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Mercoledì 05 novembre 2014

USA, la guerra controvoglia all’ISIS
di Fabrizio Casari

Da quando gli Stati Uniti sono arrivati all’autosufficienza energetica sia con il petrolio che con il gas, la politica di Washington verso il Medio Oriente e il Golfo Persico vive una mancanza di strategia che si è rivelata uno dei maggiori problemi di politica estera per la Casa Bianca. Quando Obama ammise, in relazione all’avanzata dell’ISIS, che gli Stati Uniti erano privi di una strategia, quindi incerti sulle misure da prendere e confessava “errori” nella gestione della partita mediorientale, riferiva in qualche modo delle spinte centrifughe mosse da una superpotenza in crisi la cui prima preoccupazione è dimostrare al mondo che la sua crisi non esiste.

Per quanto riguarda l’avanzata dei soldati del Califfo, ovviamente Obama mentiva, visto che gli USA sapevano benissimo qual’era la situazione sul terreno. Solo che ritenevano di poter gestire la sostituzione di Assad in Siria e di Al Maliki in Iraq abbandonando gli sciiti e rinsaldando l’asse con i sunniti.

Ma non avevano fatto bene i loro conti e Washington si trova ora nell’ennesimo pantano. Deve fermare l’ISIS, ora divenuto una minaccia per l’ordine regionale, ma non vuole, anche indirettamente, aiutare Assad a rinsaldarsi. Non potendo però tornare in Iraq per la terza volta, cerca alleati locali che possano sbrogliarli la matassa, benché consapevole che le alleanze mediorientali siano come le porte girevoli.

Il dilemma, quindi, è politico e militare. Al momento non gli resta che scommettere sulla capacità dei Peshmerga di fermare al-Baghdadi, nonostante essi siano alleati del PKK, da Washington considerata una organizzazione “terroristica”, pur essendo invece una forza di liberazione nazionale in guerra contro l’oppressione turca.

Ma come fermare l’ISIS? Che l’esclusivo uso dei droni possa bastare è escluso. Le truppe di al-Baghdadi che occupano le città s’infiltrano tra la popolazione, rendendo così impossibile distinguere tra obiettivi militari e civili innocenti anche per i sofisticati sistemi di puntamento statunitensi.

E anche sui droni non si vede la furia bellica dello Zio Sam: l’intensità degli attacchi non sembra essere quella solita. In sessanta giorni, dall’8 Agosto al 7 Ottobre, la coalizione ha effettuato 5 mila attacchi, il 96% da parte degli USA e il 4% da parte degli altri alleati arabi ed europei. Non molti, se si considera che contro la ben più piccola Serbia, nel 1999, in 78 giorni la NATO lanciò più di 38.000 attacchi, stremando Belgrado e senza nessuna preoccupazione per le vittime civili, denominate per l’occasione “danni collaterali”.

D’altra parte, tutti gli analisti militari concordano nel dire che con i bombardamenti si ottiene solo un rallentamento della marcia dell’ISIS, ma che se davvero si vuole sconfiggere il progetto di califfato sunnita, si deve scendere a terra e combattere. Ma non è quanto prevede la coalizione, formata per offrire all’opinione pubblica internazionale l’immagine della democrazia occidentale e dei suoi alleati in lotta contro la barbarie, ma che in realtà è una concentrazione di contraddizioni ed ambiguità mai viste prima, sia in ordine alla sua formazione come ai suoi obiettivi.

La sua composizione è eterogenea, per usare un eufemismo, dal momento che dovrebbe combattere l’ISIS ma ospita Turchia, Arabia Saudita e Qatar che sono i principali sponsor finanziari e militari dell’ISIS stesso. L’ISIS del resto è nato come uno strumento per combattere Assad, cacciare Al Maliki dal governo iracheno, riprendere il Libano e ridisegnare il Medio Oriente e il Golfo a guida sunnita.

Progetto condiviso da tutti i suoi amici, dall’Arabia Saudita al Qatar, da Londra a Washington. Ankara ospitò le basi nel suo territorio, Washington mise gli istruttori, Ryad e Doha il denaro necessario per l’operazione. Oggi la differenza sostanziale tra gli USA e i suoi alleati mediorientali è che tutti lo hanno aiutato a nascere e a crescere, ma alcuni continuano a sostenerlo in maniera occulta. 

Per Washington l’irruzione dell’ISIS nello scenario siriano poteva essere la soluzione all’empasse in Siria, dal momento che il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” e i mercenari annessi provenienti anche da Bosnia e Cecenia non riuscivano ad aver ragione dell’esercito di Assad, peraltro sostenuto in maniera determinante da Hezbollah.

Ma, come spesso succede a Washington in Medio Oriente, la belva gli è scappata di mano, non obbedisce più e, anzi, si rivolta contro il vecchio padrone. Doveva deporre Assad ed ha invece occupato una parte dell’Iraq. Così che oggi gli USA sono costretti di malavoglia a intervenire, benché il nemico autentico dell’ISIS non si trova nella coalizione degli ambigui, bensì a Beirut e nella Valle della Bekaa tra gli Hezbollah, a Damasco nella maggioranza della popolazione e nell’esercito siriano, tra i Peshmerga curdi alleati del PKK e a Teheran.

Vincere in Siria, “resettare” l’Iraq ed entrare in Libano per cacciare Hezbollah erano e restano comunque gli obiettivi condivisi da tutti i membri della coalizione con il placet entusiasta di Israele. Che nonostante una relazione mai troppo problematica con la Siria dopo la guerra dei Sei giorni ed una gestione tutto sommato agevole del contenzioso sulle alture del Golan, ritiene comunque che Damasco, sebbene non sia da tempo il motore propulsore a Gaza, continui ad esercitare una forte influenza sull’ala radicale palestinese, sia a Gaza che nella diaspora; e che inoltre, essendo alleato di Teheran, di Hezbollah e di Hamas, è comunque un importante nemico da eliminare.

Un ruolo decisivo quanto ambiguo lo hanno sostenuto Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Kuwayt. L’idea era ridisegnare un Medio Oriente a direzione sunnita, costruendo così una uniformità religiosa e politica che le monarchie del Golfo avrebbero rappresentato sulla scena politica e finanziaria internazionale.

Proponendosi come guida di un mondo arabo a guida sunnita pensano di realizzare il sogno di assumere un ruolo di rilievo nel panorama mondiale, stanchi di essere un gigante finanziario e un nano politico, rubinetto di petrodollari oscurantisti a disposizione delle mille giravolte USA nella regione del Golfo e in Medio Oriente. 

Per le monarchie del Golfo, la parte preistorica della mappa, le cose adesso si sono complicate. Se la coalizione internazionale dovesse sconfiggere l’ISIS, gli odiati sciiti - da Teheran a Baghdad, fino a Beirut - si troverebbero con in mano una vittoria decisiva per gli assetti politico-religiosi mediorientali. Per questo, nascostamente, mentre partecipano alla coalizione, continuano a finanziare l’ISIS. 

Ovviamente in maniera occulta. Divertente a questo proposito è stata la storiella del presunto saccheggio da parte di al-Baghdadi di 500 milioni di dollari delle casse della Iraq’s United Bank for Investiment a Mosul. A quel tempo, stando alle dichiarazioni della dirigenza della banca, non solo dalla filiale di Mosul non sparì nemmeno un dollaro, ma nel totale delle 21 filiali sparse in tutta l’Iraq vi erano 260 milioni e che a Mosul al massimo se ne trovavano circa 70. Ogni singolo membro della comunità dell’intelligence internazionale sa invece che gli 875 milioni di dollari ritenuti la dote in mano all’ISIS sono arrivati da Ryad e da Doha sotto la voce ZAKAT, uno dei cinque precetti islamici, quello riferito all’elemosina verso chi ne ha bisogno.

Ma non solo di donazioni vive l’ISIS. Il petrolio che vende, estratto dalle regioni sotto il suo controllo, produce un ricavo giornaliero di 400.000 dollari. Lo comprano i turchi. Gli armamenti e i mezzi moderni provengono invece dai depositi sauditi. Proprio la Turchia vive le maggiori contraddizioni con la coalizione. Hanno a che vedere con la relazione tra Ankara e i curdi. Buona con quelli del nord dell’Iraq, di guerra aperta con il PKK , ritiene una minaccia una eventuale vittoria dei curdi siriani che con il PKK sono alleati.

Per questo Erdogan è arrivato a bombardare i kurdi che correvano dalla Turchia in aiuto ai Peshmerga che, con pagine di autentico eroismo, difendono Kobane. Obama è intervenuto ricordando ad Erdogan che non solo è membro della coalizione, ma soprattutto lo è della NATO e che, dal momento che Washington vuole fermare l’ISIS, o riceve l’aiuto da Ankara o lo accetta da Teheran, che non vede l’ora d’intervenire e spazzare via il sogno del califfato sunnita. Minaccia efficace quella di Obama sia verso Ankara che verso Tel Aviv, preoccupati di un ritorno dell’Iran nello scenario internazionale in accompagnamento di Washington.

Le differenze tra USA e Turchia sono tattiche, hanno a che vedere con il modo nel quale gestire le operazioni politiche e militari, quindi anche a combattere o a provare ad utilizzare l’ISIS per favorire comunque la caduta di Assad prima e la cacciata di Hezbollah dal Libano poi.

Washington e Ankara marciano divise per colpire insieme: entrambe vogliono la fine di Assad e l’instaurazione di un protettorato che permetta il controllo della NATO e di Israele di un’area vitale per gli equilibri mediorientali. Ma quali che siano le aspirazioni occidentali e delle monarchie arabe, l’Iran gioca e giocherà comunque un ruolo fondamentale nella soluzione della vicenda irachena e siriana.

Teheran non resterà con le mani in mano se dovesse vedersi circondare dai sunniti aiutati dall’Occidente. Già ora appoggiando i Peshmerga e l’esercito iracheno e utilizzando le sue truppe di elite in azioni militari contro l’ISIS, ha schierato diversi battaglioni di Pasdaran alla frontiera.

Potrebbero intervenire - paradosso della storia - a difendere Baghdad se fosse sopraffatta dagli uomini di al-Baghdadi. In una situazione così confusa, con strategie sbagliate e forze mal dislocate, l’Iran appare l’interlocutore obbligato per la guerra come per la pace. Con Teheran, quindi, si dovranno fare i conti per stabilire un assetto regionale valido per tutti. Che piaccia o no ad Ankara, Ryad e Tel Aviv.

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