Questo pezzo è dedicato a Adel Termos, di Beirut che ha dato la sua vita affinché altri potessero vivere


Originale: open democracy

http://znetitaly.altervista.org/

24 novembre 2015

 

Viviamo in tempi spietati

di Vijay Prashad

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

Una settimana di orribili carneficine – esplosioni di bombe a Beirut e a Baghdad

e poi le sparatorie a sangue freddo a Parigi. Ognuno di questi atti terroristici ha lasciato corpi morti e vite ferite. Non c’è nulla di buono che ne seguirà – soltanto il dolore della vittima e poi ancora altro dolore quando i potenti si rifugeranno in politiche banali che ancora una volta fanno girare la ruota della violenza.

Come si reagisce  a questi incidenti? Per prima cosa con orrore e indignazione che sono istintivi. Piangiamo per i morti: i giovani genitori di Haidar Mustafa (di tre anni) che lo hanno protetto e gli hanno salvato la vita quando un’esplosione a Beirut li ha fatti a pezzi. A Parigi i terroristi hanno ucciso Djamila Houd (41 anni) che lavorava per Isabel Marant in un bar. Ci sono i volti di tutte le vittime e ognuno di loro comparirà sulla stampa e sui media sociali. Ci sorrideranno, ci parleranno dei loro giorni migliori e delle loro speranze. Nessuno di loro ha avuto alcun ruolo attivo in nessun conflitto. La loro uccisione non ha avuto nulla a che vedere con loro.

Saremo  sbigottiti  dalla incomprensibilità di queste morti – lo speco di vita provocato dalla morte. Cercheremo spiegazioni. E’ già diventato chiaro che gli autori di questi attacchi con le bombe – Baghdad, Beirut  e Parigi  – appartengono all’ISIS o “Daesh”, il gruppo che controlla una vasta  parte di Iraq e Siria e anche parti della Libia e dell’Afghanistan (con gruppi “fratelli”  in Nigeria e Somalia). L’ISIS, come al-Qaida, è tentacolare – non ha una testa, soltanto arti che vengono ispirati ad agire con furia. Se è l’ISIS, perché attacca in questi luoghi?

Per gli occidentali, le bombe a Baghdad e a Beirut non impegneranno molto del loro tempo – dopo tutto,   i media occidentali sembrano indicare che esplosioni di questo tipo sono una routine in quei luoghi; sono quasi naturali. In ottobre, 714 iracheni sono morti a causa di azioni di terrore violento. Questi numeri  forniti mensilmente sono sempre gli stessi se risaliamo fino al 2003, quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq. Per 11 anni, quindi, l’Iraq ha affrontato tale enorme  bilancio   di vittime, con la popolazione che era in uno stato di trauma comatoso.  In queste situazioni c’è poco riguardo per le persone la cui morte  e vita – provocata da guerre occidentali, è ora una postilla alla preoccupazione globale.

Il presidente François Hollande ha reagito agli attacchi di Parigi con parole dure: “condurremo una guerra che sarà spietata.” Ma l’Occidente –compresa la Francia – è già stata in guerra sia con l’ISIS che con gruppi simili all’ISIS. Chi altro verrà attaccato? La strategia cambierà? I leader occidentali saranno in grado di avere  una lungimiranza maggiore  di quella che è stata limitata dalla reazione emotiva del momento attuale e saranno in grado di vedere  al di là del riflesso di altre guerre? L’intellighenzia occidentale e i suoi capi saranno capaci di riconoscere che alcune delle scelte strategiche fatte in Occidente hanno soltanto  inasprito le avversioni e hanno soltanto tirato fuori tantissime minacce? E’ improbabile.

Un linguaggio machista sulla “guerra spietata” definisce i contorni della leadership in questi giorni. Si offre poco di più. E’ quello che ci vuole per le nostre emozioni.

Da dove sono arrivati gli autori degli attacchi? La tentazione è di dare la colpa alla religione o alla razza, di distogliere lo sguardo da zone di indagine più significative.  L’amnesia è all’ordine del giorno. Ogni attacco all’occidente regolare di nuovo l’orologio. Nessuno deve prestare attenzione alla Lega Mondiale Musulmana appoggiata dall’Occidente e dai Sauditi, il cui compito è di distruggere le forze del nazionalismo laico e del comunismo nel mondo arabo negli anni ’60 e ’70. Tutti coloro che erano dalla parte giusta della storia caddero vittime delle spade nemiche,  distrutti in quanto anti-islamici, allo scopo di proteggere gli emirati del Golfo Arabo e il regno Saudita e anche gli interessi occidentali legati al petrolio e al potere.

Non dobbiamo parlare dell’attacco occidentale e saudita all’Afghanistan, negli anni ’70, prima dell’intervento sovietico, inteso ad abbattere la repubblica comunista di quella nazione. Nessuno dovrebbe parlare della creazione dei “mujahideen”, il cui    conteneva un nocciolo brutale che è esploso creando al-Qaida. Perché allora  prestare così tanta attenzione alla guerra all’Iraq e poi alla Libia e alla Siria che hanno distrutto quegli stati e li hanno trasformati – come l’Afghanistan – in parchi giochi per gli “jihadisti”, i figli della Guerra Fredda?

L’incredulità accoglierà coloro che ci ricordano la violenza occidentale, a cominciare dai bombardamenti aerei della Libia nel 1911 a quelli della Libia nel  2011 – incalcolabili numeri di morti; “non è stata una guerra,” scrisse un giornalista nel 1911 “è stata una carneficina.” Pochi andranno a tirar fuori dagli scaffali della loro libreria il romanzo di Leila Sebbar: La Seine était rouge [La Senna era rossa], un libro feroce sull’uccisione da parte del governo francese di centinaia di persone che nell’ottobre del 1961 avevano dimostrato a Parigi in favore dell’Algeria.

Leggerete queste parole e direte: stai incolpando le persone che sono morte della loro stessa morte? Sarete indignati con me. Non sarete indignati con la storia di questi paesi, della morte che hanno provocato, dell’infelicità che hanno creato, e poi negato. Non vi chiederete perché queste migliaia di europei sono andati in Siria a combattere in questi anni recenti, e perché il ministro degli esteri francese – Laurent Fabius – sembrava riluttante a mettere il gruppo affiliato ad al-Qaida in Siria sulla lista dei movimenti terroristici?

Non vi chiederete chi influenzava questi giovani uomini, consacrati dai loro governi ad andare a combattere una guerra in qualche altro posto e poi ispirati dagli ecclesiastici finanziati dai Sauditi che hanno detto loro non soltanto di combattere in Siria ma di tornare in patria a creare il caos? Penserete che è tutto è inventato, che io voglio giustificare i massacri.

Non c’è alcuna giustificazione. C’è soltanto la recita di una storia spietata sepolta sotto cliché ufficiali.

Dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush decise di ignorare la sua storia. Era quasi un reato indicare che le guerre future avrebbero semplicemente esacerbato il problema, avrebbero gettato benzina sul fuoco dell’odio. Pochi giorno dopo quelle violenze, io scrissi: “nulla di buono proviene dal terrore. Non è mai successo e mai succederà.” Quello che intendevo non era soltanto il terrore di coloro che attaccavano gli Stati Uniti, ma anche il terrore che ne sarebbe seguito. Il risultato delle guerre di Bush non è stata la risoluzione della violenza – la  Missione Compiuta, come ha detto Bush in modo arrogante – ma guerre senza fine.

C’è un altro modo? Dopo gli attacchi di Mumbai del 2008 (164 morti) il governo indiano non si è precipitato a fare una guerra. Ha aperto una lenta indagine sull’attacco e ha  chiarito  il complotto e come era stato eseguito. Si aprirono discussioni a livello diplomatico con il Pakistan che era accusato dall’India di dare rifugio a coloro che avevano programmato l’attacco. Il dossier resta aperto. Nessun avventato attacco missilistico poteva rimediare all’attacco di Mumbai. Avrebbe soltanto fatto aumentare ulteriormente il conflitto e avrebbe trascinato l’India e il Pakistan in una guerra inaccettabile. E’ molto meglio seguire il caso con prudenza.

Tutti i partiti sono d’accordo che il problema dell’ISIS e di al-Qaida non offre risposte facili. L’Occidente  non è stato disponibile ad affrontare i suoi principali alleati dell’Asia Occidentale – il regno Saudita e gli emirati del Golfo, i cui finanziamenti continuano a lubrificare le reti dell’estremismo e i cui sceicchi continuano a scuotere  le giovani menti con idee pericolose – compreso il settarismo pieno di odio. Nessun paese occidentale ha fatto la necessaria pressione a questi paesi perché facessero qualchecosa. Nessun paese occidentale ha chiesto al partito governante della Turchia di mettere da parte le sue ambizioni interne e di permettere alle milizie curde di combattere l’ISIS liberamente. Nessuna potenza occidentale ha ammesso che il loro continuo appoggio logistico a Qatar, Arabia Saudita e Turchia

ha alimentato il ciclo dell’estremismo.

Nessuno ha preso sul serio la richiesta da parte degli stati membri dell’ONU di riesaminare gli accordi commerciali e la politica finanziaria in modo da evitare che le loro nazioni non vengano soffocate nel caos, il terreno fertile per il terrorismo. Nel 1992, il leader liberale del Mali, Alpha Oumar Konaré, chiese all’occidente di dimenticare l’odioso debito del suo paese. Non era in grado di far uscire la sua gente dalle divisioni e dalla povertà se doveva continuare a pagare le banche ogni mese, e se gli agricoltori non avevano alcun sollievo a causa dell’avversa politica commerciale. Nessuno lo ascoltò. Gli Stati Uniti lo liquidarono dicendo che “la virtù

è di per se stessa un premio “ –  Intendendo dire: pagate. Konaré non poté  cambiare la sua agenda.  Lasciò la carica. Il paesi implose. Al-Qaida si impadronì della seconda città del Mali, Timbuktu. I francesi li bombardarono nel 2013. Il paese rimane in frantumi. E’ il risultato di una serie di cattive politiche. A nessuno importa di queste. Si interessano soltanto di al-Qaida nel Maghreb e dei suoi movimenti.

I decisori occidentali delle politiche sono come ragazzini che giocano con i loro giocattoli. Non vedono la sofferenza umana e le terribili conseguenze delle loro terribili politiche.

Viviamo in tempi spietati. C’è una terribile violenza. C’è una tremenda tristezza.

 


Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/we-are-in-pitiless-times

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