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16 luglio 2015

 

Il filo spezzato dell’Europa

di Stefano Rodotà

 

Non mi riconosco nell’Europa nata tra il 12 e il 13 luglio. Sembra che l’Unione abbia abbandonato l’ambizione di costruire il suo popolo. Di questo dovrebbero essere consapevoli soprattutto quelli che hanno molto investito nell’Europa unita come grande progetto politico, e che oggi solo partendo da queste amare considerazioni realistiche possono ancora coltivare un’estrema speranza di riacchiappare un filo che appare ormai spezzato.

 

Abbandoniamo ipocrisie e luoghi comuni. Onorevole compromesso, né vincitori né vinti, ora è il momento della crescita, risolta la questione greca ora vi è la questione Bruxelles, serve più Europa politica. Come non vedere che attraverso la questione greca si è voluto risolvere proprio la questione Bruxelles, annunciando con inusitata durezza quale Europa politica ci attende per quanto riguarda leadership, forze politiche, contenuti? Sull’indubbia supremazia tedesca è inutile insistere, se non per sottolineare quanto sia debole la tesi dell’importante mediazione di Hollande. Che altro poteva essere chiesto alla Grecia dopo tutto quello che le era stato imposto? E che altro poteva avvenire dopo la riduzione della Grecia a protettorato, come ha ben scritto Lucio Caracciolo?

 

La verità è che questa vicenda ha certificato anche la dissoluzione della socialdemocrazia europea. Nel vuoto così lasciato, da tempo hanno cominciato ad insediarsi i populismi antieuropeisti, ai quali i partiti socialisti o socialdemocratici non sono stati capaci di contrapporre alcuna plausibile strategia. L’ultimo spettacolo offerto dal partito socialdemocratico tedesco, attraverso le prese di posizione del suo vice-cancelliere e del presidente del Parlamento europeo, è a dir poco imbarazzante. Ma l’allineamento degli altri partiti dell’Internazionale socialista, a cominciare dalla Francia e dall’Italia, è stato nella sostanza così totale da rendere ormai indistinguibili i loro programmi da quelli degli schieramenti conservatori. Con le ultime, unanimi decisioni di Bruxelles siamo entrati palesemente nell’area del partito unico europeo.

 

Ma questo non basta per sventare i rischi dei populismi montanti. Se l’Unione ha deciso di costruirsi come una organizzazione senza popolo, non vuol dire che il popolo sia cancellato. Con due effetti. I popoli si prendono le loro rivincite affidandosi a chi ne evoca una autonomia insidiata da Bruxelles. E si manifestano fenomeni di rinazionalizzazione, già ben analizzati da Wolfgang Streek, che hanno altrettanto potenziale distruttivo. Non si può condannare il nazionalismo della decisione di Tsypras di indire un referendum, e poi distogliere lo sguardo da una politica tedesca condizionata evidentemente dalle dinamiche interne a questo Stato. Se, poi, si voleva colpire Tsypras per educare Podemos, si tratta davvero di una strategia senza sbocco o più precisamente di una strategia che, infiacchendo la democrazia, favorirà una sostanziale disgregazione dell’Europa.

 

La questione della necessaria legittimazione dell’Unione europea attraverso meccanismi diversi da quelli puramente economici era stata ben colta nel giugno del 1999, quando il Consiglio dell’Unione europea decise di mettere in cantiere una Carta dei diritti fondamentali. Si giustificò questa iniziativa sottolineando esplicitamente che “ la tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell’Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità”. Non è un richiamo nostalgico. Quelle parole coglievano un punto nevralgico per lo sviluppo dell’Unione, essendo divenuto evidente che, per ottenere piena legittimazione da parte dei cittadini, all’integrazione economica e monetaria doveva essere affiancata, come passaggio ineludibile, l’integrazione attraverso i diritti. La Carta dei diritti fondamentali ha oggi lo stesso valore giuridico dei trattati, ma è stata cancellata dal quadro istituzionale europeo, sopraffatta dalla logica economica. Allo storico deficit di democrazia dell’Unione europea si è affiancato così un sempre più distruttivo deficit di legittimazione, che sconfina ormai nell’illegalità.

 

Non è arbitrario, allora, prevedere che il “più politica”, continuamente invocato, altro non possa essere che l’istituzionalizzazione e la formalizzazione delle logiche anche violente che hanno caratterizzato l’ultima fase, con un esercizio impietoso del potere che ha prodotto esclusione delle persone e espropriazione dei diritti. Sempre più lontani dalle parole del Preambolo della Carta dei diritti dove si afferma che l’Unione “pone la persona al centro della sua azione”. E sempre più vicini ad una stretta istituzionale che, modificando i trattati, intende costruire il “fiscal compact” come essenziale punto di riferimento.

 

L’Europa sociale, l’Europa del vivere in dignità e diritti, è dunque irrimediabilmente perduta? La domanda è legittima, e le risposte inclinano verso il pessimismo. Ma una conclusione così sconsolata – non per i sentimenti personali, ma per le sorti della democrazia – dovrebbe essere misurata attraverso una analisi che parta da una domanda diversa. Oltre al nuovo partito unico del rigore e ai diversi populismi si scorgono forze che possano riprendere il cammino dei diritti sociali non come rivendicazione egoistica contro “l’idraulico polacco”, ma come possibilità concreta di una azione statuale e sovranazionale che metta a frutto le analisi di tanti economisti e giuristi che hanno mostrato la forza distruttiva delle politiche finora seguite? Si consoliderà questa consapevolezza culturale, si tradurrà in iniziative concrete?

 

Non dimentichiamo che la guerra fredda venne combattuta mostrando concretamente la superiorità di una democrazia innervata dai diritti delle persone. Non dovrebbe essere questo il modello da seguire nel nuovo conflitto con il totalitarismo economico?