Il Manifesto
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10 apr 2014

Gerusalemme, Israele toglie l’acqua ai palestinesi che vivono oltre il Muro
di Michele Giorgio

Da oltre un mese le decine di migliaia di palestinesi che vivono nel campo profughi di Shuffat e in altri sobborghi arabi sono senza acqua. Un problema che non affligge la vicina colonia israeliana di Pisgat Zeev

Gerusalemme, 10 aprile 2014, Nena News –

I piatti e le pen-tole da lavare si accu-mu-lano nella cucina di Umm Kha-lil. “Mi scuso per il disor-dine ma non c’è acqua, fino alla scorsa set-ti-mana dal rubi-netto ne usciva un filo, almeno si riu-sciva a bere e a lavare poco alla volta bic-chieri e piatti, ma da due giorni è tutto secco”, si lamenta la donna. “E que-sto è nulla, per-chè non pos-siamo più lavarci, met-tere in fun-zione la lava-trice e soprat-tutto usare lo sciac-quone. E’ ter-ri-bile!”, aggiunge Umm Kha-lil spie-gando che per farsi la doc-cia è costretta ad andare a casa della sorella che, “Gra-zie a Dio”, rie-sce ad accu-mu-lare acqua durante la notte nei ser-ba-toi esterni, i “cilin-dri” neri visi-bili sui tetti di ogni casa pale-sti-nese. I ser-ba-toi dell’abitazione di Umm Kha-lil sono vuoti come lo sono quelli di quasi tutte le fami-glie di Shuf-fat, unico campo pro-fu-ghi di Geru-sa-lemme Est e una delle loca-lità pale-sti-nesi alla peri-fe-ria della Città Santa che da oltre un mese hanno pochis-sima acqua. Una con-di-zione che si è fatta insop-por-ta-bile con l’arrivo della pri-ma-vera e l’aumento delle tem-pe-ra-ture. “Gli israe-liani ci lasciano in que-sto stato, sino ad oggi non hanno fatto nulla di con-creto per aiu-tarci. Siamo costretti a com-prare l’acqua in bot-ti-glia per bere”, pro-te-sta Jamal al Malki, pro-prie-ta-rio di un nego-zietto di ali-men-tari tra le povere case del campo per rifu-giati, ricor-dando che la stessa Corte Suprema israe-liana ha dato 60 giorni di tempo alle auto-rità per risol-vere il pro-blema. Sino ad oggi però è cam-biato ben poco.

I respon-sa-bili israe-liani si difen-dono, affer-mano che la man-canza di acqua cor-rente è il risul-tato di una infra-strut-tura “decre-pita” che non rie-sce più a sod-di-sfare i biso-gni cre-scenti di una popo-la-zione in rapido aumento. Una giu-sti-fi-ca-zione che, allo stesso tempo, genera un inter-ro-ga-tivo: per-ché negli anni pas-sati non sono stati fatti i lavori per lo svi-luppo della rete di distri-bu-zione nella zona di Shuf-fat rima-sta a secco? E non si può fare a meno di notare che la “crisi idrica” non si regi-stra nella parte ovest, ebraica, di Geru-sa-lemme. Nella città più con-tesa della sto-ria dell’umanità, sulla quale Israele ha impo-sto uni-la-te-ral-mente la sua sovra-nità (con-tro il diritto e le riso-lu-zioni inter-na-zio-nali) la rispo-sta a que-sto inter-ro-ga-tivo non può essere solo tec-nica, ma ha anche un impor-tante con-te-nuto poli-tico. I pale-sti-nesi del campo pro-fu-ghi di Shuf-fat uffi-cial-mente sono parte del comune di Geru-sa-lemme ma vivono sul ver-sante cisgior-dano del Muro costruito da Israele intorno alla città. Il fatto che il campo sia stato sepa-rato da Geru-sa-lemme indica, in modo ine-qui-vo-ca-bile, che, nei pro-getti a lungo ter-mine di Israele, quei pale-sti-nesi non saranno più resi-denti della “capi-tale”. Già ora gli abi-tanti del campo devono supe-rare un posto di blocco per uscire e acce-dere al resto della città. A Shuf-fat i ser-vizi comu-nali sono quasi ine-si-stenti e a garan-tire un minimo di vivi-bi-lità è l’intervento dell’Unrwa (Onu) e delle asso-cia-zioni cari-ta-te-voli. Que-sta situa-zione si riscon-tra anche in altri sob-bor-ghi pale-sti-nesi che Israele cede-rebbe subito e molto volen-tieri all’Autorità nazio-nale di Abu Mazen, se esi-stes-sero le con-di-zioni poli-ti-che per farlo. Il quo-ti-diano Haa-retz un paio d’anni fa rivelò che le strut-ture pub-bli-che israe-liane offrono sem-pre meno, quasi nulla, a quei pale-sti-nesi (circa 50 mila) con resi-denza uffi-ciale a Geru-sa-lemme ma che vivono fuori dai con-fini muni-ci-pali. Per-sone che in futuro non saranno parte della popo-la-zione della città e per que-sto tra-scu-rate (a dir poco) dagli occu-panti israe-liani e che, allo stesso tempo, non pos-sono essere assi-stite dall’Anp per-chè ancora parte di Gerusalemme.

“Stiamo par-lando di una zona che è stata tagliata fuori dal resto della città — spiega Ronit Sela, por-ta-voce dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele, che ha avviato la bat-ta-glia legale per conto dei resi-denti Shuf-fat — una zona che è stata tra-scu-rata, anche prima della costru-zione del Muro, lasciata senza infra-strut-ture men-tre il numero di per-sone con-ti-nuava a cre-scere. Ora l’ intero sistema idrico crolla e nes-suno si assume la respon-sa-bi-lità”. Eli Cohen, vice diret-tore dell’azienda idrica israe-liana HaGi-hon, si affanna a spie-gare che la rete di distri-bu-zione in ori-gine doveva ser-vire circa 15.000 per-sone e non le 60.000–80.000 di oggi. E accusa gli abi-tanti di Shuf-fat di non pagare l’acqua che con-su-mano. La Water Autho-rity israe-liana nega ogni respon-sa-bi-lità e punta l’indice con-tro la HaGi-hon. Ma la “replica” a tutte que-ste giu-sti-fi-ca-zioni è solo a poche cen-ti-naia di metri dal campo pro-fu-ghi. La vicina colo-nia ebraica di Pisgat Zeev non ha pro-blemi con l’acqua, di alcun tipo. così come tutti gli altri inse-dia-menti colonici. Nena News

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