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lunedì 12 maggio 2014

«Noi non siamo messaggeri del presidente Bashar al-Assad : parliamo sulla base della nostra esperienza di cittadini siriani»
di Manuela Borraccino

Cristiani di Siria, un appello unitario da Ginevra per rilanciare la pacificazione

Uniti per chiedere alla comunità internazionale di aiutare a riavviare la ricostruzione. Uniti per ribadire che «non ci sono cristiani e musulmani, non ci sono pro o anti-regime, ma solo siriani». Parte da Ginevra la campagna Cristiani di Siria: la sfida di parlare a una sola voce, come recita il titolo della conferenza con sette personalità cristiane di rango che si è svolta ieri sera a Ginevra, nell’affollato ex tempio protestante dell’Espace de Fusterie, in pieno centro.

All'inizio del quarto anno di guerra e con oltre 150 mila morti e milioni di sfollati interni o profughi, quattro presuli e tre laici a capo delle organizzazioni umanitarie cristiane impegnati sul terreno hanno rivolto un appello nella città simbolo della diplomazia internazionale per «preservare il mosaico siriano» formato da sunniti, alawiti, drusi e ben undici confessioni cristiane (secondo un censimento del 2011 in Siria vivevano 500 mila greco-ortodossi, 200 mila greco cattolici (o melchiti), 100 mila armeno-ortodossi, 90 mila siro-ortodossi o giacobiti, 40 mila siro-cattolici, 35 mila armeno-cattolici, 30 mila maroniti, 30 mila caldei, 30 mila assiri o nestoriani, 10 mila latini e 10 altrettanti protestanti).

Un mosaico, ha ricordato l’arcivescovo siriaco-ortodosso di Damasco mons. Dionysius Jean Kawak, da tre anni è minacciato dall’Islam radicale rappresentato da Al Qaeda o dal fronte Al Nusra, che come si è visto di recente negli orrori e crocifissioni perpetrate a Raqqa «si rivolge contro gli stessi musulmani moderati, prima ancora di perseguitare i cristiani».

Il pensiero è corso al martirio del gesuita padre Frans van der Lugt, ucciso un mese fa a Homs, e ai due vescovi rapiti nell’aprile 2013: «Il rapimento del metropolita siriaco ortodosso di Aleppo mons. Gregorius Hanna Ibrahim e dell’arcivescovo greco ortodosso di Aleppo mons. Boulos al-Yazigi non può essere considerato alla stregua di un sequestro come tutti gli altri – ha ribadito – e nonostante tutti gli sforzi e i tentativi di avere notizie in questi tredici mesi, nulla si sa sulla loro sorte», come su quella dei sacerdoti Paolo dall’Oglio, Michel Kayyal, Ishac Mahfouz.

Nella difficoltà di «avere un quadro chiaro della situazione sul campo e di quale evoluzione possa avere», l’arcivescovo melchita di Bosra e Hauran mons. Nicolas Antiba ha però affermato con forza che «non ci sarà pace per la Siria finché le potenze che si definiscono democratiche non costringeranno quei regimi che stanno distruggendo la Siria a smettere di sostenere con le armi, il denaro e l’ingresso di miliziani le bande armate che stanno terrorizzando la popolazione».

«Questa è sempre di più una guerra per procura», gli ha fatto eco mons. Giuseppe Nazzaro, vicario apostolico emerito di Aleppo dei Latini e già Custode di Terra santa. Il presule ha rivolto un appello ai media internazionali a verificare la veridicità dei resoconti su quanto sta avvenendo in Siria, ad esempio dopo il massacro avvenuto nel villaggio di Gisser Es Schoughour il 2 giugno 2012, dove 125 poliziotti sono stati decapitati dai terroristi islamici e non, come erroneamente riportato, dall’esercito governativo. O sulla tratta di bambine vendute per porre rimedio alla fame, altra arma di guerra in Siria.

«Noi non siamo messaggeri del presidente Bashar al-Assad – ha ribadito Samir Laham, direttore delle relazioni ecumeniche e per lo sviluppo del patriarcato greco-ortodosso d’Antiochia e di tutto l’Oriente (Damasco) –; non siamo protetti da Assad e neppure sotto qualche sua minaccia: parliamo sulla base della nostra esperienza di cittadini siriani». 

A capo di una delle più attive organizzazioni umanitarie in Siria, Laham ha ricordato «il tremendo impatto che la guerra ha avuto sul tessuto sociale»: tensioni senza precedenti fra le comunità, emigrazione di un’intera classe di imprenditori e di giovani laureati, chiusura di scuole e università, una perdita di capitale umano inestimabile. In questo drammatico scenario le diverse Chiese siriane «hanno offerto tutto il loro sostegno a chiunque, musulmani e cristiani indipendentemente dalla fede di appartenenza».

 «Nessuno può trovare una soluzione politica al posto dei siriani – ha ribadito - ma questo richiede coraggio, fede, sacrificio. Ogni giorno usciamo di casa senza sapere se la sera torneremo. È urgente e necessario lavorare insieme per la ricostruzione della Siria e contro la presenza dell’islamismo fondamentalista che ha completamente alterato il panorama in Siria».

L’incontro si è chiuso con un appello al pubblico ginevrino e ai rappresentanti delle istituzioni cristiane presenti per fare il possibile per alleviare la morsa sulla popolazione con gli aiuti umanitari, ma soprattutto per fare pressioni sui rispettivi governi così che si possa riavviare il dialogo politico fra il regime e le opposizioni e costringere le monarchie della Penisola arabica a smettere di finanziarie i jihadisti stranieri presenti in Siria.

«I cristiani siriani – hanno ribadito insieme agli altri il vescovo greco ortodosso Nicola Baalbaki, il manager Ghassan Chahine, rappresentante della Chiesa greco-melchita presso il ministero degli Affari sociali siriano e Johny Messo, a capo del Consiglio mondiale degli aramaici – vogliono come ogni altro cittadino siriano a continuare ad essere parte integrante della società siriana, estirpare la corruzione ed insieme ai loro concittadini musulmani costruire uno Stato laico, dove tutti i partiti politici possano essere rappresentati indipendentemente dalla fede di appartenenza sulla base di una Costituzione accettata da tutti».

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