El Watan
27/07/2014

Libia senza un nemico comune
Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Due settimane di scontri tra milizie rivali e troppi interrogativi sul futuro

Quindici giorni di combattimenti tra milizie islamiche di Misrata e milizie di Zentan, considerate il braccio armato della corrente liberale, con almeno 100 morti e centinaia di feriti, hanno dimostrato la scarsa autorità del governo centrale. La quasi totalità della flotta aerea è stata distrutta, come il 90% della struttura e i centri urbani nei paraggi vivono sotto la spada di Damocle dei bombardamenti. Decine di case e negozi nel quartiere Beni Ghachir sono state demolite dalle granate, mentre missili Grad hanno colpito due depositi di carburante di Tripoli e hanno mancato di poco l’ambasciata americana.

Gli scontri, inizialmente concentrati all’aeroporto internazionale di Tripoli, chiuso dal 13 luglio, da qualche giorno scuotono anche Benghazi, dove combattenti islamici radicali si oppongono all’esercito governativo, o a ciò che dovrebbe esserlo. Benghazi, che dal 4 agosto dovrebbe essere sede del parlamento. Molti paesi, Stati Uniti in primis, hanno richiamato il personale delle loro rappresentanze diplomatiche per mancanza di sicurezza. Nei giorni scorsi infatti gruppi armati dai contorni poco nitidi hanno rapito undici contrabbandieri tunisini nella regione di Boumkache, chiedendo la scarcerazione di un libico arrestato a Djerba con una pistola in tasca. Persino l’ONU ha evacuato temporaneamente parte del personale della missione MANUL.

Venerdì il governo libico ha tentato di imporre un cessate il fuoco (quello del 17 luglio non è mai stato rispettato), ma le parti in conflitto non sembrano propense a trattare. La confusione sulla linea del governo e soprattutto sulla sua capacità di dettare una linea politica nazionale è tale che venerdì il primo ministro Abdullah al-Thani ha smentito voci su una richiesta di intervento internazionale, poco dopo l’annuncio di un portavoce del governo, Ahmed Lamine, che Tripoli “stava considerando la possibilità di chiedere un aiuto militare internazionale per riportare la sicurezza e aiutare il governo a imporre la sua autorità ma anche a ricostruire le sue istituzioni, soprattutto esercito e polizia”. La Corte penale internazionale intanto ha minacciato di avviare un’inchiesta sui crimini di guerra commessi dalle milizie delle varie fazioni e di colpire eventuali colpevoli.

Finora le principali parti in causa dunque ci sono le milizie di Zentan e quelle di Misrata. Queste ultime, perlopiù islamiche radicali, un tempo dipendevano dal ministero della Difesa, ma ora a condurle è l’ex parlamentare Salah Badi, cacciato dal Congresso per connivenza con il vecchio regime e oggi rappresentante degli interessi del Qatar. I combattenti di Zentan invece, che avevano catturato il figlio di Gheddafi Saif al-Islam, controllavano l’aeroporto dal 2011 e probabilmente costituiscono ancora l’unica armata solida. Non è tuttavia possibile stabilire una dialettica tra islamici radicali e liberali, poiché anche le alleanze che si intrecciano sono effimere, basate sulla logica del nemico comune, quindi saltano al venir meno di quest’ultimo come è avvenuto dopo la morte di Muammar Gheddafi.

Tuttavia l’aspetto che rende la Libia pressoché ingestibile è la mancanza di vere istituzioni politiche nazionali. Lo stesso avvicendamento dei primi ministri è indicativo della situazione, soprattutto se si considera che l’ex primo ministro Ali Zeidan a un anno dalla nomina era stato sequestrato per qualche ora nell’hotel Corinthia di Tripoli da uomini armati con falso mandato di arresto. Appartenevano alla Cellula tripolina, alle dipendenze del ministero della Difesa, ma nell’azione, accuserà Zeidan, erano coinvolti anche cinque membri del Congresso nazionale. A marzo 2014, dopo un voto di sfiducia, Zeidan si è dimesso lasciando il Paese. Un mese dopo il suo successore al-Thani ha annunciato di voler cedere il potere a seguito di un attacco contro la sua famiglia, ma dovrà mantenere l’incarico fino alla formazione di un nuovo esecutivo.

Il valore degli incarichi politici è dunque solo formale, il che fa apparire la situazione libica ancora più inquietante.

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