ilpost - 27 gennaio 2015 - Martedì mattina un gruppo di persone armate ha attaccato il Corinthia Hotel di Tripoli, in Libia, un albergo molto frequentato da clienti stranieri. Citando le autorità libiche, Reuters ha riferito che nell’attacco sono morte almeno 9 persone e che alcune di loro sono dei cittadini stranieri. BBC dice che per ora sono state confermate le morti, dai rispettivi governi, di un cittadino statunitense e di un cittadino francese. Sul numero dei feriti non ci sono ancora conferme ufficiali, ma si parla di decine di persone. Gli assalitori hanno iniziato a sparare subito dopo essere entrati nell’albergo e avere raggiunto la zona della reception, mentre all’esterno è esplosa un’autobomba. Un account Twitter riconducibile allo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco al Corinthia Hotel, sostenendo di averlo organizzato per vendicare la morte di Abu Anas al-Libi, un jihadista libico sospettato per gli attacchi terroristici a due ambasciate statunitensi in Africa alla fine degli anni Novanta. Al Libi è morto il 2 gennaio negli Stati Uniti prima che iniziasse il processo contro di lui. Per ora non è ancora chiaro se la rivendicazione sia autentica.

L'Huffington Post
27/01/2015

L'Isis attacca il cuore della capitate libica
di Umberto De Giovannangeli

Il “Califfato” colpisce nel cuore di Tripoli. Per la prima volta. E per la prima volta utilizza terroristi-kamikaze per portare a termine l’attacco. E tutto questo alle porte dell’Italia. Il sanguinoso attacco all’’Hotel Corinthia è stato rivendicato dalla "filiale" locale di Isis, il cosiddetto "Califfato di Derna".

L’attentato è avvenuto mentre sono in corso a Ginevra colloqui di pace sotto l’egida dell’Onu tra delegazioni del governo internazionalmente riconosciuto del premier Abdullah al Thani e rappresentanti di parte delle forze islamiste che controllano la Tripolitania e minacciano la Cirenaica. Un tweet diffuso da un gruppo affiliato all’Isis dice che l’attacco aveva come obiettivo "diplomatici stranieri". L’attacco sarebbe una vendetta per la morte in carcere negli Usa il 2 gennaio scorso di Abu Anas al-Libi. Si tratta dell’organizzatore degli attentati contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998, in cui vennero uccise 200 persone, il primo attacco attribuito ad al Qaeda. Lo hanno rivendicato gli stessi seguaci locali del califfo Abu Bakr al Baghdadi. Al-Libi è morto di cancro.

Quella messa in atto dagli affiliati libici allo Stato Islamico è una prova di forza. La scelta dell’obiettivo, le dinamiche dell’attacco, il momento in cui avviene: c’è una regia politica dietro l’azione terroristica. Una regia che punta anche a rilanciare la guerra per la leadership del fronte jihadista, che vede l’Isis contrapposta alle filiali locali di al-Qaeda rimaste fedeli al successore di Osama bin Laden, Ayman al-Zawahiri.

È allarme rosso. Per tutti. Soprattutto per i Paesi euromediterranei, tra i quali l’Italia, l’unico Paese europeo che ha una rappresentanza diplomatica ancora attiva in Libia. Dopo la “Jihad dei barconi” ecco i kamikaze di al-Baghdadi irrompere sulla scena tripolina. Il messaggio è chiaro: i nuovi padroni della Libia del dopo-Gheddafi siamo noi. Fonti maltesi riferiscono però che l'assalto avrebbe avuto come obiettivo il premier del governo parallelo libico auto proclamatosi, Omar al Hasi, che al momento dell'assalto era all'interno dell'hotel: al Hasi sarebbe scampato all'agguato dopo essere stato evacuato dal retro.

Ciò che è chiaro, è che la crisi libica è giunta a un punto di non ritorno. Sul piano militare, non c’è più partita tra le milizie jihadiste e ciò che resta dell’esercito fedele al governo di Tripoli. La creazione di una enclave del Califfato in terra libica è stata realizzata dai militanti del Majis Shura Shabab al-Islam, il Consiglio della Shura per i Giovani dell’Islam, sotto la guida di un veterano dell’Isis, Aby Nabil al Anbari, inviato due mesi fa in Libia da al Baghdadi, e con il sostegno decisivo di circa 300 libici rientrati in patria dopo aver combattuto per il Califfato nella brigata al Battar in Siria e in Iraq.

Derna è stata ribattezzata “Barqa”, il nome arabo per Cirenaica. Della Libia si è recentemente occupato anche l’efficientissimo “Dipartimento comunicazione” dell’Isis: Al Hayat Media, che, qualche giorno fa, ha inaugurato la campagna di reclutamento con l’hashtag (in arabo) #LaMigrazioneVersoloStatoIslamicoinLibia. A supporto dei tweet compaiono immagini e banner di propaganda da diffondere viralmente nel web 2.0 e, soprattutto, alcune mappe della Libia. Su queste cartine sono indicati tutti i punti di possibile accesso al paese attraverso quello che appare come un confine privo di qualsiasi controllo, soprattutto nella zona sud.

L’avanzata delle milizie di al-Baghdadi sembra inarrestabile: dopo aver conquistato Derna, i guerriglieri dell’Isis si sono insediati nella regione di Bengasi. Poi, continuando la marcia verso ovest, nella zona di Sirte e quindi di Misurata, quella che fino a poco tempo fa era un vitale centro di commerci e di affari anche per gli stranieri. Infine, scavalcata, almeno per ora, la capitale Tripoli, truppe di jihadisti hanno occupato Sabrata e, infine, il porto di Harat az Zawiyah, ai tempi di Gheddafi scalo di una certa importanza per le rotte petrolifere verso la Turchia e l’Asia.

Quello che sta prendendo corpo, e terreno, è un Califfato a 800 chilometri di mare dalle coste italiane. Oggi, dallo specchio di mare che va da Sabrata fino a Zawiyah e di lì fino a Zuara, piccolo porticciolo di pescatori, partono quasi tutte le imbarcazioni di migranti diretti a Lampedusa, verso la Sicilia o verso Malta. Ed ora la penetrazione degli “shahid” (martiri) del “Califfo Ibrahim” hanno messo piede anche a Tripoli.

Da tempo, come già anticipato dall’Huffington Post alcuni mesi fa, i servizi d’intelligence italiani monitorano ciò che avviene nella “nuova Somalia” del Mediterraneo (la Libia del dopo-Gheddafi), segnalando l’affermarsi delle milizie qaediste all’interno dell’arcipelago (oltre 300) dei gruppi armati che dettano legge nel Paese nordafricano. Non solo. Lo Stato Islamico ha stabilito dei campi di addestramento nell'est della Libia. E questo a partire dalla fine del 2014.

Secondo il generale David Rodriguez, comandante delle forze Usa per l'Africa che ha dato la notizia, sono circa duecento i jihadisti che vengono addestrati in quei campi. Ancora più dettagliate, e inquietanti, sono le informazioni provenienti dall’intelligence libica, secondo cui nei dintorni di Derna vi sarebbero una decina di campi di addestramento creati da combattenti fedeli all'Isis al fine di formare i jihadisti del Nord Africa, così come altre strutture di supporto nei pressi delle Montagne Verdi.

La gran parte dei 300 jihadisti libici che erano partiti in Siria, arruolandosi nel battaglione dell'Isis al Battar, dispiegato prima nella città siriana di Deir Ezzor e poi in quella irachena di Mosul, sono tornati. E questi campi servono per addestrare mujihaddin pronti a colpire non solo nei vicini Paesi del Maghreb, Algeria, Tunisia, Marocco, ma anche di provare a infiltrarsi nei Paesi euromediterranei, attraverso i barconi controllati direttamente dalle milizie dell’Isis, per colpire obiettivi sensibili.

Non basta. Due città-Stato all’Ovest, Misurata e Zintan, alleate nel 2011 agli albori della sollevazione contro il Colonnello, e ora l’una contro l’altra in armi per la gestione del potere post-regime. Cirenaica contro Tripolitania. Nazionalisti contro fondamentalisti. Il passato che si fa futuro. L’attacco di Tripoli svela un’amara verità: la transizione democratica in Libia non è mai iniziata. L’Europa ha spodestato un despota, ma non è riuscita a mettere in campo uno straccio di strategia politica che puntasse decisamente alla ricostruzione di una società che non aveva tradizioni di democrazia.

Altro che stabilizzazione democratica: secondo un rapporto dell’Onu del 4 settembre 2014, dalla scorsa estate 250mila libici hanno abbandonato le loro case e circa150mila tra loro sono scappati all’estero. Una fuga disperata, per molti finita tragicamente: l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) stima che da giugno almeno 1.600 persone siano morte cercando di attraversare il Mediterraneo.

"Se in Libia non partirà prestissimo un vero dialogo politico la certezza è una sola: il Paese sarà campo aperto per l'Isis che potrà dispiegare anche qui la sua minaccia. L'Isis di fatto è già presente in Libia: ci sono contatti continui, ci sono i gruppi eredi di Al Qaeda che stanno trattando con loro. Ci sono anche i primi miliziani che hanno combattuto in Siria e Iraq e adesso sono rientrati in Libia: hanno solo bisogno che il caos attuale, che la mancanza di controllo politico continuino per rafforzarsi. Poi sapranno loro cosa fare". Così si era pronunciato in una intervista a Repubblica Bernardino Leon, il diplomatico spagnolo che dal 1° settembre del 2014 lavora come inviato Onu per la Libia.

“Chi ha sottovalutato la capacità attrattiva che l’Is sta avendo su tutte le formazioni jihadiste operanti non solo in Libia ma nell’intera area nord e centro africana, ha commesso un gravissimo errore – rimarca lo storico Angelo Del Boca, tra i più autorevoli esperti di questioni libiche - Il Califfato si sta organizzando a Bengasi. Ed era prevedibile che sarebbe sfociata così la loro battaglia contro Tripoli”.

“Derna oggi assomiglia a Raqqa, la capitale dello Stato Islamico”, ha detto alla Cnn Noman Benotman, ex jihadista che lavora per la Fondazione Quilliam, impegnata contro il terrorismo: “L’Isis rappresenta una seria minaccia per la Libia”. “Se l’Isis dovesse riuscire a prendere il controllo di un’ampia porzione della Libia, questo potrebbe destabilizzare l’intero mondo arabo”, scrive il settimanale tedesco Der Spiegel, sottolineando la collocazione strategica del paese e le enormi riserve di petrolio. Uno Stato senza potere. Un contropotere (armato) che si fa Stato. “Signori della politica” che per contare davvero sono costretti a trasformarsi in capi fazione con tanto di scherani assoldati con i proventi petroliferi. Milizie nate con la super visione del Ministero degli Interni, del Congresso fino a gruppi sorti sotto l’egida dello Stato Maggiore. Trafficanti di uomini che moltiplicano a dismisura il proprio fatturato, salvo poi sparare addosso a migranti che non rispettano ordini e pagamenti, o che diventano d'intralcio per altre operazioni via mare. E ancora: un territorio in cui agiscono circa 200 gruppi armati: filiali locali di al Qaeda, gruppi jihadisti salafiti, compagnie di ventura, mercenari al soldo del migliore offerente, ex soldati e ufficiali del fu Colonnello, messisi in proprio, portando in dote carri armati e blindati sottratti ai depositi del passato regime.

Questa è la Libia del post-Gheddafi. C’è chi la definisce la “nuova Somalia” nel cuore del Mediterraneo. È molto peggio: è il Califfato Islamico a 800 chilometri di mare dalle coste italiane.

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