Quest'articolo è stato pubblicato sul Secolo XIX
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venerdì 6 settembre 2013

Siria, il piano del Papa per avviare i negoziati
di Francesco Peloso



Il Vaticano lancia un' estrema offensiva diplomatica per evitare il proseguimento del conflitto. Convocati tutti gli ambasciatori accreditati Oltretevere, la veglia per la pace.

La Santa Sede prova a tornare al centro della scena internazionale. Il banco di prova scelto da Francesco è dei più delicati, la crisi siriana, mentre incombe il rischio di un intervento aereo guidato dagli Stati Uniti contro il regime di Assad. In questo quadro tempestoso Bergoglio agisce approfittando però dell'indubbia debolezza della comunità internazionale finora incapace di trovare la strada giusta per fermare un conflitto definito dalle Nazioni Unite "la più grande tragedia del secolo". D'altro canto lo stesso presidente americano Obama sembra trascinato negli eventi suo malgrado. Così Francesco ha mosso con prontezza alcune pedine.



In primo luogo ha promosso una grande veglia di preghiera e di digiuno, un'iniziativa che avrà eco mondiale, ci sono adesioni delle diocesi e di organizzazioni in moltissimi Paesi, e che punta a mobilitare l'opinione pubblica.

Tuttavia la Santa Sede è ben consapevole che, con una guerra già in corso da due anni e mezzo e decine di migliaia di morti sul terreno, non può bastare dire no ai bombardamenti. Non solo: la Siria è Paese nevralgico per gli equilibri di tutto il Medio Oriente e inoltre è patria di un'antica e ancora consistente comunità cristiana. Così il Papa prima è intervenuto pubblicamente più volte chiedendo un intervento della comunità internazionale per aprire un negoziato fra ribelli e regime, quindi ha scritto al presidente russo Vladimir Putin in qualità di capo di Stato del Paese che ospita il G20 in corso a San Pietroburgo. Il Pontefice si è rivolto a tutti i leader presenti nella metropoli russa invocando un'azione diplomatica volta a fermare i massacri "ai quali stiamo assistendo".



Ma in realtà la mossa forse più significativa, la Santa Sede l'ha realizzata mettendo insieme un proprio piano per la Siria, pochi punti qualificanti per avviare una svolta. Il progetto è stato presentato ieri mattina dal ministro degli esteri vaticano, monsignor Dominique Mamberti, a ben 71 ambasciatori accreditati presso la Santa Sede.



Mamberti ha fra l'altro precisato che la fine delle violenze ha lo scopo di permettere l'avvio dei negoziati, quindi ha chiesto il rispetto del diritto umanitario e l'impegno della comunità internazionale per i milioni di profughi. La Santa Sede, poi, chiarisce che "occorre poi preservare l'unità del Paese, evitando la costituzione di zone diverse per le varie componenti della società", quindi "va garantita l'integrità territoriale". Non solo: è importante che chi governerà la Siria di domani offra garanzie che "ci sarà posto per tutti, anche e in particolare per le minoranze, inclusi i cristiani", allo stesso tempo vanno tutelati diritti umani e libertà religiosa. Infine, e questo è un punto rilevante, si afferma la centralità del "concetto di cittadinanza, in base al quale tutti, indipendentemente dall'appartenenza etnica e religiosa, sono alla stessa stregua cittadini di pari dignità, con eguali diritti e doveri". E' su quest'ultimo punto che fino ad ora sono naufragate le rivolte arabe, mentre spesso le chiese cristiane locali hanno preferito rinunziare a una simile impostazione per farsi proteggere dal regime di turno. Ancora ai gruppi dell'opposizione si chiede di prendere le distanze dalle componenti fondamentaliste e radicali la cui presenza è cresciuta nel corso del conflitto.



Il Papa ha poi mandato un cardinale dalla forte esperienza diplomatica come Jean Louis Tauran, già ministro degli esteri di Wojtyla ai tempi della guerra in Iraq e oggi presidente del dicastero per il dialogo interreligioso, ad Amman, in Giordania, dove si è tenuta una conferenza delle chiese arabe. In questa sede è stato riaffermato quel principio di piena cittadinanza per i cristiani della regione, differenti nel credo ma "fratelli arabi" e cittadini libanesi, siriani, iracheni a tutti gli effetti, non più insomma minoranza estranea tollerata. Lo stesso re di Giordania Abdallah II, intervenuto pure alla conferenza, pochi giorni fa ha visto il Papa e con lui ha discusso della crisi siriana.

L'iniziativa di Francesco, infine, stabilisce una nuova leadership della Santa Sede nel mondo multipolare, in questo senso il no all'attacco americano colloca il Vaticano in una posizione di dialogo con diverse potenze sia a livello regionale che sul piano internazionale. Resta un problema: la nomina tardiva del nuovo Segretario di Stato, da parte del Pontefice che ha privato in un momento cruciale la Santa Sede di una figura chiave in una crisi di questa portata.


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