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mag 29th 2014

La banalità dei record del clima
di Stefano Caserini

Dal punto di vista della comunicazione il problema del cambiamento climatico è poco e – allo stesso tempo – troppo catastrofico.

È poco catastrofico se misurato coi criteri del catastrofismo giornalistico: non sono previste le onde gigantesche dei film di Hollywood, o scenari di distruzione totale generalizzata. Molti impatti si stanno già verificando, e per alcuni la devastazione non è molto lontana da quella costruita con effetti speciali (come si può vedere in questo video sul “storm surge” causato dal ciclone Hayan). D’altra parte, i disastri più o meno direttamente legati al cambiamento climatico sono numerosi e ripetitivi. Sono distruzioni ricorrenti, in aumento progressivo, come sanno gli assicuratori.

Sono record continuamente superati, su CO2, temperature, siccità, intensità delle precipitazioni, riduzione dei ghiacci. In larga parte sono fenomeni previsti, ossia ipotizzati dagli scienziati fra le conseguenze del riscaldamento globale.

Le conclusioni della scienza del clima, secondo cui gli impatti si aggraveranno in futuro, non interessano molto: riguardano i prossimi decenni o secoli, in cui quasi tutti i lettori o gli spettatori non saranno più presenti sul pianeta. La notizia non appare quindi abbastanza allarmante. Se ne parla (solo un poco) quando esce un rapporto dell’IPCC, giusto perché ne parlano altri mezzi di informazione.

Forse per una necessità inconscia di bilanciare la scarsa lungimiranza, i rischi per l’immediato sono invece esasperati, più di quanto i rapporti scientifici effettivamente giustifichino: per poter “vendere” il tema clima bisogna cercare di rendere straordinari in modo diverso i dati e i fatti del clima. Senza dimenticare, infine, di seminare qualche dubbio sul fatto che sia tutta una bufala.

Un esempio di quanto sopra sono gli articoli che hanno commentato il superamento nella stazione di Manua Loa della concentrazione media mensile di 400 ppm di CO2.

Come spiegato in un precedente post, la soglia dei 400 ppm di CO2 è più che altro di origine psicologica, non essendo collegato al numero tondo nessun particolare discrimine dal punto di vista della fenomenologia o degli impatti dei cambiamenti climatici. Negli articoli pubblicati sui due principali quotidiani nazionali quella dei 400 ppm è stata invece definita come “soglia critica”, “soglia limite”, “soglia di allarme” o addirittura “soglia fatidica”.

Il primo articolo, intitolato L’aprile più inquinato della storia “Soglia critica superata ogni giorno”, firmato su Repubblica del 1 maggio da Silvia Bencivelli, inizia con l’affermazione “…il mese che si è chiuso ieri verrà ricordato come il più inquinato della storia della Terra” subito corretta da “O, meglio, come il primo mese in cui, ogni giorno, si è superato il livello critico di anidride carbonica nell’atmosfera: il primo mese, perché ci si aspetta che ne arriveranno tanti altri”.

In effetti, nella storia della Terra di periodi con concentrazioni di CO2 più alta di oggi ce ne sono stati parecchi, molti milioni di anni fa. E il record di questo mese di aprile non è molto diverso (se si eccettua il cambio della cifra delle centinaia) dai record stabiliti in tutti i mesi di aprile da quando si fanno le misure di concentrazioni di CO2 in atmosfera a Manua Loa, cioè dal 1956.

Pur se Bencivelli scrive che “La soglia di allarme di anidride carbonica è stata fissata dagli scienziati a 400 parti per milione. È una soglia convenzionale, al di sopra della quale si calcola che l’impatto dei cambiamenti climatici diventerà ancora peggiore dell’attuale”, nella letteratura scientifica non c’è riferimento preciso ad una specifica soglia di 400 ppm di CO2, come non c’è il riferimento ad un livello “soglia” di 2°C come soglia che divide una zona tranquilla da una pericolosa. Maggiori i livelli di CO2, maggiori le temperature e gli impatti. Prima ci si ferma, meglio è.

Il fatto che da ormai un secolo la concentrazione di CO2 sia ai livelli massimi mai respirati dall’Homo sapiens, è sì un fatto straordinario, eccezionale, ma dal punto di vista scientifico non è particolarmente nuovo o imprevisto.

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