Osservatore Romano 
23/08/2014

Gli unici interlocutori possibili
di Zouhir Louassini

Per un dialogo tra cristiani e musulmani.

Tanti anni fa in un incontro organizzato dalla moschea di Madrid sul dialogo tra musulmani e cristiani, vissi un’esperienza che mi fece capire quanto sia difficile avviare un vero dialogo tra le religioni. Al convegno era presente un giovane religioso, imam d’una piccola moschea in una località spagnola, che mi raccontò come fosse stato appoggiato dalle suore cattoliche per costruire il suo luogo di culto e anche come la Chiesa avesse dato una mano alla piccola comunità musulmana nella zona. Una terza persona che era lì con noi, un po’ provocatoriamente, disse con un sorriso: «Ma allora non sono degli infedeli!». Il religioso replicò con stizza: «Sono sempre infedeli e la loro unica salvezza è nella conversione all’islam!». E se ne andò verso la sala per partecipare al dibattito programmato sul dialogo religioso.

Con il tempo ho imparato che si dialoga non solo con chi vuole dialogare ma anche con chi, effettivamente, può farlo. Il dialogo tra le religioni non può infatti consistere solo nell’incontrarsi in convegni per parlare del tempo, del cibo; e tanto meno nel limitarsi a esaltare i meriti della propria fede. Il dialogo ha bisogno di sincerità, di stima tra gli interlocutori e, soprattutto, di una vera conoscenza dell’altro.

Nel lontano 1967 lo storico e sociologo Abdallah Laroui pubblicò in Francia uno dei libri più utili per capire la realtà araba e la sua evoluzione: L’idéologie arabe contemporaine: essai critique, con un’introduzione di Maxime Rodinson. In quell’opera individua con perspicacia il denominatore comune che ha giocato un ruolo fondamentale nell’elaborazione e nell’espressione di tutte le ideologie nel mondo arabo: il rapporto con l’occidente. Da un secolo infatti gli arabi non fanno altro che definirsi in relazione al mondo occidentale e ai suoi valori.

Per Laroui questa ricerca di se stessi ha generato tre tipi di ideologie o meglio tre «tipi di arabi». Il primo tipo è il «liberale»: è uomo politico, convinto che l’arretratezza del mondo arabo sia il risultato di tanti secoli di oscurantismo sotto il predominio ottomano. La soluzione, a suo avviso, si trova nella filosofia dei Lumi e nella difesa della democrazia liberale.

Il «tecnofilo» è il secondo tipo: questi crede che né la libertà politica né il parlamento siano il segreto della potenza dell’occidente. Questo risiederebbe invece nella tecnologia e nelle scienze applicate a spiegarne il dominio sul mondo.

Infine c’è il «chierico», l’uomo religioso, che ha mantenuto ben salda l’opposizione tra occidente e oriente nel quadro del rapporto tra cristianesimo e islam; questo terzo tipo di arabo cerca di mostrare che l’islam è stato e rimarrà superiore al cristianesimo.

Tre tipi, dunque. Per i primi due l’occidente può offrire dei modelli da seguire; per il terzo, invece, fuori dal proprio mondo c’è solo una minaccia contro la quale bisogna reagire. Per varie ragioni, difficili da riassumere in un breve articolo, oggi è l’ultimo tipo che predomina culturalmente nel mondo arabo.

Il terzo tipo riassume una realtà molto complessa. In essa, priva di vere istituzioni religiose che ne orientino le scelte, quelli che hanno un minimo d’influenza sono incapaci di uscire da schemi mentali, ideologici, politici appartenenti ad altre epoche. Nel medesimo tempo, quelli che hanno modernizzato il loro approccio al problema rimangono totalmente isolati.

Questa è la situazione oggi nel mondo arabo. Realtà estremiste come l’Is, un gruppo che non supera le ventimila persone, non sono altro che la punta dell’iceberg. Se si vuole cominciare a sciogliere questo enorme blocco di ghiaccio, sarebbe giusto e opportuno partire dal fatto che i musulmani moderati, benché ammutoliti, sono la stragrande maggioranza. Sono loro gli unici interlocutori possibili per un dialogo basato sulla conoscenza, sul rispetto e sulla stima reciproca.

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