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14/07/2015

 

L'Unione europea è nata per evitare le guerre e rischia di infrangersi su una "guerra" economica

di Mara Carfagna

Presidente Diritti in Cammino

 

Se dovessimo tirare una linea per fare un bilancio dell'Europa da quando è nata ad oggi, dovremmo purtroppo affermare che il sogno europeo si è infranto sul rigore e sull'austerità. Che lo spirito solidaristico con cui è nata è stato seppellito da regole di bilancio e vincoli da rispettare. L'Europa era una speranza. La speranza di un futuro pacifico, la speranza di una solidità economica, la speranza di una grande influenza a livello internazionale, la speranza di obiettivi comuni per tutti gli Stati membri.

Una speranza per i popoli europei. L'Europa oggi invece fa paura. Viene percepita come "il cattivo" che impone, che obbliga a rispettare condizioni proibitive a quelli che sono gli Stati più deboli ed in difficoltà dell'Unione, che obbliga i governi nazionali ad alzare le tasse ai cittadini per far sì che i bilanci statali siano in linea con quanto richiesto dall'Ue. I cittadini oggi hanno paura dei "numeri" imposti dall'Europa. E hanno ragione. Di austerità si può morire. Seguendo l'inflessibilità dettata dalla Germania, rischiamo di avere Paesi con i conti in ordine e il bilancio in pareggio, ma economicamente e socialmente stremati, sfiniti, morti. È questo che si vuole?

Sia ben chiaro un'unione di Stati non può esistere se non sono in essere regole e norme comuni e condivise. Ma la regolamentazione comune non può essere il frutto di egoismi nazionali e quindi non può essere imposta da quello che al momento si palesa come lo Stato più forte. La Germania non è lo stato sovrano dell'Unione Europea. Anzi l'Unione europea è nata anche per arginare le pretese egemoniche della Germania. Non bisogna essere storici sopraffini per ricordarsi che le basi dell'Ue sono state gettate dopo la seconda guerra mondiale, proprio per fare in modo che una situazione come quella appena vissuta non si ripresentasse.

Non possiamo quindi assistere oggi ad una nuova "guerra" tra stati europei. Non sarà una guerra di armi, ma è facile che diventi una guerra economica. Con il più forte che tende a schiacciare il più debole, imponendogli le sue ricette e le sue soluzioni, pena la messa in un angolo e la marginalizzazione ed un ipotetico fallimento. La questione greca deve essere un monito per tutti quanti, non possiamo far finta di nulla e girare la testa dall'altra parte. Da un lato ha dimostrato che le esasperazioni populiste hanno poca vita. Tsipras aveva conquistato i greci con le sue proposte anti europeiste e con il no al rigore, alla fine si è ritrovato a dover accettare, proprio per la sua iniziale intransigenza, delle condizioni che rasentano la perdita della sovranità nazionale, dimostrando a tutto il resto degli Stati membri che uscire dall'Euro evidentemente non è così facile in pratica come lo è a parole.

Dall'altro ha visto l'imporsi di uno Stato, la Germania, su un altro, la Grecia, con tutti gli altri Paesi a fare da semplici comparse o compartecipanti ininfluenti in una situazione che teoricamente doveva essere di interesse comunitario. Così non si va avanti, così com'è l'Europa è impantanata a metà di un guado e non si può muovere nè verso il futuro nè può guardare al passato. È un pachiderma stritolato dalle catene della burocrazia, delle regole e degli egoismi di pochi. Quella che si è consumata nelle 17 ore di Eurogruppo tra domenica 12 e lunedì 13 luglio non è stata la sconfitta di Tspiras e della Grecia e la vittoria della Merkel e della Germania, ma rischia di essere la fine dell'Europa, del progetto europeo, di quella speranza e di quell'ideale di federazione di Stati che ha portato i padri fondatori a dar vita all'Europa Unita.