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3 Apr 2014

Erdogan, il sultano della CIA
di Bahar Kimyongür

Milioni di turchi, arabi e musulmani hanno visto in Erdogan un liberatore dopo aver visto il suo show davanti a Shimon Peres a Davos nel 2009. In realtà era solo una messinscena. Come dimostrano la sua nuova spedizione militare contro la Siria e l’intenzione di inscenare un falso attentato, tutto questo al servizio dei suoi padroni di Washington. Bahar Kimyongür toglie il velo alle menzogne mediatiche di questa “Operazione Bottino”.

Un corpo di spedizione jihadista creato nel sud della Turchia avanza verso la città costiera di Lattakya nel nordest della Siria. Composta in maggioranza di combattenti europei, asiatici, magrebini, turchi, arabi del Mashrek e del Golfo e di qualche siriano sperduto, tra cui dei turkmeni, questa legione straniera rappresenta l’ultimo cavallo di battaglia del Primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nella sua guerra fatta per procura contro la Siria. Dopo la rivolta di milioni di turchi contro la sua politica repressiva e bellicosa, dopo le rivelazioni del suo coinvolgimento in una vasta rete mafiosa e soprattutto dopo tre anni di fallimenti sul fronte siriano, Erdogan sembra volersi giocare il tutto per tutto. Non aveva forse promesso ai suoi fedeli che avrebbe pregato nella moschea degli Omayyadi una volta che il governo siriano fosse stato rovesciato? Non essendo riuscito a realizzare il suo megalomane progetto, Erdogan prova il bisogno di conquistare sia le menti che le terre dei popoli che non si lasciano sottomettere. Per questa ragione, prende di buon grado ispirazione dall’eredità imperiale del paese, sogna di essere il nuovo Selim I°, il sultano ottomano soprannominato “Il Terribile” o “il Crudele”, colui che sottomise la Siria e l’Egitto all’inizio del XVI° secolo Non a caso Erdogan ha battezzato il terzo ponte sul Bosforo attualmente in costruzione con il nome del suo mentore imperiale. Come il sultano Selim, Erdogan vuole regnare sulla Siria e l’Egitto. E come il sultano Selim, Erdogan manda le sue truppe a massacrare gli aleviti, gli alawiti e le altre comunità sospettate di essere miscredenti, eretiche o vicine all’Iran. Tuttavia, a differenza del temibile sultano-califfo, Erdogan è solo il lacchè di un Impero più forte di lui, quello statunitense. La sua carriera politica alla testa dello stato è segnata dalla sua volontà di conciliare le proprie ambizioni personali con gli interessi dei suoi padroni. Lo stesso dicasi per il suo sostegno senza alcun freno al terrorismo e alla guerra in Siria, sostegno incoraggiato ed inquadrato fin dall’inizio della crisi siriana dal suo partner strategico americano.   Falsi anti-turchi, la CIA, Menderes e Erdogan Una conversazione top-secret tra ufficiali turchi programmata da Erdogan e diffusa la scorsa settimana attraverso i social network ha rivelato che il capo dei servizi di sicurezza Hakan Fidan era pronto a bombardare il mausoleo del nonno del fondatore dell’Impero ottomano Suleyman Shah situato in un’enclave turca in territorio siriano per giustificare l’entrata in guerra di Ankara contro Damasco. Il sultano neo-ottomano Erdogan era quindi pronto a distruggere un gioiello del patrimonio nazionale per la propria gloria e, indirettamente, per il bene dell’America. Non è la prima volta che un governo turco organizza con Washington un falso attacco contro un edificio turco di grande valore simbolico per prendersela con qualcuno più debole di lui. Nel 1955, i servizi segreti turchi effettuarono un attentato sotto falso nome contro la casa di Mustafa Kemal Atatürk a Salonicco in Grecia e accusarono i comunisti turchi di esserne gli autori. All’epoca, la Turchia era diretta da Adnan Menderes, un primo ministro islamico conservatore filo-USA. Grazie a quella “strategia della tensione” i gorilla turchi e americani tentarono di giustificare la loro guerra interna contro i comunisti turchi. In seguito a quel falso attentato, il 6 e 7 settembre 1955, alcune chiese greche e armene, alcune sinagoghe, alcune scuole, alcune case e degli esercizi commerciali furono saccheggiati ed incendiati, alcuni uomini furono linciati in pieno centro a Istanbul a causa della loro identità religiosa. L’operazione fu orchestrata dalla Gladio turca, l’esercito segreto della NATO che allora era in guerra contro il “pericolo comunista”. E proprio Adnan Menderes, l’uomo della CIA degli anni ’50 che coprì il pogrom di Istanbul, è eretto ora a modello da Recep Tayyip Erdogan.   Il regime di Ankara in guerra contro gli armeni di Siria Se il piano di attacco contro il mausoleo ottomano in territorio siriano non ha avuto successo, gli armeni di Siria ed altre minoranze tacciate di essere “miscredenti” sono oggi nuovamente bersaglio del regime di Ankara. In effetti, fin dal primo giorno di primavera, orde jihadiste venute dalla Turchia hanno invaso Kassab, un villaggio armeno e alawita situato sulle pendici del Monte Casius nel nord-ovest della provincia costiera di Lattakya. Battezzata “Operazione Bottino” (Anfal) dai capi jihadisti, questa nuova razzia barbarica non poteva avere un nome più esplicito. Per facilitare l’avanzata degli invasori jihadisti, l’aviazione turca ha abbattuto un MIG 23 siriano che proteggeva il villaggio. Erdogan ha invocato il fatto che l’aereo siriano avesse violato lo spazio aereo turco come giustificazione dell’abbattimento di quell’aereo. Ma l’aereo è caduto nella zona di Kassab in Siria. Il pilota, Thabet Ismail, non è certo Superman e non è neanche dotato di una tuta tipo alare (wingsuit). Saltando col paracadute, è naturalmente atterrato in Siria parecchi kilometri all’interno del suo territorio. Il regime di Ankara ha così non solo aggredito la Siria ma ha anche offerto una copertura aerea ai suoi mercenari. Ad esempio, l’Osservatorio 45 che domina la zona montagnosa di Kassab vicino a Kastal Maaf è stato per breve tempo conquistato dalla legione straniera di Erdogan grazie ai tiri di artiglieria dell’esercito turco. Quanto agli jihadisti feriti in combattimento, essi sono stati trasferiti da alcuni militari turchi negli ospedali della provincia turca dell’Hatay. Di fronte all’avanzata degli jihadisti, gli abitanti di Kassab e dei villaggi circostanti si sono rassegnati a fuggire verso Lattakya. Soltanto alcuni vecchi armeni, indubbiamente stanchi di essere ossessionati dopo un secolo dallo spettro dell’esodo, hanno preferito rimanere nel villaggio. Essi sono stati il bersaglio di atti di violenza e umiliazione: le loro case sono state saccheggiate, i crocifissi, le bottiglie di vino e gli stock di carne di maiale sono stati distrutti sotto i loro occhi, come ha riconosciuto il signore della guerra saudita Abdallah Mhesne (France 24, 26 marzo 2014). Quanto ai patrioti che hanno resistito all’assalto jihadista, sono stati passati a fil di spada. Come Nazem Shehadeh. Lo scorso agosto sua madre, sua moglie e due figli maschi erano stati sequestrati dai terroristi per il solo motivo di essere alawiti. Precchie centinaia di civili e di militari siriani sono stati uccisi nel corso dell’assalto turco-jihadista contro il nord della provincia di Lattakya.   La Siria, il nuovo Vietnam degli USA Saremmo degli ingenui se credessimo che gli USA fossero neutrali, disinteressati e assenti in questo nuovo assalto contro il territorio siriano. Fin dall’inizio della guerra contro la Siria, le forze speciali statunitensi e la CIA si sono in modo discreto dispiegate da una parte e dall’altra della frontiera turco-siriana. Dal gen. Paul E. Vallely al senatore John Mc Cain, tutta la vecchia guardia militare statunitense che aveva combattuto in Vietnam ha proceduto ad ispezionare le truppe jihadiste del nord siriano a partire dalla Turchia di Erdogan. Decine di negativi fotografici mostrano Vallely e McCain in compagnia di comandanti jihadisti in Turchia e in Siria. Questa presenza americana è prova sufficiente della collaborazione tra il governo di Erdogan e l’establishment USA nella guerra contro la Siria. Ricordiamo solo di passaggio che dopo l’invasione statunitense dell’Irak, Erdogan si era proclamato vice-presidente del Progetto del Grande Medioriente (in turco: « Büyük Ortadogu Projesinin Esbaskaniyim »), il piano di conquista dei paesi arabi versione “soft ” elaborato durante il regno di George Bush. Dal momento che la rivoluzione colorata del marzo 2011 sponsorizzata da Washington (ricordiamo la partecipazione dell’ambasciatore americano in Siria Robert Ford alle manifestazioni antigovernative) è stata domata dallo stato siriano, quest’ultimo adesso deve affrontare un’insurrezione terroristica sponsorizzata anch’essa da Washington. Malgrado qualche battibecco amplificato dai media e dovuto al suo temperamento focoso, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan risulta essere un proconsole leale e zelante, pronto a reclutare tutti gli psicopatici del globo nella sua campagna militare contro la Siria. Milioni di turchi, arabi e musulmani hanno visto in Erdogan un eroe e un liberatore in seguito al suo show di “ Un minuto” davanti a Shimon Peres all’epoca del summit di Davos nel 2009. In realtà, Erdogan non ha ereditato dai sultani conquistatori null’altro che l’arroganza e la crudeltà. Tutto il resto è solo cinema hollywoodiano.  

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