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sabato 21 giugno 2014

NO TAV, senza ideologie
di Fabio Della Pergola

Un chilometro di alta velocità in Italia costa sei volte più che in Francia.

Non lo dico io, lo scrive Repubblica in un lungo articolo di Franco Cordero.

E questo, ancor più della diatriba nimby (not in my back yard, non nel mio cortile) sulla legittimità o meno di attraversare una valle con un treno, a me pare la questione numero uno (o il pericolo pubblico n. 1, se preferite) dell’annosa vicenda TAV (sulla logica nimby invece ho parecchie perplessità).

Forse è vero, un paese come l'Italia non può fare a meno di alta velocità su rotaia per il semplice fatto che siamo stretti e lunghi e se non fai treni ad alta velocità vince l’aereo, più veloce, comodo e perfino concorrenziale ormai in termini di costo. E se vince l’aereo collassano le ferrovie che sulle tratte lunghe e costose ci campano.

Solo che se collassano le ferrovie collassano anche quei tanti e già maltrattatissimi collegamenti locali, regionali e poco più, su cui viaggiano (malissimo, ma viaggiano) tanti pendolari.

La domanda quindi è stata, in brutale sintesi, facciamo fallire la compagnia aerea o facciamo fallire le ferrovie dello stato? La risposta la sapete già e se non ci si fosse messa di mezzo la torbida impennata patriottistica del Cavaliere - che rifiutò l’accordo (su cui sarebbe opportuna un'occhiuta verifica) con Air France in nome di una cordata di baldanzosi cavalierini tutti italiani - la contorta vicenda Alitalia sarebbe stata risolta anni fa a costi umani (e finanziari), molto, ma molto più contenuti.

Fatta fallire la compagnia di bandiera o avendone ridimensionate drasticamente le prospettive e le ambizioni, le Ferrovie italiane navigano ora in acque relativamente tranquille (fatta salva una concorrenzialità sempre ostacolata per tornaconto personale di qualche boiardo e lo stipendio assolutamente fuori da ogni comprensibilità umana e non umana dei suoi massimi dirigenti).

Ma resta il fatto che ogni chilometro di alta velocità costa sei volte che in Francia.

La questione deve essere risolta perché ne va del nostro orgoglio nazionale: non per limitare i danni all'erario, ma perché nessuno può ammettere di essere sei volte più stupido dei francesi, giammai, jamais; scusate l’argomentazione un po’ frivola, ma credo comprensibile.

E quindi delle due l’una: o si fermano questi lavori - ormai chiusa la vexata questio tra aereo e treno, nessuno corre più dietro a nessun altro - oppure si affidano i lavori alle stesse ditte francesi che hanno lavorato oltralpe. E agli stessi costi. E se, per caso, è solo un’ipotesi maligna, a qualche politico nostrano venisse voglia di mettere il becco nella faccenda, potremmo ben sostituire anche lui - per il tempo necessario - con un parigrado francese.

Mi rendo conto che tutto questo può non essere semplice da attuare, quindi comincerei a prendere sul serio la possibilità che la TAV sulla linea Lione-Torino possa essere rimandata a data da destinarsi. E chiederei che il Partito Democratico prendesse una decisione in tal senso essendo ormai organo di governo santificato a furor di popolo (anche se è bene ricordare che il 41% di suffragi non corrisponde al 41% degli italiani, ma a 11 milioni di voti, cioè a un quinto scarso della popolazione complessiva: forse sarebbe meglio che Renzi e le sue Renzettes se lo ricordassero).

Del PD sono note le posizioni a favore della TAV a llivello nazionale e regionale, ma a volte contrarie a livello locale; ora prenda atto che non esiste alcuna urgenza, non c’è alcun accordo sociale, non c'è alcuna convinzione condivisa sulla necessità di velocizzare quella tratta, non c’è alcuna certezza sull’uso dei fondi necessari né sull’entità finale del costo di un’opera su cui esistono, a parte i nimby, pareri parecchio discordanti anche da parte di molti esperti. Inoltre non c'è una lira, comunque la si giri.

Quindi, abbiate pazienza, ma sarebbe opportuno varare un No-Tav non ideologico né per preconcetta opposizione politica. Una moratoria sulle rotaie. Una sospensione per legitima suspicione di inutilità. Un atto di clemenza verso quella valle e verso le nostre beneamate capacità di sopportazione, stremate da scontri fra l'insensata durezza di uno stato, per tanti altri versi assolutamente imbelle, e una selva di sigle di opposizione tutt'altro che sensate, ragionevoli e condivisibili nel loro furore ideologico.

Stremate più che altro dalle notizie quotidiane che ci parlano di bustarelle sempre, ovunque, a qualsiasi livello, per qualsiasi lavoro, per qualsiasi gara d'appalto. Figuriamoci in una megaopera destinata a costare sei volte più della speculare fatta in Gallia.

Quindi fermiamoci su questa faraonica operazione tritaquattrini. Quantomeno per non passare come gente sei volte più scema dei francesi.

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