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27 giugno 2014

Per fermare l’ISIS, Siria e Iran bombardano l’Iraq
di Luca Troiano

La mattina del 24 giugno, alcuni caccia non identificati hanno bombardato un mercato nella città islamista-detenuto di Al Qa’im nel nord-ovest dell’Iraq. Si tratta di una località prossima al confine siriano, recentemente caduta nelle mani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Data la prossimità con la Siria, si è pensato che si trattasse di velivoli dell’aviazione di Damasco, e due giorni dopo il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha confermato questa voceIl premier ha detto di non aver chiesto l’intervento dell’esercito siriano, ma di aver accolto con favore la notizia del bombardamento. “Ogni aiuto contro l’Isil è il benvenuto”, ha dichiarato.

E aiuti, a quanto pare, ne stanno arrivando. Oltre alla Siria, anche l’Iran è pienamente coinvolto nella controffensiva per arginare i jihadisti.  Secondo il New York Times, l’Iran sta fornendo armi al governo iracheno per contrastare i ribelli. Non solo. Fin dai giorni scorsi, alcuni droni iraniani decollano da un aeroporto vicino Baghdad e per sorvolare l’Iraq in missioni segrete di sorveglianza, circostanza nota anche ai funzionari della difesa statunitense. Quindi il sostegno del Paese dei mullah non si limita all’invio di consiglieri militari già annunciato nei giorni scorsi, ma si sta sviluppando in una partecipazione diretta alle sorti del conflitto. Non dimentichiamo che nei giorni scorsi l’ISIS ha preso di mira una località (Qasre Shirin) alla frontiera tra i due Paesi, uccidendo due funzionari iraniani.

La preoccupante avanzata dell’ISIS in Iraq, nell’inerzia degli Stati Uniti (Obama non sa ancora bene cosa fare; Kerry in visita a Ryad promette aiuti finanziari ma non propone soluzioni) e nell’ambiguità dell’Arabia Saudita (probabile finanziatore principe dell’ISIS, via Kuwait; altre fonti puntano il dito contro Qatar ed Emirati), passata da un iniziale silenzio ad un generico annuncio di “voler fare tutto il possibile”, deve aver convinto Damasco e Teheran ad intervenire nell’arena di Baghdad. Si tratta di un raro caso in cui i due Paesi sciiti e gli Stati Uniti condividono un obiettivo comune: fermare l’avanzata dei ribelli che hanno conquistato diverse città a nord e a ovest dell’Iraq e ora puntano verso la capitale.

Tuttavia i due fronti si osservano con attenzione mentre sgomitano per mantenere (o ampliare) la loro influenza nella regione. A parte il fatto che, continua il New York Times, USA e Iran non hanno certo coordinato le loro azioni in Iraq, perfino il segretario di Stato americano John Kerry ha ricordato che ci sono potenziali rischi nell’intervento iraniano. Ufficialmente, il timore è che la mossa di Teheran, possa aumentare le tensioni settarie in Iraq, dando spazio a nuove rivolte sunnite. Di fatto, gli USA sono preoccupati di veder ridursi la propria sfera di influenza nella regione. L’unica certezza, per ora, è che l’offensiva dell’ISIS comincia a far sentire i suoi effetti ben oltre i confini del martoriato Stato mesopotamico.

 

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