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11 Ottobre 2015

 

La filosofia di Putin

di Pierluigi Fagan

 

La Russia è un continente culturale, per me, di difficile decifrazione. Ammetto prioritariamente la mia ignoranza sostanziale epperò, proprio questa ignoranza mi muove a cercar di colmare almeno i vuoti più gravi. E’ come sempre, una sollecitazione esterna a muovere la curiosità di comprensione.

Sono stato abbonato a Foreign Affairs, la rivista di geopolitica e relazioni internazionali che fa da riferimento agli ambienti di Washington. Mi mandano perciò una newsletter ed ho accesso libero ad un articolo a numero. Questa settimana (oggi 26.09.15) mi ha colpito il titolo di un articolo su “Il filosofo di Putin”, Ivan Ilyn e l’ideologia di Mosca, di A. Barbashin e H.Thoburn. Poiché mi incuriosiva il fatto che Putin avesse un filosofo di riferimento e non conoscendo affatto Ivan Ilyn, ho fatto un po’ di ricerca. Il secondo scatto di curiosità che mi ha spinto poi più in là nella ricerca, ampliandola, è stato un articolo del New York Times del 03.03.14 a firma David Brooks in cui si dava notizia (riprendendo Maria Snegovaya dal Washington Post) del fatto che Putin aveva inviato in dono ai governatori regionali, una trilogia di titoli che comprendeva, oltre al “I nostri compiti” di Ilyn, la “Filosofia della diseguaglianza” di Berdjaev e la “Giustificazione del Bene” di Soloviev (o Solove’v, Solovyov). Beh, l’idea che il capo di un sistema così forte e potente avesse inviato tre libri di filosofia al secondo livello di gestione territoriale del sistema, era intrigante assai. Di primo acchito, la faccenda si configurava come l’invio di una linea ideologica il che era interessante, soprattutto per un modestissimo “pensatore in proprio” come il sottoscritto. Interessante perché qui da noi sembrerebbe strano che Obama o Cameron o più modestamente Renzi, inviassero tre libri in dono ad una struttura di secondo livello. Peggio ancora, di filosofia.  Interessante anche il fatto che non si trattasse di un documento di Putin ma di tre libri, di altrettanti autori, del XIX° e XX° secolo (Solovyov nasce nel 1853 e Ilyn muore nel 1954, Berdjaev sta in mezzo) noti e pubblici, tra le colonne portanti della tradizione culturale russa, almeno i primi due (Soloviev e Berdajev). Cosa voleva dire a livello di contenuto? Qual’era l’idea che voleva trasmettere Putin? Cosa dicono questi tre autori e come sono tra loro correlabili in un unico discorso che dovrebbe rivelarci qual è l’idea che Putin ha del destino russo?

Per rispondere a queste domande, ho sviluppato un po’ la ricerca di cui darò conto. Prima però voglio anticipare qualcosa sull’articolo di FA. L’articolo l’ho letto dopo un po’ che mi ero immerso nei link dei link che mi avevano portato a capire almeno qualcosa dei tre autori e del contenuto specifico dei tre testi. Ritornato a FA, con mia grande sorpresa (ma era un mio peccato di ingenuità) mi sono trovato di fronte ad una sfuriata ideologica con un devastante tasso di acidità. Ora, premetto che non nutro alcuna simpatia istintiva per Putin, né alcuna fascinazione particolare per il rispettabilissimo popolo russo, ed infatti la mia conoscenza della loro cultura si ferma ai classici, alla loro stupenda poesia (quando ero giovane e poeta, Sergej Esenin era il mio eroe), alla loro stupenda musica classica ed alla loro stupenda arte. Beh, in effetti, non è che mi siano poi così estranei ma diciamo che non mi sono mai posto il problema della loro essenza. Conosco cioè ben meglio quella francese, tedesca, inglese, americana, anche un po’ quella cinese oltre che la mia natale, posso dire di conoscere almeno un po’ quella araba ma a quella russa non ho mai pensato. Del resto, il conosciuto della produzione culturale russa, sta in solo un paio di secoli che (a parte gli americani) sono troppo pochi per capire l’eventuale essenza di un popolo. Non suoni presuntuoso l’uso di un termine così impegnativo come “essenza”, lo uso come sinonimo di “spirito”, forse di “un certo spirito” per essere ancor meno assertivi e precisi.

In effetti, io sono studioso di cultura e di filosofia (oltre che di politica, economia, scienze ed altro) e quindi il mio atteggiamento a priori era semplicemente “beh, vediamo un po’ questi qua che pensano” con le migliori intenzioni di com-prendere (prendere assieme) il loro punto di vista, i loro riferimenti, le loro interpretazioni dei fatti storici o di pensiero del mondo. Si può certo poi dire “la storia è questa e quella ma queste idee sono per me a gli antipodi” ma si tratta di un giudizio culturale. L’articolo di Foreign Affairs invece, e qui sta la mia ingenuità, non è giustamente un articolo culturale ma geopolitico o meglio parte da una intenzione geopolitica (sputtanare Putin) usando un argomento culturale. Si tratta quindi null’altro che di propaganda. Visto però che non sono una “anima bella” e mi interesso non meno di geopolitica, non mi ha sorpreso come poteva sorprendere un vero studioso innocente che segue le peripezie dello Spirito, mi ha colpito nonostante tutte le premesse per la veemenza e per una cosa che non saprei se definire disonestà intellettuale (che reputo un peccato molto grave) o semplice ottusità (meno grave ma financo più dannosa) compensata da un velo d’ignoranza.

 

L’articolo di Foreign Affair

Dopo aver raccontato come in effetti Putin consideri Ilyn una fonte di ispirazione profonda ed il suo pensiero, una architettura sulla quale sostenersi per auto-identificazione ideologica, gli articolisti FA, sbeffeggiando il riportare alla luce il suo pensiero in cui il capo stesso del Cremlino si è attivamente prodotto, concludono che “Ignominia era il posto in cui lasciare Ilyn. Non era un pensatore profondo e chiaro (chiaro? quando mai un pensatore profondo è chiaro? Derek Chopra è chiaro ma è profondo?), non era un accademico o un vero filosofo, era un pubblicista, un teorico della cospirazione, un nazionalista russo con un nucleo di tendenze fasciste”. Accipicchia! Registrano poi che è in gran voga presso la locale Chiesa Ortodossa e presso il leader del Partito Comunista russo Gennady Zyuganov che by the way, è pur sempre il principale esponente dell’opposizione russa. Ecco che i nostri due autori affrontano così la piccola biografia intellettuale di Ilyn: inizialmente anarchico, poi liberale di centro destra o conservatore, antibolscevico, espulso nel ’22 (assieme a Berdjaev, con quella che è conosciuta come “la nave dei filosofi”), interno alla comunità russa di Germania ed anzi tra i suoi leader intellettuali, forse simpatizzante di euroasiatismo (il prof. Robinson che poi incontreremo e capiremo meglio chi è, lo esclude). Nel ’33 scrive “National Socialism: A New Spirit” dove congiunge radici e fini dei russi bianchi, fascismo mussoliniano e nazismo hitleriano in base alla condivisione dei valori di “patriottismo, senso dell’onore, sacrificio volontario, attrazione della disciplina, rinnovamento spirituale, rinascita della nazione e nuova giustizia sociale” contro il comunismo e la democrazia occidentale. C’è il virgolettato ma non si sa a quale scritto di Ilyn vada attribuito. Evidentemente quelli di FA, ritengono le note dei disincentivi alla lettura, la chiarezza è meglio della profondità. Nel ’48, Ilyn, censura gli errori di Hitler ma non l’ideologia e spera in Francisco Franco ed Antonio de Olivera Salazar (forse una intuizione appresa da Wikipedia.ru, provare per credere). Anticipa i timori di smembramento della nazione russa basata su identità storica, religiosa e spirituale e di una possibile guerra civile interna fomentata dall’ Occidente entrando anche nello specifico di una Germania affamata di Ucraina e Paesi baltici, Inghilterra nel Caucaso e Asia centrale e Giappone dall’Estremo Oriente. Profeta che l’Occidente avrebbe insidiato l’integrità russa col concetto di democrazia ma la democrazia in un territorio così grande è impossibile. L’unica forma d’ordine efficace ed efficiente sarebbe stato un autoritarismo centralizzato identificato in un leader ed una potente ideologia di sostegno. Non c’è dubbio, i conti a Foreign Affairs, tornano.

 

Dell’ideologia di Ilyn fa parte, secondo FA, la paranoia complottista. Ed ecco i mirovaya zakulisa ovvero i veri burattinai dei leader politici che fungono da cover boy per trame di banchieri, massoni, ebrei (tema molto russo. Si ricordi “I Protocolli dei Savi di Sion”). La convergenza tra il pensiero politico e giuridico di Ilyn e quello religioso, non è tanto basata su una visione religiosa della società ma su una oggettiva coincidenza di valori. Con questa corrosiva miscela di corrompi-neuroni, gli spin doctor del Cremlino lavano il cervello del proprio popolo così che, conclude l’articolo, quando Putin finalmente se ne andrà, sarà comunque molto difficile ripristinare cordiali e fiduciose relazioni col popolo russo.  Non una parola su gli altri due “filosofi”.

Beh, visto che quelli di FA l’avevano messa già dura mi son detto, andiamo a farci un’idea in proprio, essendo questo il motto kantiano dello spazio in cui pubblico i miei scritti. Quanto segue riporta gli esiti della ricerca, in cui incontreremo Soloviev e Berdjaev prima di Ilyn.

 

Radici della filosofia russa

Vista dall’Occidente, la filosofia russa -FR- si dice inizi con Pietro il Grande (primi del XVIII° secolo) stante che fino a qualche decennio prima, non erano proprio noti i testi degli antichi e dei primi moderni dell’Ovest. Vista dai russi, invece, c’è una lunga tradizione svoltasi internamente alla Chiesa ortodossa, sin dall’anno 1000. Del resto, è questo il periodo della finale divisione tra le due chiese cristiane, quelle occidentali che parleranno di “scisma d’Oriente” mentre quelle orientali parleranno di “scisma dei Latini” auto-qualificandosi come “ortodosse”. Einstein non era ancora nato e quindi il problema del punto di riferimento relativo non era conosciuto. Per categorizzare la FR, si suole individuare alcune ricorrenti linee di sviluppo del pensiero noi invece partiremo con la metafisica che è la matrice di ogni successivo pensiero specifico per poi affrontare il problema dell’identità geoculturale e quello dell’organizzazione giuridico-politica.

 

Metafisica

Le radici metafisiche russe sono di origine platonica-neoplatonica/ermetica/gnostica-plotiniane che continuano in quella parte della prima patristica che poi sarà di riferimento per la teologia ortodossa. Qualche influenza proviene anche da ambienti stoici. Quindi, sia che si segua col pensiero la religione, sia che ci si distingua, sia soprattutto (e sono i più, in questa tradizione di pensiero) si stia in mezzo, questo è il richiamo principale, il “comune fondamento”. Questo “stare in mezzo” del pensiero, tra autonomia e affiliazione alla Chiesa ortodossa, ha dato vita a diverse forme di sincretismo, fenomeno molto esteso nella tradizione del pensiero russo e più in generale, di quella orientale. Anche quando il pensiero è autonomo dalla Chiesa ortodossa permangono decisi tratti spirituali. L’origine greca, per altro, potrebbe avere influenze orientali come da molti dibattuto (in effetti, la metafisica dell’Uno e del Molteplice origina dai Veda, il Rg Veda per la precisione). Con ciò, come poi vedremo nel caso delle speculazioni più spirituali, si chiuderebbe un cerchio orientale, di cui i russi, sarebbe l’estremo occidente. La tradizione greca citata, tramite Proclo e la sua dialettica, giunge poi ad Hegel che tanta influenza avrà in ambito russo. L’altra via di questa tradizione è quella prettamente patristica con Origene, Dionigi il Pseudoareopagita e Massimo il Confessore, teologo bizantino molto influente nella teologia ortodossa. L’intera eredità transita tramite la Chiesa bizantina ed in particolare la mediazione prima bulgara e poi degli slavi orientali che avevano centro a Kiev. Il pensiero russo sembra interrarsi in rivoli carsici di icone, poesia popolare e fiabe, all’interno della tradizione ortodossa-popolare, per poi rispuntare ancora coerente dopo le innovazioni pietrine.

Analizzeremo tre ambiti dello sviluppo del pensiero russo: l’area spirituale, l’interrogazione sull’identità geoculturale e la filosofia politica (escludendo il marxismo-leninismo). Dentro questo triangolo di concetti, c’è il senso della filosofia di Putin ma anche buona parte di quella russa in quanto tale.

 

L’area spirituale

L’ area idealistico-spirituale del pensiero russo, è una delle più significative in assoluto. Spesso sono forme di ibridazione della metafisica prima descritta con lo specifico slavo e con lo spirito e la fede ortodossa. Il sofianismo, è uno di questi ibridi il cui primo esponente fu quel Valdimir Soloviev (o Solovyov, 1853-1900) che fa parte della trilogia omaggio di Putin. Va aggiunto che Soloviev è considerato il pilone della tradizione del pensiero russo da qualsiasi serio studioso che ne affronti la storia. Strana e non ancora ben inquadrata figura di pensatore, Soloveiv ha uno strumento (il pensiero) ed un oggetto (il Tutto), così come il secondo è uno di molteplice, così l’altro ricorre contemporaneamente alla razionalità scientifica, all’intuizione mistica, alla sensibilità artistica, alla logica, alla meditazione spirituale, alla riflessione filosofica. Quest’ultima è, a sua volta, mobilitata sia come metafisica, che come estetica, come etica, come gnoseologia. Si potrebbe dire che Soloviev stava nel mezzo voltandosi ora di qua nel dire “nulla dell’umano (e del reale) mi è estraneo”, ora di là nel dire “nulla del divino (e dell’ideale) mi è estraneo”. Infatti, la sua figura ideale era Cristo, il divino umano che fonde in sé i due mondi.  I legami di questa interpretazione sono forti con certa mistica tedesca, tra cui quel Jacob Boehme che possiamo mettere a tradizione anche di certo pensiero di Hegel. Ed infatti, gli incontri tangenziali tra sofianismo ed idealismo tedesco non sono pochi. I tre concetti fondamentali del suo pensiero sono: Sophia (gnosi, ipostasi dell’eterno femmineo), unità (lo sforzo costante di riportare ad Uno il Molteplice), l’umanità perfetta (realizzazione dell’ideale nell’istituzionale, evoluzione spirituale anche e soprattutto tramite la creatività).

Di Sophia si dà doppia natura divina e creata, naturale e soprannaturale. La faccenda ha probabilmente a che fare anche con il concetto trinitario della Chiesa ortodossa. Qui, infatti, si riteneva essenza eterna sia Dio, sia le essenze increate. Poiché l’essenza divina è inconoscibile (è noumeno), gli atti divini e le essenze increate sono conoscibili tramite l’esperienza (il fenomeno). Qualcosa del genere, si trova addirittura in Filone d’Alessandria, ebreo platonico, che influì non poco su Plotino. Ma siamo anche, gnoseologicamente, dalle parti del trascendentalismo kantiano che è un’altra influenza che i tedeschi ebbero  sul  pensiero russo in generale, anche poi col seguito neokantiano.

L’Unità è propriamente ciò che possiamo dire “il concetto dell’Uno” il cui fabbro demiurgo fu indiscutibilmente Platone (che probabilmente forgiò il concetto unendo le materia prime pitagoriche, parmenidee ed ebraiche – vedi Timeo). Lo sforzo al riunire in Uno è centrale nel suo pensiero, sia come metodo che come fine. Unica dovrebbe essere la nostra discendenza umana da Cristo e quindi cattolici, protestanti, ortodossi non sono che fenomeni transeunti di quel noumeno che è unico, quindi comune. Questa è una identità forte che si distingue oggettivamente da quella ebraica, quella orientale e quella islamica. Il pancristianesimo di Soloviev quindi è antitetico all’eurasiatismo. Altresì, Soloviev ha censurato sia il nazionalismo che il cosmopolitismo attentandosi su un concetto di universalismo dei parzialmente differenti (c’è qualcosa che rende diversi i popoli e c’è qualcosa che al contempo, li unisce). Tema poi ricorrente nel pensiero russo, la critica della modernità occidentale materialistica, a-valoriale, individualistica.

Il testo scelto da Putin per il suo cofanetto filosofico è la “Giustificazione del Bene” (1897), il primo volume di una trilogia in cui doveva saldarsi l’architettonica del suo pensiero ma che non verrà mai compiuta per sopraggiunte morte. Questo primo volume è il sistema della filosofia morale, l’etica e non è un caso sia il primo mentre in Kant è il secondo (La Critica della Ragion Pratica). L’indagine sul Bene, indaga la natura umana che è vista sociale, culturale, relazionale, quella di Dio e quella della storia del nostro genere. L’idea politica è quella dello Stato cristiano che crea le condizioni di possibilità per l’evoluzione individuale e collettiva, unisce le molteplicità che vi sono comprese, limita la plutocrazia, amministra la retta giustizia e naturalmente, difende la terra, anche con le armi se necessario.

La spiritualità mistico-poetica-artistica di Soloviev, giungerà anche a fenomeni di preveggenza (l’Anticristo in “Tre conversazioni” 1900), tratto anche questo molto diffuso in certa cultura russa.  Curioso che la profezia indichi che l’Anticristo sarà il presidente degli Stati Uniti d’Europa, un ecologista, un pacifista ed un ecumenico che crederà in Dio ma non in Cristo.

 

Nicolaj Berdjaev

Il pensiero di Soloviev, ebbe un impatto decisivo su molto seguito della filosofia russa. Segnaliamo Sergej N. Trubeckoj (ed il fratello Evgenij) e su Dostoevskj di cui fu amico. In seguito in Sergej Bulgakov (Bulgakov, Berdajaev e Ilyn si ritrovarono espulsi assieme nel ’22  nella già citata “nave dei filosofi” con, tra gli altri, Flovoroskij, Losskij e Sorokin) e quel Nicolaj Berdjaev (1874-1948) che è l’autore del  secondo volume della trilogia putiniana. Non meno impato, ebbe su Sestov e Frank che completano quella squadra della filosofia russa pre-marxista (con Leontjev) che risulta oggi l’unica vera radice del pensiero a cui i russi contemporanei possono riferirsi nella ricerca delle radici. Influenza forte, anche sul mondo artistico, dai simbolisti alla poetica di Blok e Belvj e più in generale su tutto l’ambito slavofilo-teosofico russo.

L’opera di Berdjaev scelta da Putin (da chi lo ha assistito nel compilare la trilogia che mostra capacità di costruzione ideologica assai sofisticate), è stata per lungo tempo ritenuta l’opera forse più insidiosa per la consistenza dell’ideologia comunista sovietica. Dei centosessantaquattro esuli della nave dei filosofi espulsi nel ’22, Berdjaev fu l’unico a meritarsi un interrogatorio ideologico speciale condotto dal creatore della CeKa  in persona, assistito da un membro del Politburo. Il punto di Berdjaev era centrato sull’antropologia filosofica ovvero sulla concezione dell’uomo e dell’umano in generale, materialistico-economicista ed in fondo razionale quella marxista-leninista, esistenzialistico-cristiana e quindi spirituale quella di Berdjaev. Incontrai nell’Abbagnano la considerazione che ogni sistema di filosofia, in fondo, proietta in differenze quella che è una diversa antropologia filosofica, il modo in cui s’intende l’umano. Ovvio, quindi, che fosse ritenuto proprio Berdjaev, il teorico più insidioso. Per Berdjaev, quella comunista, fu una rivoluzione senza Dio ma non c’è, secondo il russo, un rivoluzione umana senza anche una rivoluzione spirituale. Berdjaev in origine era marxista ed il suo giudizio su Marx fu sempre di grande considerazione. Come molti olisti (costitutivamente non riduzionisti), Berdjaev non denunciava la sbagliata posizione dell’antropologia filosofica marxista-leninista in sé ma l’innaturale amputazione di una parte essenziale dell’umano, quell’Uno non era Tutto.

Altre voci cristiane, magari più vicine a quella Chiesa ortodossa che giudicò il sofianismo un’eresia nel 1935, furono Georgij Florovosky e Pavel Florenskij (1882-1937) che con i sofianisti hanno in comune la riflessione sulla Divina Sophia e non sono lontani dal pensiero di Soloviev. In particolare, quella conoscenza integrata che unisce scienza, filosofia e teologia di cui così profondamente parlò Bulgakov.  Contrario invece al sofianismo il teologo ortodosso Vladimir Losskij che stressava la differenza tra il pensiero di Dionigi l’Areopagita e quello di Plotino e dei neoplatonici (ma insomma, siamo sempre da quelle parti …). Padre di Vladimir, Nikolaj Losskij, lauereatosi con Windelband e Wundt in Germania, convertitosi all’ortodossia ed esiliato con la ormai famosa nave del ’22, autore di una apprezzata Storia della filosofia russa. Diede poi vita ad una sorta di idealismo-gnoseologico detto Intuitivismo personalista, stregato come molti altri russi dalla dialettica hegeliana. Del resto con una metafisica delle origini così centrata su concetti trinitari e con una influenza così decisiva dei neoplatonici (e riconoscendo in Hegel una discendenza da Proclo) , la relazione ci sta tutta.

 

Lev Tolstoj

Facendo un passo indietro, un po’ a parte ma comunque cristiano e dal pensiero molto rilevante per lo spiritualismo e l’idealismo russo, fu Lev Tolstoj (1828-1910). Non solo l’opera del maestro ma anche il suo seguito che vede veri e propri tolstojani. Questi si riunirono in “eremi culturali” dove seguivano gli insegnamenti del maestro, in termini soprattutto di: pacifismo, antimilitarismo, resistenza non violenta (con vari gradi di prossimità a Gandhi, riconosciuti da quest’ultimo), vegetarianismo (rinunciano anche ad alcol e tabacco), fedeltà coniugale, raccolti in una sorta di anarchismo comunitario cristiano. In rotta di collisione col cristianesimo formale delle varie chiese, il fenomeno si sovrappone però sul piano sostanziale, universalizzandone i precetti etici e morali ed anche sociali (ci riferiamo al “cristianesimo delle origini”). Si pensa che l’Anticristo di Soloviev fosse ispirato dal “cristianesimo non cristiano” di Tolstoj. In linea generale, lo spiritualismo russo che evidentemente presuppone una antropologia comune ancorché non sempre pienamente dichiarata dagli autori, ha forte vocazione universale.

Altresì, Tolstoj è scrittore assieme a Dostoevskij (e Puskin, Turgenev, Gogol per rimanere a quelli di più significativa rilevanza per il nostro discorso), e qui va notata la tipicità russa di avere negli scrittori qualcosa di simile ai filosofi. La cristianità di Dostoevskij è radicale “se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità” (Lettera a N.D. Fonvizina, 1854). Uno dei più acclamati e controversi contributi di Dostoevskij alla filosofia russa è senz’altro il racconto de -Il grande inquisitore- (annidato nei Fratelli Karamazov) che ha scatenato interpretazioni in Soloviev stesso oltre che  Rozanov, Sestov,  Belvj, Lawrence, Lukàcs, Pareyson. Ma senz’altro la più influente fu proprio quella di Berdjaev (Berdjaev, Nikolaj. La concezione di Dostoevskij. Trad. Einaudi, Torino 1945, 1977, 2002) il secondo autore della trilogia di Putin. Data la struttura decisamente metaforica del racconto si tratta, in primis, di trovarne la chiave ma proprio la ricchezza degli interpreti dice come la chiave sembri essere in molti posti ma non si riveli in nessuno con certezza. Sicuramente c’è una contrapposizione tra l’inquisitore simbolo di ogni coattiva istituzione elitaria che inganna dominando il popolo umano ed un concetto più puro ed ideale dell’umano stesso che è l’essenza dell’idea che, il Gesù Cristo silente prigioniero dell’inquisitore, ha predicato e testimoniato con la sua prima venuta tra gli uomini. Ma se il registro -concezione dell’uomo in Cristo- e -concezione dell’uomo nei presunti interpreti istituzionali di Cristo- è chiaro, dove stia la prima concezione nel pensiero complessivo dello scrittore, è meno chiaro. Comunque, sembra almeno si possa ricavarne la chiara affiliazione spiritual-solovieviana di Dostoevskij.

L’area grande degli spiritualisti vede, ai margini, anche una serie di personaggi ai limiti delle pratiche magiche, alchemiche, percezioni extra-sensoriali, astrologia, divinazione. L’humus è quello dello gnosticismo, ermetismo, teosofia e di certo paganesimo. G.I. Gurdjeff e P.D. Ouspensky sono tra i più noti, pubblicati anche in Italia, Gregorij Rasputin ne fu un altro esempio. La teosofia, in cui si distingue la fondatrice dell’omonima società (1875 New York), Helena Blavatsky Hahn ebbe anche influenze sull’, espressione artistica sinestetica di Aleksandr Scrjabin a ribadire la tradizione di osmosi tra arte e pensiero che caratterizzò, a lungo, i russi. Su molte di queste espressioni sapienziali si sospettano forti influenze massoniche e del resto, la radice ermetica, è comune (i massoni russi fanno storia a sé come pare ogni altra cosa di questo paese). Il libro della Blavatsky, venne poi tradotto in russo dai coniugi Roerich. Nikolaj Roerich, intellettuale-artista a largo spettro, sarà figura centrale di quel neo-spiritualismo che influenzerà tanto certa parte del potere sovietico (il cui capostipite è Aleksandr Bogdanov) quanto il cosmismo, di cui parleremo più avanti.

Due degli autori del cofanetto Putin, quindi, provengono da questa area “spirituale” che è, senza dubbio, quella che interpreta la metafisica delle origini (da cui discende anche la corrente ortodossa) in modo più consequenziale. Se c’è una identità russa e la si vuole ritenere “una”, senza molteplicità divergenti, questo nucleo gli è fondamento.

 

Identità geo-culturale

Seguendo questa traccia della metafisica dell’Uno, incontriamo il concetto di –sobornost– che nasce nell’ambiente degli slavofili ed a cui si richiamò anche Soloviev. I russi sembrano lacerati da un problema di individuazione culturale il che, data l’estensione del loro territorio tanto europeo quanto asiatico, è ben comprensibile. Tre correnti precise sembrano porsi questo problema, il problema del posto nel mondo dei russi ma in altro senso, anche della loro identità. Uno è appunto quello degli slavofili, il secondo è quello degli euroasiatici ed il terzo è quello degli occidentalisti, naturalmente il primo ed il terzo sono in diretta opposizione. Degli slavofili fa poi parte anche una sottomovimento che in russo si chiamava -pochvennichestvo-, che si potrebbe tradurre con “ritorno alla terra” e che in opposizione all’universalismo illuminista, segue piuttosto l’Herder delle differenze culturali. Il movimento, individuando il nucleo della tradizione russa nella Chiesa Ortodossa, manifestò forti posizioni anti protestanti-cattoliche-ebraiche ed anti-occidentali, accusando questi di eccessi materialistici, perdita della spiritualità, follia positivista (con forti coloriture anche anti-rivoluzionarie, anti-socialiste, anti-comuniste ed anti-liberaldemocratiche). C’è chi riconosce in queste posizioni lo stesso Dostoevskij e chi il (per FA) “famigerato” Ivan Ilyn da cui siamo partiti. I “pochvennichestvo” erano anche decisamente anti-individualisti il che ci riporta al concetto “sobornost” che identifica proprio il concetto di comunità.

In termini filosofici, il termine venne usato da Nikolaj Losskij, l’intuitivista personalista che abbiamo incrociato prima (al margine della ricerca sullo correnti spiritualiste)  con l’intento di promuovere una via mediana e mediata tra opposte, differenti, idee. Ovvero, come la cooperazione tra diversi produca il nuovo, una sorta di meccanica dialettica semplificata (tesi-antitesi-sintesi) di tipo hegeliano che, come abbiamo visto, è autore che piace molto ai russi. I primi slavofili anticipano cronologicamente Soloviev e questi riprende il concetto ribattezzandolo  “vseedinstvo” a dire che il fine della storia è una sostanziale cristianizzazione spontanea di tutta l’umanità, è nel naturale sviluppo culturale delle molte parti tra loro in opposizione, ostile partizione ed escludente isolamento, giungere infine ad un Uno-Tutto apparentemente dai molti aspetti ma legato in profondità una comune solidarietà morale.

Nella specifica originaria di sobornost data dallo slavofilo Kireevsky (1806-1856): “La totalità della società, in combinazione con l’indipendenza personale e la diversità individuale dei cittadini, è possibile solo a condizione di una subordinazione libera di persone distinte ai valori assoluti e nella loro libera creatività fondata sull’amore del tutto, l’amore della Chiesa, l’amore della loro nazione e dello Stato”, una sorta di Leviatano hegeliano. Ci si potrebbe avventurare in un parallelo con un sistema fatto di monadi leibniziane. Queste non hanno reciprocità tra loro se non per il fatto che ognuna riflette, sincronicamente, il Tutto. Nella Sobornost, ogni individuo che rimane a sé e libero, è coordinato dalla comune fede in Dio. La stessa geometria è platonica (al posto di Dio il Bene) ed infatti la sua versione politica è l’Uno che governa tutto ed i tutti poiché questi stessi devolvono a lui la funzione coordinatrice. Alcuni, per spiegare ancora più semplicemente, usano la metafora dell’orchestra di singoli maestri e del direttore d’orchestra che detta i tempi per confezionare il lavoro comune: l’armonia. Da questa forma di pensiero, consegue una certa predilezione per la comunità, lo Stato, la Patria, l’uniformità di pensiero, la Verità, l’autocrazia, l’Uomo forte reso tale dallo stesso, coeso, supporto della comunità.

Non analizzeremo le posizioni degli occidentalisti perché questa non è una sinossi della filosofia russa ma un estratto sintetico delle tracce che portano attorno o vicino ad un possibile nucleo di una filosofia di Putin che è il nostro punto di interesse. Diremo invece qualcosa dell’eurasiatismo che non è molto lontano dalla fazione slavofila. Il concetto parte dalla fondazione bizantina della civiltà russa, concetto sintetizzato da Kostantin Leontyev (filosofo conservatore anch’egli, ovviamente, slavofilo), basato su autocrazia e cristianesimo ortodosso. Sul concetto si trovarono Trubeckoj, Vernadskij e Savinckij, i cosiddetti russi bianchi, in esilio europeo negli anni ’20, di cui Ilyn fu uno dei leader. In seguito, il filosofo russo Aleksandr Dugin (vivente), coniò il -neo-eurasiatismo- dove la contrapposizione non è più culturale con l’anomia individualistica euro-occidentale ma geopolitica (e culturale), nei confronti degli Stati Uniti e dove Europa, India, Cina, Giappone, Iran, sono tutti invitati a saldarsi in una rete di relazioni macro-continentali . In  pratica, l’incubo di Halford Mackinder (1861-1947), il fondatore della disciplina geopolitica, l’Heartland, cioè “chi controlla heartland, controlla il mondo”. Il saldarsi di un sistema eurasiatico integrato farebbe immediatamente delle isole (britanniche e nipponiche) e delle altre zolle continentali (Americhe, Africa, Oceania), delle periferie.  Dugin è l’epitome del “rossobrunismo”, mélange di fascismo, nazionalismo, comunismo, anti-occidentalismo atlantista, anti-progressismo di cui esistono parecchi adepti anche in Italia. Nella visione di Dugin, anche una alleanza russo-turca o russo-araba e l’ipotesi concreta di riannessione delle ex repubbliche sovietiche. Dugin è stato co-fondatore del Partito Nazional Bolscevico con Eduard Limonov, scrittore.

Si sarà notata una oscillazione occidente-oriente nella questione esaminata. In effetti, sembra che la Russia sia come quelle zone tratteggiate di grigio che fanno parte di due insiemi che hanno un’area sovrapposta. Essa è tanto dell’uno, quanto dell’altro sistema. In effetti, la contrapposizione slavofili – occidentalisti non fu mai così netta, gli uni riconoscevano i meriti europei ed anzi i russi avrebbero dovuto “salvare” i cugini cristiani, ad un certo punto, quando sarebbero emersi gli alti prezzi della loro scelta della strada sbagliata (che per Soloviev, culminava nella figura dell’Anticristo come per Dostoevkij, in quella del “grande inquisitore”), così gli altri, sapevano che la Russia non poteva essere intesa come una semplice replica dell’Europa estremo occidentale, date le sue innegabili specificità. Per altro, quando i russi occidentalisti si trovarono obbligati a risiedere coattivamente fuori della Russia, la loro nostalgija, li colorò un po’ di slavofilia. Da cui l’osservazione ontologica per la quale prima di domandarsi a chi si assomiglia, è il caso prima, di capire chi si è.

 

Politica

Una terza, influente, tradizione del pensiero russo è il problema del governo, dello stato, del politico. La massa centrale di questo cosmo è naturalmente legato alla rivoluzione ed allo sviluppo storico dell’Unione sovietica, del marxismo-leninismo, dello stalinismo, del trotzskismo ma, sebbene sarebbe interessante approfondire le tensioni tra le culture comuniste di origine tedesca e quelle più propriamente russa, lo sviluppo dei soviet, della comunità agricole, il neo-zarismo stalinista, il materialismo dialettico e molto altro, usciremmo troppo dal seminato del nostro già arzigogolato percorso. Includiamo solo una citazione “L’idea di fondo di un universale, molteplice e vitale connessione del tutto con il tutto […] è assolutamente geniale”, pare abbia detto dopo la lettura del capitolo sull’essenza della Scienza della Logica di Hegel, V.I. Lenin. Sta di fatto che tutti gli spiritualisti (sofianisti, pancristiani, ortodossi, mistici), i nazionalisti, ovviamente i conservatori, gli slavofili come gli idealisti ed anche gli anarchici, furono in rotta di collisione con l’esperienza concreta del comunismo sovietico. Del resto, fu proprio Lenin a dare l’imput per l’operazione “nave dei filosofi”. Da notare, che Soloviev ed in parte Berdjaev rimproveravano al comunismo di essere un simmetrico inverso del capitalismo. In fondo entrambi sono convinti che la società dipenda e debba dipendere dal suo ordine economico riducendo la complessità umana in maniera razional-positivista, quindi “occidentale”.

Si possono però segnalare, a latere della mega galassia comunista, almeno tre altre correnti più pertinenti al nostro discorso: il populismo, il monarchismo-autocratico, l’anarchismo. Una radice forte è quella dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Molti pensatori tra quelli sin qui analizzati, erano del XIX° secolo, prima quindi che le aspirazioni egalitarie affluissero nella Rivoluzione d’Ottobre. Tale radice, non è per altro estranea a certo cristianesimo originario come abbiamo visto in Tolstoj. Berdjaev, in autocritica cristiana, diceva che il comunismo e la Rivoluzione occuparono lo spazio della rivendicazione della giustizia sociale colpevolmente lasciato vuoto dagli stessi cristiani. Non lontano dalle tesi di papa Francesco. Quale poi sia il concetto di “giustizia sociale” in senso cristiano, non è facile rinvenire in letteratura se non come “petitio principii”, a furia di lasciar vuoto lo spazio delle pratiche, evidentemente si è svuotato anche quello del pensiero. Una società squilibrata,  è ciò che fa resistenza al processo di evoluzione spirituale individuale e collettiva, alla sua capacità creativa ed espressiva, al perfezionamento umano necessario per raggiungere il maggior stato di perfezione che auspicavano gli spiritualisti, tanto per gli individui, che per il popolo, che per lo Stato che deve condurre entrambi nel loro sviluppo.

Questa radice è ben piantata per terra nel letterale senso della parola. La Russia è principalmente la sua terra, l’Europa moderna invece, l’emancipazione dalla terra. Le ridotte dimensioni spaziali e la formazione dei primi borghi nell’Europa occidentale dell’anno mille, determinarono un percorso specifico che poi evolverà nelle città e da queste all’industrializzazione. Questa storia europea, determinò anche il proporsi in un certo modo del problema della libertà (in Russia anche si presenta questo problema nel pensiero, ma in tutt’altro modo ad esempio come emancipazione dalla servitù delle gleba), stante che era proprio la città a far respirare l’aria di libertà. Al contempo però, al crescere del numero dei cittadini, con l’urbanistica e l’accentuazione della divisione dei lavori, la comunità tende a frantumarsi in individualità. Quando l’aggregato delle individualità, tenderà a trovarsi sempre meno in chiesa (concettualmente,  nell’aspettativa della Provvidenza), rimarrà solo il mercato (con l’aspettativa della Mano Invisibile che, secondo la nuova classe sociale vincente, ci vede meglio della Provvidenza). Altresì, la terra in quanto natura, diventa oggetto da dominare e Dio stesso, diventa sempre più “celeste”, cioè -astratto-.   In Russia invece, vige la campagna, quindi il villaggio, quindi la comunità organica e Dio rimane Tutto, quindi anche natura.

Questa comunità legata alla terra di cui non c’era proprietà privata ma neanche produzione comunitaria, la “obscina” e la comunità villaggio “mir”, furono alla base dei pensieri politici degli slavaofili, dei democratici rivoluzionari come Herzen poi degli anarchici come Michail Bakunin. Quando si andò a saldare il pensiero dell’intelligencija filosofico-politica che aveva non pochi punti di contatto col primo socialismo utopico francese (fourierismo) con il popolo della terra che qui svolge il ruolo che nel comunismo avrà il proletariato, nascono i narodniki, i “populisti” propriamente detti. Ma questa impostazione basata su una avanguardia di pensiero che pensa in nome e per conto del popolo, che poi l’élite dovrà concretamente guidare date le maggiori capacità intellettive (Petr Lavrov, un altro platonismo), diverrà poi un modulo che ritroveremo nel concetto di avanguardia leninista e poi fino al potere autocratico di Ivan Ilyn. Questa teorizzazione non è altro che la constatazione dello stato reale della diffusione della conoscenza presso il popolo russo, un popolo della campagna dei grandi spazi molto arretrato rispetto alla avanzata élite intellettuale e politica delle città. Perché gli elitisti di tutti i tempi deducano da questo che è uno “stato di fatto” la legge dell’ineluttabilità e non quella della trasformazione, però, non si giustifica appieno. Tale constatazione  portò probabilmente Ilyn, come porta oggi Putin, a dire che la “democrazia” non è un sistema applicabile in Russia.  L’ottusità campagnola fece quindi resistenza ai progetti delle “élite ben intenzionate” e nel tempo, l’azione rivoluzionaria si spostò nelle città dove studenti ed operai rappresentavano una audience ben più sensibile e preparata per le istanza del cambiamento. Le frange più urbane e rivoluzionarie del populismo russo, teorizzarono apertamente il regicidio, giungendovi poi con l’assassinio di Alessandro II (1881) ed infine  confluirono successivamente nei moti rivoluzionari dei primi del ‘900.

Avendo già incontrato gli anarchici, possiamo passare al principe Petr Alekseevic Kropotkin (1842-1921). Kropotkin era anche uno scienziato (quasi tutte le biografie degli intellettuali russi hanno una sfilza di specifiche multidisciplinari che qui da noi sono intese antitetiche essendo premiata la competenza specialistica) ed aveva quindi una vena positivista e determinista. Ed è proprio sviluppando il suo pensiero a seguito di quello di Darwin, che il nostro nota l’ovvio: sono pochissimi gli animali che vivono individualmente isolati, tutti gli altri, la stragrande maggioranza, vivono in gruppo. Tutto il neo-darwinismo a marca anglosassone è un rifiuto sistematico ed ottuso di questa considerazione auto-evidente. L’intera immagine di mondo che interpreta (a modo suo) Darwin, deve torcersi su se stessa per agganciarsi a quella antropologia anglosassone che postula lo stato di natura hobbesiano ovvero quello stato di natura che il filosofo inglese non aveva mai osservato dal vivo direttamente in vita sua ed aveva astratto per giustificare la storia dei barbari sassoni in terra inglese, di cui era un competente studioso. Furono Spencer ed Huxley (nessuno dei due era un naturalista, quindi un osservatore empirico, sebbene Huxley fosse biologo) a torcere Darwin per fini ideologici.  Kropotkin fonde queste intuizioni col principio di uguaglianza (di cui deriva la ragione nella natura stessa) ed esplica il tutto nel famoso “Il mutuo appoggio” (1902). Mi piacerebbe molto effondermi sulla concezione di Kropotkin, sulla rilevanza che la sua ricerca etico-naturalistico potrebbe avere (stante che morì nella compilazione del suo opus magnum, appunto dedicato all’etica)  per la stessa filosofia della complessità che qui promuoviamo ma mi limito a sottolineare che anche in questa area davvero periferica del filone principale che abbiamo sin qui indagato, compare quella concezione comunitaria e mutualista che cozza frontalmente con l’asse individualistico-egoista dell’antropologia anglosassone che è il vero simmetrico inverso di quella russa. Russi cristiani mistici e monarchici come russi atei anarchici e rivoluzionari partono dalla stessa o molto simile concezione dell’uomo e del mondo come Uno interrelato o intessuto di Molteplice. L’area anarchica che ebbe la sua gloria in Ucraina con il movimento guidato da Nestor Machno, rimase più legata alla campagna, alla comune, all’autogestione e questo la pose in rotta di collisione con il comunismo industrial-centralizzato.

La tradizione monarchica, certo si presenta come opposta a quella anarchica. Va però detto che per monarchici russi non s’intendono i supporter dei Romanov o dello zar nello specifico, bensì senz’altro dei conservatori ostili ad ogni principio di democrazia o potere popolare ma in quanto filosofi politici. Sono i credenti nell’Uno politico, nell’uomo sintesi dell’essenza di un popolo e di una nazione. La loro è proprio l’interpretazione letterale del termine; mónos (μ?νος) “solo, unico” e -archìs (?ρχω), da árch?, “governare, comandare”. La concezione platonica del re-filosofo non è molto lontana. Essi sono soprattutto interni alla tradizione slavofila e tutti parte della migrazione bianca ovvero di coloro che furono espulsi nel ’22 dai comunisti, tra essi il nostro terzo autore, quello che FA individua come “il filosofo di Putin”, Ivan Ilyn. Per Ilyn, laureatosi con una tesi sulle concezioni della legge e della Stato in Hegel, le élite sono naturali ma hanno il dovere morale del buongoverno, il monarca è il pater familias, il popolo la comunità. Conservazione e tradizione sono i collanti dell’insieme. Il suo modello è direttamente speculare ed inverso a quello repubblicano occidentale basato sull’individuo. Che il modello di Ilyn fosse ideale, lo testimonia la sua ampia critica della russa imperiale e la partecipazione con adesione alla rivoluzione di Febbraio. Il reazionario Konstantin Pobyedonosteyev che lo precedette, fu l’eminenza grigia della Russia imperiale ed era anch’esso di provenienza ed interessi giuridici ma l’humus nazionalista, anti-occidentale, slavofilo, molto vicino sia alle posizioni di Berdjaev che di Soloviev, è comune.  Nella visione di Ilyn, il monarca  non è il capo di un partito o di una fazione, deve esser fuori da ogni parte poiché deve sintetizzare il tutto, è l’Uno che rispecchia il Molteplice. Senz’altro affascinato dal primo fascismo (che come parlamento delle corporazioni piaceva non poco anche a Berdjaev), non mi è stato possibile trovare conferme delle sue simpatie naziste (per altro sembra sia stato sollevato dall’insegnamento in Germania, già nel ’34 e scappato nel ’38), così come non è confermato il suo presunto antisemitismo sbandierato da FA.

A nota della mia ricerca su Ilyn, indico questo blog (qui)  di colui che pare esser stato l’originale creatore della definizione “il filosofo di Putin”. Paul Robinson è professore (Public and International Affairs) all’Università di Ottowa. Un suo articolo iniziale è diventata la traccia di altri sul Journal of Militar Ethics e su The Spectator ed in seguito su American Conservative (il post di Robinson contiene tutti i link per la documentazione). Da qui, un albero di citazioni, sino all’articolo di Foreign Affairs che lascia basito il professore. Per farsi una idea dello “scandalo” dell’articolo di FA, una rivista di prestigio internazionale che si abbassa a commissionare un articolo ideologico a due scribacchini superficiali e in aperta malafede, consiglio di leggere il post del professore canadese (qui) che pare essere uno dei pochissimi occidentali che si è preso la briga di studiare ciò di cui parla. Qui, un altro suo interessante contributo.

 

I cosmisti ed altri

Vi è poi una parte di questa pluralità di pensiero che non analizzeremo per niente poiché fuori dalle linee di metafisica individuate all’inizio. Tali linee sono quelle che, consapevolmente o meno, legano i nostri tre autori (Solovev, Berdjaev, Ilyn) e legano loro ad altri e tutti al ceppo forse più importante della tradizione russa, quello slavo-spiritual-ortodossa. E’ la longevità e l’estensione che fanno di questo, il ceppo principale. Come un mare coeso, questa tradizione forte del pensiero russo, venne attraversata dal materialismo razionalista comunista ma questa nave mossa da ideali mal congegnati (mal congegnati con la realtà concreta che doveva ordinare e che infatti dovette ordinare a forza poiché riottosa a questa logica), iniziò, passò e scomparve, senza lasciare tracce poiché la natura profonda di quel mare, riprese intaccata il dominio dello spazio russo come si fosse trattato di una parentesi aliena, di una invasione mongola.

Solo per i più curiosi che magari partendo dal nostro discorso volessero ulteriormente approfondire il cosmo del pensiero russo indichiamo velocemente alcune altre linee. Alexander Chumakov è un molto interessante filosofo della globalizzazione ma sarebbe più corretto dire della globalistica intendendo quindi non solo gli aspetti economici o politico-strategici ma anche quelli più ampiamente culturali nonché le diverse forme di civiltà, nella loro similarità e differenza. Di formazione scientifica, è molto attivo come organizzatore culturale e nel 2003, organizzò un simbolico e molto significativo ritorno indietro delle “nave dei filosofi”, l’evento che portò alla diaspora di molte e diverse menti russe nel ’22. Il non meno interessante Mikhail Bakhtin, altresì, è una figura poliedrica, interdisciplinare, sebbene con una origine specifica nella semiotica e critica letteraria. Immensa la sua influenza sul neo-marxismo, lo strutturalismo, il costruzionismo sociale e la semiotica. Non estraneo a certa cultura della complessità, uno dei soggetti d’analisi preferiti, fu l’immancabile Dostoevsky. A parte Lossky, nulla abbiamo detto degli altri intuitivisti così come salteremo i materialisti nichilisti (ma i nichilisti russi sono di una specie a sé, quasi degli umanisti integrali), i logici, i positivisti, i simbolisti e varie forme di esistenzialismo interne anche alla wave spirituale.

Ci interessa invece approfondire un minimo l’area dei cosiddetti “cosmisti”. I cosmisti furono un sincretismo tra fisica e metafisica dove questa è di nuovo quella della pianta principale già presa in esame: l’Uno – Tutto, sostanzialmente un olismo. Non sono pochi gli scienziati russi che sebbene abbiano poi sviluppato importanti concetti e scoperte secondo gli standard occidentali, condividevano allo stesso tempo ed in forma integrata questa metafisica dell’Uno-Tutto. Questo olismo scientifico poteva poi prendere anche forme sistemiche come fu nel grande Dmitrij Mendeleev (la famosa tavola periodica degli elementi, la visione uni-sistemica dell’intero regno chimico). Visioni olistico-sistemiche si ebbero anche tra gli economisti: Kondrat’ev (teorico delle omonime “onde”), Leontief (Nobel 1973, teorico della omonime “tabelle”) mentre l’altro nobel, Kuznets (1971), pur di origine bielorussa e vivente per gran parte negli Stati Uniti, sarà un precoce critico della pretesa di misurare il benessere umano col solo reddito. Ma per tornare ai cosmisti, una figura basilare, fu Nilolai Fedorov, il qual però potrebbe altrettanto bene essere inserito appieno nella tradizione spirituale cristiano-ortodossa e che fu molto amico, anche intellettualmente parlando, di Lev Tolstoj e vicino al concetto di sobornost. Si pensa sia stato anche filosofo di riferimento per tutto il successivo sviluppo del programma cosmonautico russo che ebbe in Konstantin Ciolkovskij (Tsiolkovky) il suo mentore.

Apriamo qui una piccola finestra cinematografica, ovvero la famosa dialettica tra 2001 Odissea nello spazio (Kubrik, 1968) e Solaris (Tarkovskij, 1972). Tanto il primo inizia con l’homo habilis con venature hobbesiane (la scimmia che spacca ossa con un altro osso) e continua in una relazione tra una macchina ed un solo uomo che alla fine del “viaggio”, sprofonda nello spazio tempo diventando “cosmico”, il secondo ha tre piani: livello relazione uomini col pianeta che si suppone vivo, livello delle relazioni tra il protagonista Kris Kelvin e gli altri cosmonauti (già il fatto che in inglese ci siano navigatori tra corpi separati ovvero “astri” ed in russo navigatori di un tutt’uno ordinato ovvero “cosmo” la dice lunga sulle due immagini di mondo), livello dell’auto-relazione tra il protagonista ed il proprio insondabile se stesso. Non andiamo oltre, consigliamo a chi non l’ha fatto, la visione di entrambi.

Terminiamo la nostra finestra cosmista col grande Vladimir Vernadskij, sistemico-complesso tra i più rilevanti di questa giovane cultura di cui tanto indaghiamo in questo spazio. Vernadskj fondò la geochimica, biogeochimica e radiogeologia, rilanciando e rendendo noto il concetto di “biosfera” (con cui sono in debito Lovelock e Margulis, L’ipotesi Gaia 1979). Segnalo che Vernadskj, come molti altri scienziati russi, non aveva credenze religiose ma cionostante ne aveva di spirituali (sebbene l’utilizzo di questo termine sia di massima indeterminatezza) ed in lui ritroviamo quel concetto di noosfera (sfera del nous, nous=facoltà mentale, intelletto, intelletto che conosce. Il filosofo del nous è Plotino, la versione russa è la sophia di Soloviev). Dopo la sfera inanimata (geosfera), c’è quella animata (biosfera) ed infine quella cosciente di essere animata (noosfera), quella che pensa e può agire tutte le altre (ripartizione presente già in Soloviev che alla fine mette anche la sfera di Dio, per quanto inconoscibile ma spiritualmente partecipabile). Le sfere non sono staccate. Se infatti dicessimo che la mente umana è materia che pensa se stessa, inviteremmo a pensare che con l’umano si compie un ciclo di evoluzione che porta la materia ad autocomprendersi, chiudendo il ciclo di un unico piano di sviluppo.

Tale idea la ritroviamo nel teologo gesuita ma anche scienziato evoluzionista Teilhard de Chardin che ispira una buona parte dell’impostazione dell’enciclica papale Laudato sì (ne parlammo qui) che, guarda il caso, papa Francesco ha presentato assieme al Patriarca ortodosso. Stretti i legami tra il gesuita Teilhard de Chardin e Soloviev. L’origine di questo pensiero è nelle emanazioni di Plotino, micro-macro dei neoplatonici, cosmismo e cosmopolitismo stoico. Il cosmismo russo ha anche una sua derivazione cibernetica. Ultimo rappresentante di rilievo, Alexander Chizhevsky, tra i fondatori dell’astrobiologia (o cosmobiologia) che essendo sistemico, come Kondratiev propose cicli nello sviluppo economico, lui propose cicli nell’attività solare. In questo caso, l’Uno –Tutto è inteso come un sistema dinamico che ha le sue ricorsività.

Come si vede, anche qui, come nel politico, si può andare su altre polarità d’interesse e prescindere financo da Dio in quanto tale, la gravità metafisica russa però, risucchia inesorabilmente a gli stessi principi.

 

Conclusioni

L’operazione “cofanetto filosofico” di Putin ha due origini, una politica, l’altra culturale. Quella politica è stata dettata dalla necessità di far di necessità virtù. Isolato dalle sanzioni, messo contro l’Europa dall’operazione Kiev, Putin si è trovato improvvisamente chiuso il promettente spazio di una relazione assai vantaggiosa e naturale per entrambi i contraenti. Scambi tra tecnologia ed energia con operazioni di investimenti incrociati sarebbero convenute tanto alla Russia, quanto all’Europa ma pare non si possano fare. Che fare? E soprattutto come gestire il senso di umiliazione e di impotenza delle élite che già pregustavano l’abbandono alla “dissoluzione tentatrice” degli occidentali? Come staccare queste élite dal popolo ovvero come instaurare un diretto legame capo-popolo che emarginasse le élite occidentaliste ed al contempo rafforzasse la legittimità di una leadership forte poiché “forte” doveva esser la reazione a questo attacco strategico alla Russia? Ecco allora l’invio di un condensato di tradizione del pensiero, un percorso in tre tappe per riconciliarsi con se stessi e la propria russità.

 

Già ma quale?

I russi hanno probabilmente sia un problema di identità, sia un problema di autostima. Cominciando da quest’ultima, tra i disastri di Elstin, la triste storia dell’Unione Sovietica (per i russi, probabilmente, non è possibile staccare la Rivoluzione d’Ottobre dal resto come si usa qui da noi), la lunga e poco brillante reggenza dei Romanov, poco sollecita all’orgoglio della storia di famiglia se non l’arte, in tutti i suoi aspetti. Di contro, c’è poco da fare, i russi non sono totalmente europei, né totalmente asiatici, né possono rinunciare al loro essere l’una come l’altra cosa. La mossa di Putin allora appare realista e per certi versi saggia: siamo quello che siamo. Ecco allora che la compilation filosofica, assolve il compito di costruire una possibile narrazione di questa russità, di rispondere alla successiva domanda: sì ma cosa siamo?. Non si tratta di fanfare dell’orgoglio russo ma di una seria e pacata riflessione sulla propria specificità.

Soloviev, Berdjaev, Ilyn, coprono diversi aspetti della concezione del mondo e del cosmo russo fatto di tradizioni, spiritualità, etica, significato dell’esistenza, intenti giuridici, forme politiche, rapporti popolo-élite, responsabilità di queste nella condotta etica del popolo, slavofilia, significato profondo delle relazioni con l’Occidente (così vicino e così lontano), visione cosmiche e terrene. Il discorso non fatto da Putin ma fatto usando la voce dei suoi filosofi, ricorda quale sia la natura profonda della russità ortodossa, olista, alla ricerca dell’unità della molteplicità dentro e fuori di sé. L’intero sistema di pensiero russo, per quel poco che mi è stato possibile approfondire, ha sia una storia che un preciso e coerente significato e l’operazione del capo del Cremlino non solo non è affatto banale ma ha anche una sua intelligenza sofisticata, popolarmente colta.

Questa pianta, affonda le radici nell’Antica Grecia che è la madre di Europa, dal Portogallo alla Novaja Zemlja. E da queste radici comuni, il tronco slavo-ortodosso non è meno significativo di quello cattolico o di quello protestante, solo diverso. Questa è un primo dettaglio dell’unità e della molteplicità. E questa diversità è ricca di qualità spirituali, proprio quelle che i fratelli occidentali hanno del tutto perso divorati da un materialismo spiccio che si rivela, alla lunga, piatto di significati stante che gli uomini non possono vivere senza significati (“Giacché il segreto dell’esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere” Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, ed. citata in nota finale, ). Putin sembra dire nel suo recente discorso all’ONU, siamo così, non migliori, non peggiori, siamo diversi e nessun potrà piallare la nostra diversità come nessuno di noi mai si sognerà di imporla ad altri. In fondo, la strada per la multipolarità geopolitica e geoeconomica, si fonda dapprima nel riconoscimento di quella geoculturale. Putin fa un discorso sull’irriducibilità russa che è oggettiva. Il punto di leva da cui originò questa considerazione ha più di due secoli ed è in J. G. Herder (1744-1803), un tedesco. Herder il cui prototipo politico e culturale di riferimento era la monarchia russa di Pietro il Grande, quello Stato che deve “favorire ciò che giace in una nazione e destare ciò che vi dorme”.

Quando si cerca di riflettere sulla propria identità, nulla meglio che chiarirsi le idee parlando con un(a) amico(a) e l’amico del russo è il tedesco. Che sia il primo illuminismo ingessato di Wolff, o l’olismo di Goethe, o il dualismo della relazione kantiano, o certo romanticismo idealista che sfavilla in Shelling, o il fascino di Hegel che parla il discorso di Proclo che maneggiava le stesse radici a cui afferisce la stessa teologia ortodossa, financo Marx (e poi ancora la fenomenologia e l’antropologia filosofica), nonché l’afflato mistico di Eckhart e Boehme,  la russità ha familiarità con la tedeschità poiché, in fondo, anche i tedeschi sono greci non uguali a gli altri, ai latini. La grecità dei tedeschi e dei russi è di ritorno essendo la loro origine più antica, molto più intensamente indoeuropea di quanto non sia quella degli italiani, dei francesi, degli spagnoli.

Rispetto alla posizione nel mondo, nessuno dei tre autori di Putin è euroasiatico mentre la cristianità è senz’altro europea. Putin sembra quindi dire “si, lo so, il nostro destino è con loro (gli europei) ma questo non vuol dire esser come loro perché noi siamo come siamo. Nella nostra storia non c’è la democrazia liberale che per altro non è una vera democrazia e c’è l’élite ma deve essere una élite responsabile, financo etica, perché senza il proprio popolo non c’è neanche l’élite. E questo due che deve esser uno è lo stesso delle nostre storiche dualità, quelle dualità che gli europei vivono come dicotomia e che noi dobbiamo invece sforzarci di compenetrare: il reale e l’ideale, l’orientale e l’occidentale, il pensiero e l’azione, l’utopia e la sua realizzabilità, il micro ed il macro, la terra ed il cielo. Noi aspiriamo all’intero tanto quanto loro alla separazione, noi ci radichiamo nella tradizione quanto loro si dissipano in un progresso non sostanziato, loro hanno perso la loro fede quasi liberandosene mentre noi non potremmo se non perdendo il nostro noi stessi più intimo, il loro senso della libertà è formale mentre la nostra è l’eterna ricerca di quella sostanziale, loro hanno perso il senso della terra mentre noi siamo proprio quella, noi siamo “la nostra terra”. “Questa terra è la nostra nazione, la nostra identità ed io sarò il suo custode, se lo vorrete. Noi siamo quello che siamo e prima o poi anche “loro” (noi occidentali) lo riconosceranno”.

Forse i cugini europei, un giorno lo riconosceranno ma non prima di esser passati anche loro dentro l’angosciosa, delfica domanda “già e noi chi siamo?”. Oggi non esiste una chiare identità europea. Esiste un lascito per altro un po’ confuso che va dissolvendosi in termini di vita reale, in una anglosassonizzazione stanca ed infelice. L’Inno alla gioia di Beethoven è il più ironico dei contrappunti allo stato depressivo degli europei. Senza identità non c’è l’ente e senza enti non ci sono relazioni.

 

Ai pochissimi a cui interessasse il giudizio del pensatore e non il lavoro del ricercatore che qui vi ho presentato, confermerò che queste idee sono, per la mia immagine di mondo, se non proprio a gli antipodi per molti aspetti  lontane, non meno lontane di quelle che informano il corpus occidental-anglosassone. Non essendo hegeliano, non esulto per la simmetricità contrastante che l’impianto russo oggettivamente mostra nei confronti di quello anglosassone. Una totale mancanza di kantiana autonomia, porta molti smarriti ad esultare per il cavaliere bianco che dovrebbe salvarli dall’americanizzazione ma queste sono forme di pensiero elementare, sono la sterile coazione della negazione dialettica, un meccanismo logico che ha fatto perdere più di centocinquanta anni di tempo a tutti coloro che volevano trovare un modo diverso di stare al mondo. Il discorso sarebbe lungo, dovendosi confrontare con cotanta tradizione e non lo faremo. La spiritualità russa forse può dirci ancora qualcosa anche a noi atei ma non rinnegherei l’emancipazione dal pervasivo dominio di ogni chiesa. Molti di coloro che lamentano la perdita dei valori andati (non dei valori in quanto tali che è una perdita effettiva e dolorosa) forse dovrebbero tornare a studiare cosa erano i tempi del “potere dei credenti”. Per altro, ogni epoca ha la sua follia ed i credenti della Bocconi o della LSE, oggi, non sono meno ottenebrati ed inquisitivi di coloro che spadroneggiarono nel Medioevo. Forse è dall’uni-credenza in sé che dovremmo emanciparci, Dio non è morto, si è solo offuscata una delle sue ipostasi. La visione olistica è certo molto vicina a quella della complessità ma mentre i primi si limitano (a volte) a sprofondare nei corto circuiti delle loro sinapsi in cui “sentono di appartenere” all’Uno-cosmico, i secondi cercano ci capire questo Tutto di quanti Uno in relazione è fatto, Uno in relazione plurale, fuori di sé, dentro di sé. Ho scritto contro Platone (qui) e conosco bene la filiazione Filone – pensiero ebraico – neoplatonici – Plotino e compagnia. Sebbene questa tradizione di pensiero sia veramente eccezionale in quanto ricchezza, mi ci muoverei con più circospezione di quanto i russi non vi si siano affidati.  Mi reputo, politicamente, un democratico radicale e non accetto radicalmente la teoria delle élite, fossero pure etiche, paterne ed altre definizioni che mi mandano il sangue in circolo al contrario. Nulla della mia geometria di pensiero tende all’Uno ed al re-filosofo di Platone, sacerdote laico dell’eterna religione che spinge i Molti ad adorare i Pochi ed infine l’Uno, che sia il Grande Uomo o l’Uni-Dio.  Infine, la mia scarsa conoscenza complessa della concreta società russa contemporanea non mi permette di dire quanto questo impianto putiniano sia in contraddizione con altre linee di pensiero della società russa che sicuramente esistono e quanto le necessità “politiche” dell’operazione cultural-ideologica, passino come rullo compressore su istanze la cui molteplicità non si fa facilmente ridurre ad Uno come i platonici di ogni ordine e tempo, pretenderebbero.

Ciò detto, riconosco povera e misera l’operazione FA e ben più seria ed interessante quella di Putin. La nostra cuginanza con gli occidentali anglosassoni non è maggiore di quella che abbiamo geneticamente coi russi europei. Come europeo, sarei senz’altro favorevole ad aprire una relazione fitta e ricca con il mondo russo stante che come loro non sono “noi”, noi non siamo “loro”. Il dialogo tra sistemi ed immagini di mondo, quella russa come quella cinese, come quella sud americana, araba ed un giorno, forse, anche quella africana, sarà la cosa più eccitante dell’Era della Complessità. Dialogo significa discorso tra due, ognuno con la propria identità, ognuno teso nello sforzo di comprendere e comunicarsi con l’altro. Comunque, prima, sarebbe il caso di capirci tra di noi su cosa intendiamo per Europa ed europei, stante che la nostra occidentalità non coincide, con quella anglosassone.

 

Infine, a tributo non di Putin ma del piacere che mi ha dato questo viaggio di ricerca nel grande spazio dell’anima e della terra russa, riporto la fine dell’Introduzione di Gustav A. Vetter al – A. Dahm, A. Ignatov, Storia delle tradizioni filosofiche dell’Europa Orientale, Torino, Ed. Fondazione G. Agnelli, 2005 – che, letto alla fine del mio ricercare, mi ha confermato le principali linee di interpretazione soprattutto della metafisica di base. E’ una lunga citazione dei Fratelli Karamazov che comunque assolve, in qualche modo, alla funzione di sintesi ultima. Qui, lo scrivente, serioso e razionale studioso, ha lasciato il posto al ragazzo che amava Sergej Esenin e davanti a tale bellezza, è affiorata la commozione ….

 

… alcuni passaggi molto toccanti del romanzo I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij che si riferiscono agli insegnamenti dello starec  Zosima (starec: mistici cristiani ortodossi): «Amate tutte le creature divine, l’intera creazione come ciascun granello di sabbia. […] Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. […] Molte cose sulla terra ci sono nascoste, ma in compenso ci è stato donato un misterioso, recondito senso del nostro vivido legame con un altro mondo, un mondo superiore, celeste, e le radici dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti non sono qui, ma in altri mondi […] Dio prese i semi da altri mondi e li seminò su questa terra, il suo giardino crebbe e tutto quello che poteva germogliare germogliò, ma ciò che è cresciuto vive ed è vivo esclusivamente in virtù di quel senso di contatto che avverte con gli altri mondi misteriosi. […] Che il prostrarti per terra e baciare la terra ti siano cari. Bacia la terra e amala incessantemente, insaziabilmente, ama tutti, ama tutto.»

 

La sera tardi, Alëša Karamazov lascia la camera ardente del vecchio starec Zosima, sapendo che porterà per sempre nel cuore questi ultimi insegnamenti del maestro prediletto. «La volta celeste», continua Dostoevskij, «punteggiata di placide stelle splendenti, si stendeva ampia e sconfinata sopra di lui. […] Il silenzio della terra sembrava fondersi con quello del cielo, il segreto della terra faceva tutt’uno con quello delle stelle…Alëša stava in piedi, ad osservare la notte, quando ad un tratto si gettò di colpo per terra.

Non sapeva perché stesse abbracciando la terra, non si spiegava perché desiderasse così irrefrenabilmente baciarla, eppure la baciava, piangendo, singhiozzando. […] Per che cosa stava piangendo? Oh, nella sua esultanza egli piangeva persino per quelle lacrime che brillavano per lui dall’abisso della notte. […] Era come se i fili di tutti questi innumerevoli mondi divini si fossero uniti tutti insieme nella sua anima ed essa trepidasse “al contatto con gli altri mondi”.

Fedor M. Dostoevskij – I fratelli Karamazov, trad. M.R.Fasanelli, Garzanti, Milano, vol II p. 502-503. Secondo alcuni critici, Dostoevskj, modellò la figura di Alëša su Soloviev.

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