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16/09/2014

Le potenze del Golfo puntano alla Libia
di Andrea Prada Bianchi

In Libia i Paesi arabi stanno riempiendo il vuoto di potere lasciato da Usa & Co

Lunedì 15 settembre il generale Haftar ha rivendicato un attacco aereo su posizioni dei miliziani islamisti di Misurata, che controllano Tripoli dal 23 agosto. Secondo la Reuters, tuttavia, difficilmente il Generale avrebbe i mezzi per un’offensiva dal cielo. Altri raid si sono verificati il 20-25 agosto, sempre su postazioni islamiste a Tripoli. Secondo fonti ufficiali, all’epoca gli attacchi sarebbero stati inferti da jet degli Emirati Arabi transitati su basi aeree egiziane.

La politica Usa in Libia

Ad agosto come a settembre, i media, soprattutto italiani, non hanno dato grande importanza a questi fatti, che mettono invece in luce due aspetti fondamentali per comprendere l’attuale scenario libico. Il primo riguarda la politica statunitense sulla regione. Infatti, secondo le stesse fonti, gli Usa non sono stati avvertiti degli attacchi dagli alleati egiziani e arabi, una cosa impensabile prima del 2011. In un generale quadro di disimpegno americano in Medio Oriente, la Libia rappresenta il caso più eclatante. Per capire come si è arrivati a questo punto, Linkiesta ha chiesto ad Arturo Varvelli, research Fellow presso l’Ispi (Istituto Studi Politica Internazionale) e ad Alberto Negri, inviato del Sole 24 Ore, un quadro della situazione. «Era assolutamente impossibile che prima del 2011 avvenisse un’azione militare di alleati senza avvisare gli Usa, è una situazione frutto dello stravolgimento avvenuto anche per colpa del leading from behind, che è un eufemismo per dire che gli Stati Uniti, di fatto, non controllano e non sono più capaci di usare la loro influenza su tutta questa vasta area» spiega Varvelli. Questa uscita di scena, secondo Negri, «È stato un segno per le potenze regionali, che si sono sentite autorizzate a intervenire a loro piacere senza dover avvisare nessuno».

Il ruolo degli Emirati e delle potenze regionali

L’altro punto fondamentale è, ovviamente, il fatto che gli attacchi arrivavano dagli Emirati Arabi (che distano circa 4mila km dalla Libia). Lo stato di caos e la totale assenza americana, e più in generale del mondo occidentale, hanno aperto margini di azione senza precedenti per le potenze medio orientali. Ancora con Negri: «La Libia non è più solo il teatro di una guerra civile interna, ma anche quello di una guerra civile per procura», dove le rivalità dei Paesi del Golfo, e non solo, si manifestano attraverso il supporto e il finanziamento di questa o quella fazione in Libia. Semplificando possiamo dire che, in questo momento, abbiamo da una parte Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dall’altra Qatar e Turchia. L’opposizione risale alle cosiddette primavere arabe e al ruolo della Fratellanza Mussulmana, con i primi che la osteggiano apertamente e i secondi che l’hanno sempre appoggiata. Spiega Varvelli: «Gli Emirati stanno conducendo insieme all’Egitto una campagna per diverse vie, anche militari, contro la Fratellanza Mussulmana. La Libia è vista come un Paese che può andare verso una forte influenza islamista, in particolare della Fratellanza, perché dopo la sconfitta alle elezioni libiche abbiamo visto che è riuscita tramite l’alleanza con le forze militari di Misurata ad avere un ruolo predominante in Tripolitania. Da questo naturalmente l’interesse di Emirati ed Egitto, che spingono a un controllo e a un contenimento della fratellanza mussulmana». Come ha spiegato Michele Dunne, del Carnegie Endowment for International Peace al New York Times:«In ogni arena - Siria, Iraq, Gaza, Libia – questa polarizzazione regionale, con l’Arabia Saudita da una parte e gli Eau su un lato e il Qatar e la Turchia dall’altro, è risultata essere un gigantesco impedimento agli sforzi internazionali di risolvere ognuna di queste crisi».

Cosa può fare l’Occidente

Sforzi internazionali in Libia non se ne sono visti granché dalla caduta di Gheddafi a oggi. Questa prolungata assenza, oggi, complicherebbe ancor di più un’eventuale intervento occidentale. La Libia, lasciata a se stessa, è caduta nell’anarchia. Il regime di Gheddafi riusciva a tenere insieme una galassia variegata di fazioni, tribù e etnie, che non hanno una vera identità nazionale. Uno dei motivi di unione, secondo Negri, era prettamente economico: «Non c’è dubbio che la questione economica sia fondamentale. Era evidente che la lotta contro Gheddafi aveva come sfondo quello della lotta per la divisione delle risorse. Il fatto che il petrolio in Libia paghi tutti e tutto ne fa la posta fondamentale, poi subentra la lotta tra le fazioni ma prima di tutto c è quello. E la sua distribuzione è stato anche il motivo che ha fatto inceppare il regime che non era più in grado di accontentare tutti in maniera soddisfacente. Ora si ripropone lo stesso problema in maniera ancora più eclatante, perché ognuno sta per sé».

La guerra civile ha moltiplicato le fazioni, con la creazione di gruppi di miliziani autonomi. Ora queste differenze emergono ovunque, con l’aggiunta dei nuovi players regionali che si scontrano lontani da casa loro.

Se ora Obama e i suoi alleati decidessero di intervenire, si troverebbero davanti uno scenario a dir poco intricato. A Tripoli i miliziani islamisti di Misurata, appoggiati dai Fratelli Mussulmani, controllano la città e combattono contro le milizie di Zintan (quelle che hanno ricevuto il sostegno aereo degli Emirati in agosto, e forse anche ieri). Il parlamento di Tripoli è scappato a bordo di una nave traghetto a Tobruk, vicino al confine egiziano. A Bengasi i jihadisti del gruppo Ansar al Sharia hanno dichiarato il califfato e si scontrano con il Libyan National Army del generale Haftar. A questi gruppi si aggiungano le milizie affiliate ad al Qaeda, le tribù berbere e vari clan locali.

«Nel caso di un intervento occidentale la via facile è quella di un intervento a sostegno delle forze che noi reputiamo più laiche, che potrebbero essere da una parte in Cirenaica quelle del generale Haftar, dall’altra le forze di Zintan in Tripolitania. Questo finirebbe a lungo termine per spaccare ulteriormente il Paese. Infatti, tutti gli interventi di questo tipo che abbiamo visto hanno sempre favorito una parte sull’altra. È successo in Iraq, così è successo in Afghanistan, e questo ha allungato i tempi di stabilizzazione dei Paesi, squilibrando nuovamente i pesi interni tra le fazioni e i gruppi politici e creando ulteriori problemi. Ci possono essere due tipi di intervento utile. Uno di contenimento prettamente contro le forze che abbiamo individuato come jihadiste e quindi potrebbero essere solamente quelle in Cirenaica, che sono le forze vicine ad Ansar al Sharia. Intanto si può effettuare un intervento di supporto. Prima si raggiunge un equilibrio interno tra le varie fazioni che combattono nel Paese, e poi si può intervenire a salvaguardia di questa pace. Se non viene ottenuta, andare lì e frapporsi tra milizie che stanno combattendo in un Paese che vive una condizione di guerra civile non tra due, ma tra molte parti, creerebbe una condizione molto pericolosa» sostiene Varvelli.

Il 17 settembre si terrà a Madrid una riunione a livello ministeriale per discutere della Libia e del suo futuro. Al summit informale è attesa la partecipazione di Onu, Ue, Lega Araba, Paesi del 5+5 (di cui fa parte anche l’Italia) e delle nazioni confinanti con la Libia. Forse in questa occasione qualcuno prenderà una posizione. Fino ad ora, l’attenzione dei governi e dei media è stata monopolizzata da Siria e Iraq. Ma non si dimentichi che alle porte dell’Europa c’è uno scenario aperto e imprevedibile che potrebbe cambiare gli equilibri di tutta la regione.


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