Ma’an

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10/7/2015

 

I Palestinesi ricordano gli orrori della guerra contro Gaza: “Non proviamo piu’ nessuna gioia”

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

 

 “Qui le condizioni sono veramente difficili”, afferma Shadi Barakeh, 12 anni. “Di notte fa freddo ed ho paura quando sento i cani abbaiare ed il fischiare del vento”.

“I vestiti che indosso sono gli unici che mi sono rimasti. Vado a scuola con questi vestiti e li indosso anche nella tenda”.

Il racconto del bambino e’ una delle numerose testimonianze raccolte dal gruppo israeliano per i diritti B’Tselem, guardando indietro all’anno passato, da quando Israele ha iniziato una sanguinosa offensiva contro la Striscia di Gaza che alla fine ha lasciato oltre 2.200 Palestinesi uccisi, la maggior parte dei quali civili.

Le testimonianze dipingono soltanto un quadro di partenza della devastazione che si è abbattuta sulle vite quotidiane dei Gazawi durante i 50 giorni del conflitto.

Dato che la guerra si avvicinava sempre più alla casa della famiglia di Shadi, ad Abasan al-Jadidah, nel sud di Gaza, sono andati via rifugiandosi presso parenti.

Due settimane dopo, pero’, suo padre non ha fatto ritorno dopo essere uscito per compare qualcosa. Alcuni amici hanno poi telefonato per avvertire che era rimasto ferito.

Il dodicenne ricorda che: “Abbiamo cercato mio padre in vari reparti fino a quando siamo arrivati ai frigoriferi dell’obitorio. E’ lì che lo abbiamo trovato. Era morto. Mia madre non è più riuscita a smettere di piangere, la vedo piangere per ore ed ore”.

Quando la sua famiglia ha fatto ritorno nella propria casa alla fine della guerra, l’ha trovata distrutta. Ora vivono vicino alle sue macerie “in una tenda che abbiamo fatto noi con pezzi di vestiti e tappeti”.

“Ma non è questo che mi rende triste”, dice Shadi. “Sono triste perché mio padre è morto”.

“Se lui fosse qui con noi, farebbe di tutto. E ci comprerebbe abiti ed una nuova casa. Sento che la mia vita e’ davvero cambiata da quando mio padre e’ stato ucciso. Non proviamo più nessuna gioia ora”.

 

“Non mi e’ rimasto niente”

Maryam Abu Raya, una abitante della città di Gaza di 65 anni, ha raccontato a B’Tselem il giorno in cui il suo appartamento e’ stato distrutto.

“E’ arrivata una telefonata e la moglie di (mio figlio) Muhammad mi ha detto che dovevamo tutti abbandonare l’edificio perché aveva ricevuto una chiamata che la avvertiva che stava per essere bombardato. Ho aperto la mia porta d’ingresso ed ho visto gli altri inquilini andare giù per le scale portando alcune cose dalle loro abitazioni”.

“Eravamo tutti in stato di shock e nessuno capiva quel che stava accadendo. Alcune persone dicevano che i missili avrebbero colpito l’undicesimo piano, dove Hamas aveva un ufficio per le comunicazioni”.

Quindi è riuscita a fuggire con i suoi figli e le loro famiglie presso una casa di amici lì vicino.

“Alcuni minuti più tardi”, racconta, “abbiamo sentito due scoppi e poi l’edificio è crollato. Stavo tremando come una foglia. Il mio cuore batteva forte, pensavo mi sarebbe saltato fuori dal petto. Tutto era distrutto, i nostri tre appartamenti”.

“Ho passato 17 anni nell’appartamento che avevo e tutto era lì dentro”, ha detto. “Piango ancora per gli appartamenti che sono stati distrutti per nessun motivo e sogno di ritornare nella mia casa… ma non sarà mai più la stessa”.

Un’altra abitante della città di Gaza, Mayadah Zaqut, 42 anni, ha descritto l’orrore col quale si sono svegliati lei e suo marito, Ahed, alla fine di luglio.

“Ci siamo svegliati all’improvviso per il rumore di una bomba lì vicino. Ahed è andato a vedere cosa era stato colpito. Non ha visto niente ed è ritornato nel letto. Io sono andata in cucina. Alcuni minuti dopo, il nostro appartamento è stato bombardato”.

“Tutto si è coperto di polvere ed io non riuscivo a capire cosa esattamente fosse successo, chi fosse vivo e chi fosse ferito”.

E’ stato soltanto in seguito che suo marito è stato liberato dalle macerie, facendo i suoi ultimi respiri.

“Io stavo seduta sulle scale urlando e piangendo quando ho sentito il fratello di Ahed che diceva che era morto”, ricorda Mayadah.

Ed ha aggiunto: “Una delle cose che mi fa più male è che non ho avuto nemmeno il tempo di prendere almeno un ricordo di Ahed dall’appartamento prima che venisse bombardato… Tutto è andato a fuoco, anche le nostre foto del matrimonio. Non mi è rimasto niente che mi ricordi della vita familiare che avevo una volta”.

 

“Foto dei morti sulle pareti e sulle porte”

La guerra della scorsa estate è stata la terza contro Gaza in sei anni, e di gran lunga la più micidiale e distruttiva delle tre.

Il commissario generale dell’agenzia di soccorso dell’ONU, UNRWA, Pierre Krahenbuhl ha avvertito mercoledi’ scorso che le cause alla radice del conflitto restano irrisolte.

“La disperazione, la miseria e la negazione della dignità derivanti dall’ultima guerra e dall’assedio sono elementi quotidiani ordinari per la gente di Gaza”, dice.

Vaste zone di Gaza restano in macerie e il lavoro di ricostruzione di circa 18.000 abitazioni, distrutte completamente durante la guerra, non è ancora cominciato.

Maha Abu Mutlaq, una studentessa diciassettenne di Khuzaa nel sud di Gaza, ha raccontato a B’T selem a proposito delle difficolta’ di ritornare ad una vita normale dopo le conseguenze del conflitto.

Prima dell’inizio della scuola, alla fine dell’estate, la sua famiglia si e’ trasferita in un appartamento non ammobiliato nel quale tutti loro avevano “alcuni materassi e coperte che eravamo riusciti ad ottenere dalla scuola nella quale ci eravamo rifugiati”.

“L’ambiente a Khuzaa è terribile e non mi aiuta a studiare”, dice Maha. “Le strade e le case sono in rovina. Dovunque vai si vedono macerie e foto dei morti sulle pareti e sulle porte”.

“Quando è iniziato l’anno scolastico, era molto difficile per me riuscire a concentrarmi. Sedevo per ore cercando di studiare ma non riuscivo a fare più di tanto. Ero ossessionata da tutte le cose orribili che avevo visto durante la guerra”.

(Edifici distrutti di fronte ad una moschea nella parte settentrionale della Striscia di Gaza, nella città di Beit Hanun, ad un anno dall’inizio della guerra. AFP)

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

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