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23 luglio 2013

Terra e sangue
di Marco Aime

E’ stata la settimana del «dibattito» sul razzismo dei politici di destra e di sinistra e della morte di Mame Mor Diop, un ragazzo senegalese che si guadagnava da vivere vendendo borse, annegato a Ventimiglia inseguito della polizia. Sono alcuni frutti dei nuovi valori, terra e sangue, la cui diffusione sembra non sorprendere e indignare più nessuno. Terra e sangue significa che non basta più nascere per esistere, bisogna avere un timbro. Significa che essere investiti da un migrante fa più male che esserlo da un italiano e che il razzismo è sempre più quotidiano e banalizzato. Scrive Marco Aime, autore di La macchia della razza: «Ci siamo ridotti a piante, condannate a rimanere aggrappate a un terreno, a quel terreno che dà loro di che vivere. Eppure abbiamo piedi, non radici, e lo sappiamo. Lo sanno i fanatici della tradizione, che ci vorrebbero tutti come alberi?».

«Verona ai veronesi», «Padroni a casa nostra», «Prima il Nord». Terra e sangue, ecco i nuovi valori. E soldi. (…) Terra e sangue, Dragan (un ragazzo rom, destinatario del testo scritto da Marco Aime). Ci vantiamo di avere inventato la democrazia. Ne abbiamo fatto una merce da esportazione. Democrazia: bella parola, dal suono autorevole, sa di cose buone, come il profumo del pane, il biancore del latte. Facciamo a gara per essere più democratici dell’altro. Ci siamo avvolti nello stendardo della democrazia, l’abbiamo sbandierata, fino a ridurla a slogan quasi vuoto, marchio di fabbrica di un’officina che ha cambiato operai, produzione e modo di produrre. (…)

È faticosa la democrazia, quella vera, Dragan. È molto più facile accettare lo slogan da esportazione, il marchio pubblicitario che esalta la bellezza e la convenienza del tuo prodotto. Il migliore, l’unico possibile. Ecco, l’unico possibile. Lo sguardo si restringe, come a guardare dallo spioncino della nostra porta, fino a ritagliare un piccolo frammento di vita. È vero, si può vedere il mondo attraverso un granello di sabbia ed è bello farlo, è poetico. Non lo è, però, se pensi che quel granello sia il mondo. L’unico possibile. E che quel mondo sia nostro.

Terra e sangue, Dragan, e radici. Ci siamo ridotti a piante, condannate a rimanere aggrappate a un terreno, a quel terreno che dà loro di che vivere. Eppure abbiamo piedi, Dragan, piedi, non radici, e lo sappiamo. Lo sanno i fanatici della tradizione, che ci vorrebbero tutti come alberi? E poi un albero ha fiori e frutti e foglie, che si rinnovano ogni anno. Può accadere che un giorno la terra da cui ci sfamiamo si inaridisca, si faccia crosta inutile. Dobbiamo allora morire sul posto? Lo abbiamo fatto quando è stata la nostra terra a seccare?

Terra e sangue. Non basta più nascere per esistere, bisogna avere un passaporto, un timbro, una cittadinanza. Non è vero che esistono i diritti dell’uomo. Hai o non hai diritti, non perché sei un essere umano, ma perché sei un cittadino, perché hai un passaporto. Abbiamo trasformato la nascita in nazione. Quando c’è un disastro aereo o una qualche catastrofe che conta decine, centinaia di morti, i nostri media si affrettano a sottolineare «nessun italiano». Un sollievo, gli altri morti contano meno, sono solo esseri umani, stranieri.

Tu non lo sai, Dragan, ma il verbo che usiamo quando si concede a qualche straniero la nazionalità italiana è naturalizzare, Dragan, naturalizzare, rendere naturale. Come se fosse la natura a dotarci di una cittadinanza. Come fosse impossibile farne a meno. Fingiamo che tutto ciò sia naturale. Ecco un’altra menzogna. Abbiamo tessuto ragnatele di confini e ora noi stessi ci siamo rimasti impigliati. Incapaci di liberarci, di pensare in modo diverso.

La gente come te, gli immigrati, gli stranieri, i rifugiati, diventano inquietanti, perché svelate la finzione, spezzate la continuità tra uomo e cittadino, fra natività e nazionalità. «Non appartengo a nessuna nazionalità prevista dalle cancellerie» scriveva Aimé Césaire. Parlava di schiavi.

Terra e sangue. Piante, che si nutrono dei succhi assorbiti dal sottosuolo, ci avvinghiamo con le radici a quella terra che abbiamo deciso essere nostra. «Trattiamo bene la terra su cui viviamo: essa non ci è stata donata dai nostri padri, ma ci è stata prestata dai nostri figli». C’è saggezza in questo proverbio masai. La terra ci è solo data in prestito, c’era prima di noi, ci sarà dopo. (…)

Clandestino! Ecco il nuovo marchio dell’infamia, Dragan. La nuova lettera scarlatta, cucita sulla vita di chi è colpevole non solo di non essere nato qui, ma di non avere il timbro dell’autorità. Una colpa che diventa sempre più grave, via via che ci rinchiudiamo nei nostri recinti. Essere investiti da uno straniero fa più male che esserlo da un italiano. Il reato diventa più grave, se a commetterlo è l’altro: l’autoctonia diventa un’attenuante, la clandestinità una colpa, fino a trasformarsi in reato essa stessa.

Porto il nome di tutti i battesimi, ogni nome il sigillo di un lasciapassare, per un guado una terra una nuvola un canto, un diamante nascosto nel pane per un solo dolcissimo umore del sangue, per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.

Che belle parole aveva scritto Fabrizio De André a quelli come te, Dragan! Ma chi comanda non ama la poesia, non ama i nomadi e neppure i poveri. Crede di «tenere in bocca il punto di vista di Dio». Non basta vivere per esistere, occorre un documento che dica chi sei. Un timbro che affermi che tu sei vivo, ora, qui. «Le carte sono importanti, sono tutto… per sapere chi sei…» recitava un personaggio di Giorgio Gaber. «Guardi, senza offesa, ne ho quattro borse, ci dormo sopra. Sa com’è… nella confusione tutti ti fregano le carte. Lasci lì il tuo atto di nascita e… non lo trovi più. Sei rovinato. È difficile rifarsi una vita… senza essere nato».

Abdul Guibre, ucciso a Milano il 15 settembre 2008, per aver rubato un pacco di biscotti, era del Burkina Faso, «ma con cittadinanza italiana» hanno sottolineato ossessivamente i media dopo il suo assassinio. Anche di Tong Hong-shen, il giovane cinese picchiato da un gruppo di bulli romani, i giornali hanno subito scritto che «era in regola con i documenti di soggiorno». Come a dire: allora è davvero una vittima.

Perché, Dragan, perché? Puoi morire senza un nome scritto sulla carta, non vivere. No, Dragan, non sei una persona se non ce l’hai quella carta. Non sono stati tuo padre e tua madre a darti la vita, è il documento che fa di te qualcuno. Per questo ti hanno macchiato il dito di nero, te l’hanno premuto su quel foglio. Ora non sei più una nullità, quella macchia nera sul foglio è il segno che lo Stato sa chi sei, che può controllarti, rintracciarti, mandarti via. Ora esisti, Dragan.

 


Marco Aime insegna Antropologia culturale presso l’Università di Genova. Ex operaio, ha collaborato con diverse testate (tra cui La Stampa e Carta) ed è autore di opere narrative e, soprattutto, di diversi saggi. Tra le ultime pubblicazioni: La macchia della razza. Storie di ordinaria discriminazione (elèuthera, con una prefazione di Marc Augé) e Cultura (Bollati Boringhieri).

In questa pagina, grazie all’editore elèuthera, abbiamo pubblicato ampi stralci di un paragrafo di La macchia della razza.

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