapiti lavoravano qui. E la gente di Gaza all’improvviso si è vista negare i permessi per uscire ed entrare dalla Striscia. Certo, restano sempre i tunnel sotterranei: basta pagare il passaggio e tutto, o quasi, diventa possibile. Sempre sotto lo sguardo distratto dei soldati egiziani.

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