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3 luglio 2015

 

La responsabilità di votare No

di Theodoros Karyotis

Traduzione di marco calabria

 

Il progetto delle istituzioni europee è evidente: isolare, demoralizzare e castigare il popolo greco per farla finita con la resistenza al dominio liberista. Per questo i media e l'oligarchia hanno orchestrato la grande campagna della paura

 

Il clima di terrore creato dalle istituzioni e dai media controllati dall’oligarchia greca ha polarizzato la società e rende impossibile prevedere il risultato di domenica. L’impassibilità dei funzionari europei di fronte alla pioggia di critiche sulla gestione della crisi dimostra che la vera agenda del potere prevede solo di isolare, demoralizzare e castigare il popolo greco e farla finita con la resistenza al dominio neoliberista nel continente. Superare ancora una volta la paura, il fondamento psicologico della governabilità del sistema, e votare “no” è indispensabile per evitare un grave arretramento delle lotte popolari e per non aprire la strada a un golpe parlamentare. Occorre farlo, dunque, malgrado le molte critiche che i movimenti sociali possano fare al governo di Tsipras, malgrado il referendum presenti diverse ambiguità e malgrado non sia (e non vada confuso con) un’espressione della democrazia diretta. Il lavoro dei movimenti riprende il giorno dopo l’esito del voto con l’elaborazione di un piano di azione alternativo e antagonista all’integrazione neoliberista, un piano basato sull’iniziativa della società organizzata e la solidarietà tra i popoli europei.

 

La decisione che il governo greco ha preso venerdì scorso, sottomettere a referendum le proposte dei creditori, ha sorpreso perfino molti di noi, che abbiamo lottato negli ultimi anni contro l’austerità assassina in Grecia.

Le trattative stavano arrivando per l’ennesima volta in un vicolo cieco, il piano di “salvataggio” era alla fine, le istituzioni in precedenza conosciute come Troika rifiutavano ancora una volta la proposta del governo greco di trasferire il costo della crisi sui potenti ed esigevano altri sacrifici da parte dei ceti meno abbienti: nuove riduzioni di salari e pensioni, nuovi attacchi ai nostri beni pubblici e comuni, nuove riduzioni dei diritti sul lavoro e sociali.

Anche la proposta di 47 pagine fatta dal governo greco, e rifiutata in quanto “insufficiente” dalle istituzioni, aveva tutte le caratteristiche di un nuovo pacchetto (di misure, ndt) di austerità. La società civile, pertanto, si stava preparando per resistere a un nuovo memorandum. C’erano state riunioni di preparazione per riattivare il movimento delle piazze del 2011.

In questo contesto, la decisione di convocare un referendum è sembrata onesta persino ai detrattori del governo che ci sono dentro la sinistra e nei movimenti. Tsipras ha ammesso che il mandato che non è possibile portare a termine il mandato che il popolo greco gli aveva dato in gennaio, quello di rovesciare i termini dell’austerità senza arrivare a un punto di rottura con i creditori.

Si faceva imperativo, dunque, tornare a domandare ai cittadini come procedere. In una Europa governata da tecnocrati che sono in effetti impiegati del potere economico, chiedere a un popolo che partecipi al prendere le decisioni che decidono il suo destino sembra un atto radicale; e in effetti, la destra greca nel suo complesso ha denunciato la convocazione del referendum come un “colpo di Stato”.

E tuttavia, bisogna sottolineare l’assurdità delle opinioni che presentano il referendum come un atto di “democrazia diretta”. La democrazia diretta è il continuo coinvolgimento dei cittadini nelle gestione delle loro vicende, senza la mediazione dei politici di professione; la capacità della gente comune di definire l’agenda e il contenuto del dibattito politico.

Non è democrazia diretta un plebiscito che chiede alla gente di schierarsi con un “sì” o un “no” su questioni profondamente ambigue, con un’agenda definita in una serie di riunioni tenute a porte chiuse. In effetti, in questo “storico” referendum il popolo greco è chiamato a decidere senza capire bene la domanda, senza poter prevedere o controllare le conseguenze del risultato e senza aver elaborato un “Piano B” per il giorno seguente.

E questa ambiguità è esattamente il punto problematico del referendum. Il governo chiede ai cittadini che si schierino rispetto all’ultima proposta dei creditori. Questi ultimi, però, insistono nel dire che quella proposta è già stata ritirata, e che la vera domanda del referendum è quella di dire “sì” o “no” alla permanenza nell’eurozona, o addirittura nella Unione Europea.

Il governo non ha fatto sforzi sufficienti per spiegare nei dettagli in cosa consiste la proposta sulla quale siamo chiamati a pronunciarci, e ancora meno per spiegare quali sono le implicazioni di un “no”, oltre all’insistenza sul “no” come strumento di pressione nel negoziato in corso. E questa ambiguità su cosa vuol dire un “no” può essere utilizzata per promuovere un accordo basato sulle ultime proposte del governo greco, che non sono molto distanti da un nuovo memorandum, e che sono state duramente criticate dai movimenti sociali e da tutti i settori della sinistra, compresa l’ala sinistra del partito di Syriza.

Questa strumentalizzazione del giudizio popolare sta creando un ambiente di sfiducia. Tsakalotos e Varoufakis, i principali negoziatori sul versante greco, hanno affermato che il referendum si può annullare, o il governo può chiedere che si voti sì, nel caso in cui si arrivi a un accordo favorevole prima di domenica. È comprensibile che molta gente si senta ingannata, perché l’onnipotente “popolo sovrano” può passare ad essere una mera pedina in un gioco di scacchi politico-finanziario nel giro di pochi minuti.

Attualmente, per una minoranza non silenziosa della popolazione è abbastanza chiaro che la democrazia e la giustizia sociale sono arrivate ad essere incompatibili con il progetto europeo. Che i popoli della periferia europea vengono trattati come capri espiatori e sono chiamati a pagare il costo della crisi strutturale dell’eurozona. Che in questo momento l’integrazione europea non significa altro che la penetrazione del capitale in tutte le sfere della vita e il sacrificio dell’ambiente, dei beni comuni e del benessere dei ceti popolari sull’altare della capacità capitalista di fare profitti. Dopo il fallimento, da parte del governo guidato da Syriza, nella creazione anche della più piccola breccia nell’egemonia neoliberista europea, c’è una crescente presa di coscienza del fatto che, malgrado il gran costo della transizione, una vita semplice e autosufficiente al di fuori dall’eurozona è preferibile al dissanguamento lento ma continuo della società dentro di essa (l’eurozona, ndr).

Malgrado ciò, per la maggior parte della popolazione, l’atteggiamento da prendere verso l’euro non ha a che vedere con le aspettative materiali di lungo periodo, ma con la paura dell’ignoto, il timore della destabilizzazione a breve dell’economia o perfino con paure antiche in riferimento all’identità nazionale greca, all’appartenenza o meno alla civilizzazione occidentale. Questo spiega perché nelle manifestazioni a favore del “sì” degli ultimi giorni – convocate dalle forze di destra e nelle quali sono state protagoniste le famiglie facoltose – si siano aggiunte persone della classe media o bassa, che non hanno alcun interesse materiale a perpetuare l’austerità.

Naturalmente questa confusione e ambiguità viene utilizzata dalle forze pro-austerità per promuovere una campagna della paura, con il proposito di influenzare il voto di domenica.

Dopo l’intervento politico della Bce, che ha negato la liquidità alle banche greche e ha obbligato il governo a stabilire controlli sui capitali, i mezzi di comunicazione controllati dall’oligarchia greca, vale a dire tutti, meno la resuscitata di recente Ert pubblica, diffondono un clima di terrore, sostenendo che quel che è realmente in gioco sono la bancarotta e il conseguente caos economico.

Le continue minacce delle alte cariche europee, le immagini degli anziani che aspettano nelle lunghe code di ritirare la pensione, gli interventi vergognosi dei sindacati burocratici che chiedono l’annullamento del referendum e gli imprenditori che si rifiutano di pagare i salari di giugno con il pretesto della chiusura delle banche contribuiscono a demoralizzare l’elettorato.

A questo bisogna aggiungere le dichiarazioni di ministri e parlamentari affini al governo che rompono le fila e mettono in discussione l’utilità del referendum. È chiaro che “il popolo sovrano” arriva domenica alle urne con una pistola alla nuca. Perfino tra i detrattori dell’austerità si propaga il panico, e la bilancia si va inclinando ogni giorno di più verso il “sì”.

Nonostante questo, quanto detto sopra non significa che i movimenti popolari possano mantenere una “neutralità” di fronte a questa sfida; questa è, sfortunatamente, una posizione che promuovono, con idealismo rivoluzionario, il Partito Comunista e settori del movimento anarchico.

È chiaro che il dovere del movimento democratico popolare è di lottare per il superamento del contesto politico che presenta questo tipo di ricatti e falsi dilemmi. Tuttavia, non ci sono dubbi che un possibile “sì” nel referendum di domenica significherebbe una grande sconfitta per le lotte popolari.

Significherebbe una vittoria morale dei sostenitori dell’austerità, un attacco alle poche conquiste popolari che restano in piedi, un’opportunità per la burocrazia europea di intervenire nella politica del paese e organizzare un golpe parlamentare instaurando un governo servile come già fu fatto con il gabinetto di Papadimos nel 2011.

E sebbene il governo di “salvezza nazionale” guidato da Syriza lasci molto a desiderare per quel che riguarda il rispetto delle sue promesse elettorali, per la relazione di prossimità con i movimenti sociali e con le rivendicazioni di democrazia radicale, per la volontà di scontrarsi con il potere della oligarchia in Grecia, e per la fissazione ideologica capitalista della crescita, qualsiasi altra opzione governativa rappresenterebbe attualmente un ulteriore passo indietro in questi ambiti.

Il clima di terrore ha polarizzato la società greca, e ha reso impossibile prevedere il risultato di domenica. L’impassibilità dei funzionari europei di fronte alla pioggia di critiche sulla gestione della crisi europea dimostra che la vera agenda del potere costituito è semplicemente di isolare, demoralizzare e castigare il popolo greco, e con questo farla finita con ogni prospettiva di resistenza al dominio neoliberista nel continente.

È una grande sfida quella di superare ancora una volta la paura, il fondamento psicologico della governabilità neoliberista, e trovare l’integrità (morale, la coerenza, ndr) necessaria a votare per il “no” nel referendum del 5 luglio in Grecia.

Di certo, il nostro lavoro non finisce con quel “no”, resta pendente l’elaborazione di un piano di azione alternativo e antagonista all’integrazione neoliberista, un piano basato sull’iniziativa della società organizzata e la solidarietà tra i popoli europei.

Intanto però la sicurezza di dover continuare con l’austerità, l’espropriazione, la sofferenza e la disintegrazione del tessuto sociale che rappresenta il “sì”, mostra in modo chiaro che assumersi la responsabilità e lanciarsi verso le possibilità che apre un “no” è la sola opzione che può rafforzare il movimento popolare e aprire spazi di intervento alle forze sociali per la difesa dei beni comuni e il potenziamento delle nostre imprese collettive.

 


Theodoros Karyotis, sociologo e attivista nei movimenti sociali che promuovono l’autogestione e l’economia solidale e la difesa del “comune” a Salonicco, scrive su diversi giornali di movimento europei. L’analisi che ci ha inviato è stata pubblicata anche su Diagonal periodico