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29 maggio 2015

 

La Russia sta ammassando truppe al confine con l’Ucraina

di Martina Napolitano

 

L’esercito russo sta ammassando truppe, blindati, carri armati e artiglieria presso il confine ucraino. Lo riporta la Reuters, che sottolinea come molte delle truppe e dei mezzi siano privi di targhe di riconoscimento e insegne. La base di Kuzminsky, a 30 km dal confine ucraino, “offre la più evidente delle prove di come la Russia stia rinforzando militarmente l’area”.

Dagli ultimi accordi di Minsk sono trascorsi oltre tre mesi, eppure le effettive condizioni di tregua del conflitto in Ucraina non sembrano realizzarsi. Gli scontri si sono susseguiti e tutta l’area vede un intensificarsi di contingenti militari, per ora con funzioni di solo addestramento, esercitazione, controllo, stando alle fonti ufficiali.

Gli accordi di Minsk del 16 febbraio scorso prevedevano oltre a tregua e disarmo, anche il ritorno delle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk sotto il controllo di Kiev, pur con una loro autonomia speciale. Più precisamente, si è creata una buffer zone tra le parti e si è imposto il ritiro delle armi pesanti. La scelta in realtà può venire a giovare alle milizie separatiste del Dombass, che vedono le armi pesanti di Kiev ritirarsi, i bombardamenti terminare e possono avere potenzialmente il tempo e le condizioni per addestrare nuove leve e potenziare i loro mezzi.

Inoltre, il ritorno amministrativo delle regioni separatiste sotto Kiev è subordinato all’attuazione di una riforma costituzionale che preveda una loro autonomia, alla realizzazione di elezioni autonome nell’area ed all’irrealizzabile pagamento da parte di Kiev delle pensioni e di quanto deve alla popolazione del Dombass. Irrealizzabile per le precarie condizioni economiche dell’Ucraina, che si basa ormai sui prestiti del FMI. Come hanno fatto notare in molti, gli accordi di Minsk 2.0 hanno visto uno slittamento di favore nelle dinamiche del conflitto verso il Cremlino, dal quale sono anche state allontanate le minacce pericolose di Washington grazie all’intercessione di Hollande e Merkel.

Dopo la firma degli accordi comunque, la tregua si fa attendere, ed è di solo pochi giorni dopo, ad esempio, la caduta di Debaltsevo. Dell’effettiva presenza di militari russi in azione nel conflitto ucraino ora e in passato si rende sempre più noto, e sono gli stessi rappresentanti del potere russo a non smentirlo più, o quasi. Putin ha recentemente firmato un decreto sul segreto di stato per quanto riguarda le morti di militari russi in operazioni speciali in tempo di pace. Inchieste e denunce (come quella di Nemtsov o del Comitato delle madri dei soldati) vengono costantemente diffuse.

Ad oggi la situazione non si è evoluta come gli accordi avrebbero voluto. A fine aprile gli Stati Uniti hanno inviato a Leopoli, importante città dell’Ucraina occidentale, 250 soldati al fine di addestrare i militari ucraini. In questa ultima settimana di maggio invece l’esercito russo, che geograficamente non ha bisogno di entrare in territorio ucraino per fornire il proprio aiuto, ha scelto di incrementare il suo contingente, di uomini ma soprattutto di armamenti, in una base militare nell’area di Rostov, a circa 50 km dal confine con l’Ucraina, o meglio dal confine con la autoproclamatasi Repubblica di Lugansk. In contemporanea, il 23 maggio, fa la sua entrata nel Mar Nero il cacciatorpediniere statunitense Ross, ufficialmente “per dimostrare l’impegno degli Stati Uniti nella sicurezza comune dei propri alleati NATO”.

Il comandante della nave Tadd Gorman ha affermato che “lavoreranno accanto ai propri alleati per rafforzare la sicurezza marittima, la prontezza e le capacità navali, e per promuovere la pace e la stabilità nell’area”. Già da metà marzo comunque sei navi NATO hanno tenuto esercitazioni nel Mar Nero assieme alle marine di Romania, Turchia e Bulgaria. In realtà l’Ucraina non è ancora membro NATO e, stando alle dichiarazioni del suo ministro degli esteri Aleksej Makeev, non è nei suoi prossimi piani diventarlo; ciononostante, durante la conferenza “Ucraina-NATO: partenariato per un’Europa unita e libera” («Украина–НАТО: партнерство ради единой и свободной Европы») tenutasi a Kiev il 27 maggio, ha affermato che l’Ucraina si adeguerà progressivamente, mediante riforme, agli standard richiesti dall’alleanza.

Un ruolo potenzialmente importante sta giocando in questo momento però la Transnistria. La regione, de iure parte della Moldova, in realtà de facto si è proclamata indipendente ancora nel 1990, e da allora si amministra autonomamente con il suo governo di Tiraspol, non riconosciuto internazionalmente. L’anno scorso, in seguito all’annessione della Crimea da parte della Russia, la regione ha chiesto anch’essa di divenire territorio russo. Oggi, la situazione si sta destabilizzando, tanto da aver richiesto l’invio di un centinaio di soldati russi sul territorio per fronteggiare possibili attacchi alla regione, che le fonti russe definiscono “terroristici ma molto vicini alla guerriglia militare”. Fonti vicine al Ministero della Difesa Russo hanno riferito che “esistono piani per l’eliminazione del potere in Transnistria, sviluppato da servizi segreti statunitensi, in collaborazione con i dipartimenti militari di Ucraina, Moldova e Romania”. Stando a questa fonte, è da ricongiungere a questo piano la denuncia fatta da Kiev la scorsa settimana riguardo il transito di militari e armamenti russi in Transnistria attraverso il territorio ucraino. La situazione creatasi vede quindi un accerchiamento pericoloso di contingenti militari russi attorno all’Ucraina, che pur non invadendo di fatto militarmente il territorio controllato da Kiev, hanno sotto scacco le sue mosse. E si sa, ai russi piace giocare a scacchi.