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06 Luglio 2015

 

Il no dei greci alla Fortezza Europa

di Igiaba Scego

scrittrice

 

Oxi, no, nein. La scommessa di Tsipras e Varoufakis è stata vinta. E molti in queste ore in Europa, non solo greci, stanno festeggiando. Una festa di lotta, perché lo sanno tutti che la realtà è difficile e il domani non è assicurato. Un no all’austerità e alla tecnocrazia. Ma un no anche contro la Fortezza Europa che uccide e respinge i migranti.

Almeno io lo leggo così. Sandro Portelli, storico, musicologo e americanista tra i più noti, in un incontro che si è tenuto al senato il 28 maggio scorso aveva definito “stragi del neoliberismo” quelle che hanno reso il mar Mediterraneo la più grande tomba a cielo aperto del mondo. Se i migranti sono costretti a viaggi inumani, torture, stupri e carrette del mare che possono naufragare da un momento all’altro, la colpa è dello stesso sistema che ha affamato il popolo greco in questi anni.

Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso ucciso nel 1987 in un agguato, nel suo famoso discorso sul debito pronunciato ad Addis Abeba aveva detto non a caso (e in tempi non sospetti) che “le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune”.

Sankara naturalmente non era un indovino, non aveva la sfera di cristallo. Ma da politico lungimirante sapeva riconoscere le crepe di un sistema concentrato solo su se stesso.

Ed ecco che il no, l’ormai famoso oxi, diventa un no a tutto quello che in Europa non ha funzionato in questi anni. Non solo quindi all’economia cieca e carnivora, ma anche un no all’Europa dei mille muri e dei mille fossati. Il no greco ha mostrato chiaramente l’ipocrisia di una politica europea che ha considerato fino adesso le persone come merci, emergenze, spazzatura.

“No a una gabbia”, ha detto a poche ore dai risultati il ministro delle finanze, ora dimissionario, Yanis Varoufakis. Naturalmente si riferiva alla situazione di ricatto vissuta dal suo popolo. Ma la gabbia è di fatto quella che l’Europa ha costruito ormai da vent’anni intorno a se stessa. Una gabbia che tiene gli altri, chiunque essi siano, fuori. Una gabbia che ha messo radici a Mellilla, a Ceuta, a Lampedusa, a Calais, a Budapest, nelle nostre stazioni, sui nostri autobus, nei terminal degli aeroporti, all’interno stesso dei nostri cuori.

Ma allo stesso tempo è una gabbia che imprigiona. Come fa il canarino Titti, si possono fare le linguacce a gatto Silvestro e pensare di cavarsela. Le sbarre danno la falsa idea di protezione all’uccellino più snob e dispettoso della storia dei cartoni animati. Ma rendono anche la sua vita molto solitaria e amara. Titti, come l’Europa, non dialoga con nessuno. Si è infilata con le sue stesse mani, pardon zampette, in una prigione di massima sicurezza.

L’Europa del calo demografico, degli egoismi nazionali, dello spread alle stelle, delle frontiere invalicabili, del razzismo a scopi elettorali, dei tagli alla sanità vive da tempo questo sentimento, dove l’agonia si sposa con la solitudine più cupa. Una infelicità europea che ha portato nel continente solo depressione e rimpianto. In questo Syriza (ma anche lo spagnolo Podemos e non solo) sono stati chiari nei loro programmi elettorali. L’immigrazione non è mai stata demonizzata, i diritti di fatto rispettati. Si è assistito, nonostante le difficoltà del paese, a un cambio di passo verso i migranti in Grecia. E malgrado l’alleanza con Anel, partito storicamente antieuropeista e antimmigrazione, durante i mesi di governo di Syriza si è dato vita a una trasformazione nell’atteggiamento verso le minoranze. Non più allarmismi, ma politiche della cooperazione.

Un’alleanza mediterranea aiuterebbe le socialdemocrazie, che stanno vivendo forse la crisi di identità più forte dal dopoguerra, a ritrovare una propria voce autorevole

In quest’ottica il no delle urne greche è un capitale che va fatto fruttare soprattutto tra i paesi del Mediterraneo. Ed è questo che emerge con prepotenza dalla tornata referendaria. Una Grecia che mostra la via agli altri paesi che si affacciano sul Mare nostrum. Credere in un’alleanza mediterranea per contare e fare numero nei banchi di Bruxelles. Se questa alleanza sembra all’orizzonte con la Spagna dei movimenti, sembra più difficile con l’Italia di Matteo Renzi e con la Francia di François Hollande. Ma in realtà è l’unica via perseguibile se ci si vuole salvare dalla furia devastatrice di una tecnocrazia che si sta mangiando tutto ciò che di bello avevano sognato gli uomini di Ventotene, ovvero una Europa di eguali tra eguali.

Inoltre un’alleanza mediterranea aiuterebbe anche le socialdemocrazie, che stanno vivendo forse la crisi di identità più forte dal dopoguerra, a ritrovare una propria voce autorevole. Paradossalmente i vari Renzi, Schulz e Hollande avrebbero molto da guadagnare da questo voto greco. Ma sapranno cogliere l’occasione? Ora sono in molti a salire sul carro di Syriza e del vittorioso oxi. In prima fila i leader antimmigrazione come Marine Le Pen in Francia o Nigel Farage nel Regno Unito. Partiti antieuro che vogliono legittimare se stessi attribuendosi una vittoria di fatto non loro. Ma non tengono conto che il pacchetto di Tsipras e Varoufakis non si basa su un semplice no economico, nei loro intenti c’è anche la costruzione di un’altra Europa. Le parole chiave sono solidarietà, uguaglianza, libertà. Un’altra Europa dove i migranti non sono le solite comparse, ma protagonisti del cambiamento insieme ai cittadini greci in lotta per la loro dignità.

Piazza Syntagma, teatro delle grandi manifestazioni greche, e gli scogli di Ventimiglia, dove i richiedenti asilo hanno resistito al freddo e agli sgomberi, sono le facce di una stessa medaglia. Curve di una stessa esistenza. Non due lotte diverse, ma la stessa lotta.

Il futuro è naturalmente incerto. L’Europa cosa farà? Punirà i greci per la loro ribellione o saprà ascoltare la voce che è arrivata da quella piazza? Per adesso sappiamo solo che Teseo ha sconfitto il Minotauro, come da tradizione. Ma ora si deve uscire dal labirinto. Ci sarà un’Arianna anche questa volta? Chi ha votato no al referendum ne è certo.