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14 aprile 2015

 

L’origine del caos mediorientale è economica

di Alvise Pozzi

 

La primavera araba, scaturita dalle rivendicazioni della classe media, è poi sfociata in un conflitto religioso foraggiato dall’Occidente.

 

Il Medio Oriente e, più in generale, l’intero mondo mussulmano è in fiamme. Da Aden a Tikrit, da Damasco a Misurata il conflitto perenne con la sua moltiplicazione di gruppi armati in lotta fratricida, di Stati falliti e di golpe armati è ormai la costante degli ultimi cinque anni. Tutti i confini sembrano sfaldarsi, cedere sotto i colpi di una guerra spietata che spazza via nazioni, partiti, movimenti faticosamente costruiti nell’ultimo secolo, creando alleanze fino a poco fa impensabili. Una crudele guerra senza quartiere dove il più forte si manifesta tramite l’efferatezza dei massacri e per l’assenza di pietà. Non c’è spazio per la mediazione, non c’è diplomazia che regga, né un pensiero razionale che induca a trattare i vinti di oggi nei governati di domani. La logica dominante è quella dello sterminio, del creare nuove entità regionali etnicamente omogenee. Tutto sembra ridotto a una guerra religiosa tra le principali correnti dell’Islam radicale, decise a darsi battaglia fino alla morte; un conflitto che l’Occidente osserva preoccupato solo perché sempre più vicino ai propri inviolabili confini, a volte intervenendo in ordine sparso e soft, dietro il confortabile velo della lotta contro la barbarie jihadista. Il punto di vista è chiaro e semplice: il fanatismo religioso e l’arretratezza culturale generano questi “mostri” che decapitano, rapiscono e massacrano interi villaggi, inneggiando ad Allah. Noi, invece, ormai protetti dal nostro secolarismo, dal rispetto dei diritti umani e in fondo dal nostro benessere, guardiamo a questa moderna barbarie come fossimo vaccinati e superiori a questa pericolosa deriva, salvo poi essere periodicamente avvisati che una volta “risolti i conti fra loro” si rivolgeranno contro di noi atei e miscredenti. Tutto è ridotto a una guerra religiosa tra sunniti e sciiti, prodromo di quell’invitabile “scontro di civiltà” di fallaciana memoria.

Questa rassicurante versione della realtà in atto è funzionale a farci sentire innocenti, a “santificare” le nostre vittime del terrorismo, ad appagare la nostra coscienza offrendo rifugio a coloro che fuggono dalla guerra e, infine, a glorificare il nostro sistema di democrazia liberale come migliore esempio di convivenza; d’altronde la stessa Storia continentale è già stata riscritta secondo un canone “mercantilistico”. La formula è sempre la stessa: è il libero mercato a mantenere la pace mentre fu il protezionismo a provocare la tragedia della Prima Guerra Mondiale; è l’assenza di confini e la moneta unica a unire i popoli d’Europa mentre fu il razzismo tedesco a provocare la Seconda. Questo mantra, declinato in svariate salse, contribuisce a rafforzare l’immagine dell’Occidente come depositario del Progresso e portatore dei valori dell’unica civiltà possibile.

Niente di più falso ed evidente se ci si sofferma sulle cause prime del conflitto in corso: senza tornare indietro all’arbitraria spartizione dell’Impero Ottomano – funzionale alla logica coloniale anglo-francese -, basta focalizzarsi sulle motivazioni della repentina frantumazione della società avvenuta in Irak, Siria, Libia, Yemen e, in parte, in Egitto. La precisa volontà di cancellare il partito Baath, di abbattere la “terza via” gheddafiana e, più in generale, di sostenere entusiasticamente la “primavera araba” come manifestazione della volontà popolare di democrazia, cela accuratamente il vero motivo dello scoppio delle prime manifestazioni. Il motivo scatenante furono le conseguenze della crisi economica del 2008 – provocata dallo scoppio della bolla dei mutui americani – e il successivo rifugio della finanza speculativa sul cosiddetto land grabbing. L’aumento improvviso del costo dei beni alimentari e l’incepparsi del sistema di redistribuzione statale dei profitti delle risorse prime fecero scendere in piazza i cittadini. Il sistema clientelare e la corruzione, fino allora non solo ben tollerati dall’Occidente ma pure ben accetti in ottica di business (illuminante in tal senso i rapporti tra Ben Ali, Gheddafi e Sarkozy), diventarono immediatamente inaccettabili. Fu proprio l’eccessiva dipendenza dalle fluttuazioni dei mercati e dalla finanza internazionale a fare esplodere quel malcontento popolare della classe media che, in breve tempo, fu rimpiazzata dai gruppi jihadisti prontamente sostenuti dall’Occidente e dai suoi (presunti) alleati del Golfo.

Lo scopo era colpire proprio gli Stati che ancora resistevano al dominio delle multinazionali e alla privatizzazione del bene pubblico, promuovendo ovunque il caos e la guerra civile piuttosto che un modello economico inclusivo; tant’è che nessuno ha mosso un dito, né si è scandalizzato durante la repressione militare in Bahrein o in Egitto. Coloro che scesero in piazza nel 2010 oggi rimpiangono amaramente la condizione precedente, eppure fa comodo dipingerli come combattenti per la libertà, quando in realtà volevano solo il pane al solito prezzo. Proprio ciò che la rapacità dei mercati ha deciso di toglierli per sempre.

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