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05 Settembre 2015

 

L’idea di politica dalle parti di Podemos

di Pierfranco Pellizzetti

 

«Fine della guerra fredda e recupero del conflitto ottocentesco, quando gli operai cominciavano a organizzarsi. I barbari sono all’interno. La patria non può essere la plebaglia. La patria è formata da quelli

che hanno un reddito» J.C. Monedero

«Nel XX secolo i filosofi hanno cercato di cambiare il mondo. Nel XXI è ora che si mettano a interpretarlo in modo diverso» Manuel Castells

 

Una riflessione sull’idea alternativa di politica che sta imponendosi tra le nuove generazioni spagnole, a partire dal libro “Corso urgente di politica per gente decente” di Juan Carlos Monedero, ex numero due di Podemos, edito in Italia da Feltrinelli. Un testo che è la cartina di tornasole delle profonde difficoltà a pensare l’Altrapolitica in maniera – al tempo – strutturata e strategica

Se buona parte dei giocatori del Barça sono il prodotto della “cantera” (alla lettera “cava/miniera”, significato traslato nel vocabolario della stampa sportiva come “allevamento/incubatore”), la scuola per calciatori junior della società catalana, allo stesso modo buona parte dei quadri medio-alti di Podemos provengono dal laboratorio dell’Università madrilena Complutense.

Vale per il leader – Pablo el colete Iglesias – vale anche per l’ex numero due della formazione politica emergente sulle ceneri del Movimento degli Indignados (o 15-M, da quel 15 maggio 2011 in cui la protesta si accampò alla Puerta del Sol), il professor Juan Carlos Monedero; autore del saggio sull’idea alternativa di politica che sta imponendosi tra le nuove generazioni spagnole e che – sulla scia del successo mediatico di tale parola d’ordine – è stato recentemente editato da Feltrinelli.

 

Un documento molto interessante, sia quale testimonianza di una sensibilità politica in formazione, come pure quale sensore della cultura politica progressista d’area ispanica; molto avanzata sulle problematiche di territorio come sui paradigmi della mediatizzazione e dell’informazionalismo, quanto vincolata a concettualizzazioni socio-economiche e organizzative retrò; in qualche misura influenzate dai ritardi dei propri contesti di riferimento (dunque più impregnata di pensieri pre-industriali – da Antonio Gramsci al demo-populista argentino Ernesto Laclau – che non sensibilizzata alle lezioni critiche dell’ultima modernità capitalistica: dai classici John M. Keynes o Joseph A. Shumpeter fino ai contemporanei alla Paul Krugman o Thomas Piketty, passando per economisti d’impresa quali John K. Galbraith o Robert Solow; nella transizione dall’economia reale alla virtualità finanziaria e al decentramento transnazionale).

Il politologo Monedero, già esponente di Podemos (quale “segretario de proceso costituyente y programa”), da cui si dimise il 30 aprile 2015, è un intellettuale dall’aspetto informale e gauchista comune ai suoi colleghi madrileni; dalla simpatica mascherina spiegazzata di un ragazzino cinquantenne (che lo fa assomigliare vagamente a Stefano Menichini, già direttore de l’Europa; quotidiano della clandestinità nato come organo della Margherita).

Se l’obiettivo del suo saggio è quello di suscitare stati d’animo appassionati per una ripresa di militanza politica attiva in sempre più vasti strati di cittadinanza (l’autore le chiama mareas ciudadanas: «le lotte contro gli sfratti, le proteste contro la corruzione, le cooperative di lavoro o di consumo, le migliaia di manifestazioni contro la perdita dei diritti sociali, gli scioperi in difesa dei posti di lavoro, i milioni di persone decenti stanche di turarsi il naso»), si può dire che l’obiettivo è stato raggiunto. Se – invece – l’intento era quello di virare la passione verso un “che fare” ragionato, per invertire i rapporti di forza che vedono l’Economico sottomettere la Politica, allora è giocoforza osservare come “il corso” incontri limiti insuperabili nella propria pamphlettistica ingenuità. In quella corsa alla semplificazione per ottenere consenso attraverso il rassicuramento, che sembra un tratto distintivo dei limiti teorici nei soggetti intenzionati a tradurre politicamente il fenomeno mondiale dell’indignazione contro la globalizzazione finanziaria del mondo, che caratterizzò il 2011. Un’insorgenza a livello planetario che, passata la buriana, si concluse con la priorità attribuita da tutti i governi al salvataggio degli istituti di credito e il ripristino dell’ordine fondato sul privilegio e la disuguaglianza. Alla faccia della protesta!

Monedero intuisce che l’indignazione è destinata a sfociare in frustrazione da impotenza se non si trasforma in contropotere capace di riequilibrare i rapporti di forza in campo. Ma lo schema del ragionamento viene banalmente calato negli stilemi di un conflitto industrialista da “marxismo volgare”. Nella perdita della consapevolezza storica riguardo alla fase capitalistica iniziata con i primi opifici ottocenteschi e andata a esaurimento dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Non certo un assetto sub specie aeternitatis.

Tanto da incappare in svarioni inspiegabili per un docente di scienza politica; tipo quello di far discendere anacronisticamente l’avvento della democrazia nell’Atene (schiavista) del V secolo A.C. dalle lotte tra capitalisti e lavoratori poveri. Non dallo scontro del tribalismo della Società Chiusa con l’istanza di apertura verticale dei ceti emergenti. Con la conseguente coniugazione del conflitto con un’idea di blocco sociale, da contrapporre allo strapotere della ricchezza, che sembra ricalcato da qualche testo degli Inti Illimani (un indistinto sociale che funzionava per i militanti nella Feste dell’Unità, al tempo del Compromesso Storico berlingueriano; poi migrato per stanchezza in quelle democristiane dell’Amicizia).

Sulle note di un flauto andino, dall’illusorio El pueblo unido que mas serà vencido allo iettatorio Venceremos: «campesinos, sodados y obreros/ la mujer de la patria tambien/ estudiantes, empleados, mineros/ cumperemos con nuestro deber». Insomma, una rivoluzione romantica che travalica le Ande al seguito di Simon Bolivar… Difatti Monedero ha bazzicato a lungo da quelle parti, come altri colleghi podemisti della Complutense (nel suo caso, con qualche incidente di percorso, che el Pais e altri avversari hanno immediatamente rilevato, quando studiò il progetto di moneta unica tra Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua; ricevendo il compenso non trascurabile di 425mila €, oggetto di qualche tentativo di occultamento per il fisco spagnolo da parte del beneficiato. Uno scivolone che sta creando non pochi grattacapi allo stesso Podemos).

Ma al di là delle miserie della cronaca, quello che ci interessa è il testo in esame, cartina di tornasole delle profonde difficoltà a pensare l’Altrapolitica in maniera – al tempo – strutturata e strategica.

Difatti risulta evidente che avevano ragione i nostri amici Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena, nel loro instant book sul nuovo che avanza in terra iberica, quando avevano interpretato il rifiuto della classica distinzione tra destra e sinistra, da parte degli ideologi di Podemos, come scelta espressiva di una “sinistra spagnola oltre la sinistra”. Predilezione terminologica (alto/basso, establishment/anti-establishment) resasi inevitabile dopo il crollo di credibilità della sinistra tradizionale, a seguito di un’interminabile sequenza di cedimenti e collusioni (diventata parossistica nella stagione di Terza Via). Dunque “sinistri” senza dichiararlo, in uno strano melange ideologico che fluttua dal vintage all’up-to-date.

Difatti Monedero dichiara esplicitamente che «nel ventunesimo secolo la ricostruzione della sinistra europea dovrà cominciare dagli aspetti personali per riuscire a convincere le grandi maggioranze, che oggi sostengono la destra e anche la sinistra pro-sistema» (pag. 117). “Ricostruire la sinistra”, appunto. Ma davvero si pensa di compiere tale operazione acrobatica riducendo l’impegno alla riproposizione di un “socialismo del ventunesimo secolo”? Resurrezione – tra l’altro - da realizzare aggregando casalinghe e impiegati in quanto proletarizzati? Ieri come oggi tipici elettorati di destra in quanto impauriti (e alla ricerca dell’Uomo Forte).

Magari facendo ricorso in tale resurrezione immaginaria a qualche fumisteria intellettualistica sulle moltitudini alla Toni Negri? Un autore molto apprezzato – quest’ultimo – da teorici e pratici dell’Altrapolitica spagnoli come greci, vogliosi di “fare i fenomeni” volteggiando tra antico e postmoderno; per poi suicidarsi metaforicamente ingurgitando velleitarismo. Da Fausto Bertinotti ad Alexis Tsipras.

Speriamo, per la salvezza di una società vampirizzata dai Nosferatu dell’ordine NeoLib, che non sia questo il destino incombente sul capo di Podemos.

Certo è che la ricostruzione di una società “decente”, dopo il Quarantennio Inglorioso in corso, non può fondarsi sulle retoriche otto-novecentesche del socialismo, inteso come critica dei rapporti di produzione in una Seconda Modernità che ormai ha marginalizzato le produzioni e connota in maniera totalmente diversa la questione dei rapporti di dominio.

Difatti, in un contesto che ha smarrito l’antico “conflitto centrale” (produttivistico), i focolai di crisi diventano molteplici. E quindi occorrerebbe operare una mossa teorica di scarto. Sicché può essere utile ricorrere magari a un altro intellettuale latino-americano – il brasiliano Roberto Mangabeira Unger – il quale propone di posizionare lo scontro con la controriforma reazionaria NeoLib sul terreno meta-economico della democrazia, intesa in senso “radicale” (nel suo lessico, “ad alta energia”); oltre i compromessi socialdemocratici: «ridisegnare la produzione e la politica, da cui la socialdemocrazia si è ritirata quando venne stabilito, a metà del XX secolo, il compromesso che ha definito il suo orizzonte attuale» (Democrazia ad alta energia, Fazi, Roma 2007, pag. 18).

Democrazia come civilizzazione orientata all’innovazione perpetua, ben oltre i riduzionismi “contabili” di chi la circoscrive al mero calcolo delle teste (alla Giovanni Sartori ma anche – in qualche misura - alla Norberto Bobbio e perfino alla Robert A. Dahl): forma di organizzazione sociale centrata sul discorso pubblico e – di conseguenza – sulla legittimazione della protesta. Con le parole di John Dewey, «la democrazia come emblema di una società che sviluppi la capacità di tutti gli uomini e le donne che vi appartengono di pensare con la propria testa». A partire dalla progettabilità della vita in tutti i suoi aspetti concreti.

Eppure nel pensiero radicale ispanico e latinoamericano l’idea è quella di un conflitto tutto giocato nella sfera comunicativa. Per cui il castigliano Monedero potrebbe sentirsi osservare dal catalano Manuel Castells che «se le persone pensano in modo diverso, se mettono in comune la propria indignazione e custodiscono la speranza di cambiare, la società alla fine cambierà secondo le loro attese» (Reti di indignazione e di speranza, EGEA, Milano 2012 pag. 114). Sarà!?!

In effetti chi scrive mantiene forti dubbi che la posta in gioco per l’affermazione dell’Altrapolitica si riduca al semplice esercizio di supremazia nei modelli di rappresentazione. Esistono aspetti in materia di rapporti di forza che oltrepassano la dimensione mediatica e investono una ben più cogente materialità. L’idea immediatamente performativa della parola politica è un’ulteriore caduta nell’ingenuità, visto che già il presidio dei canali in cui transitano o non transitano i messaggi dipendono da rudi (hard) presidi dei varchi, coi relativi guardiani.

Certo è che la guerra di liberazione della politica necessita di ben più approfondite strategie. Visto che le elaborazioni in campo risultano più pittoresche e brillanti che non mordenti, incisive. Mentre i posizionamenti dell’avversario sono supportati da un pensiero forte (quanto volto al male…). Oltre che da una determinazione (non proprio “vagamente”) omicida.

 


Corso urgente di politica per gente decente

di Juan Carlos Monedero

Feltrinelli, Milano 2015

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